La biografia di Martha Cooper somiglia al diario di campo di un’esploratrice moderna. Nata a Baltimora negli anni Quaranta, si innamorò della fotografia grazie a suo padre quando era ancora in età prescolare. Si diplomò a sedici anni, si laureò in arte al Grinnell College, entrò nel Peace Corps insegnando inglese in Thailandia, attraversò in moto la strada da Bangkok a Londra, e a Oxford prese un diploma in etnologia. Solo dopo tutto questo arrivò a New York.
Nel 1977 entrò al New York Post in un momento in cui la città era sull’orlo del collasso. I suoi incarichi spaziavano dalla documentazione di crimini alle fotografie di personalità famose fino ai cosiddetti “weather shots”, serie di immagini che apparivano come illustrazioni a tutta pagina nel giornale. La città in bancarotta era segnata da povertà e miseria, ma allo stesso tempo si aprivano moltitudini di spazi liberi per chi se ne appropriava creativamente. Cooper fotografava entrambe le facce.

«È un’arte fuorilegge. È quello che la rende eccitante»
Dal 1977 al 1980, tra un incarico e l’altro al Post, Cooper iniziò a documentare bambini che giocavano senza sorveglianza tra le macerie dei quartieri in disfacimento di New York, principalmente il Lower East Side. Le fotografie mostrano gruppi di bambini che costruiscono giocattoli o giocano con oggetti trovati per strada, in un’epoca che precede i videogiochi. Era un progetto personale, senza commitenza, senza destinazione.
Un giorno del 1979, durante uno di questi giri, notò un ragazzino con un taccuino. Si chiamava Edwin Serrano, alias HE3. Serrano le spiegò che il graffiti era una forma d’arte e che ogni artista stava scrivendo il proprio soprannome. «Non avevo capito, all’inizio, che i ragazzi scrivevano i loro nomi. Non era graffiti politico, contro qualcosa o a favore di qualcosa. Era solo un nome — e poi ho iniziato a riconoscere i nomi, ed è diventato un gioco, e mi sono lasciata prendere dal gioco», disse Cooper anni dopo.
HE3 la introdusse a Dondi, Donald Joseph White, uno dei writer più rispettati della scena. Cooper iniziò ad accompagnarlo di notte, nei depositi ferroviari, per ore, trascorse anche otto ore con lui in una notte intera mentre ricopriva un vagone intero della metropolitana con le sue lettere.


Subway Art: il libro più rubato d’America
Per anni Cooper fotografò in condizioni che nessun editore voleva toccare. Il graffiti era considerato vandalismo, non cultura. Lei e Henry Chalfant avevano lavorato separatamente per un decennio, ciascuno convinto di fare un libro, ciascuno incapace di trovare un editore, finché decisero di unire il lavoro in un unico volume. Subway Art uscì nel 1984 per Thames & Hudson. Fu inizialmente un insuccesso commerciale, poi i ragazzi iniziarono a rubarlo dalle librerie, un gesto che in qualche modo era coerente con tutto il resto. Oggi il libro è considerato la “bibbia” del graffiti, ha venduto più di mezzo milione di copie, ed è affettuosamente ricordato come probabilmente il libro d’arte più rubato di tutti i tempi.
«Quando pubblicammo Subway Art, il motivo per cui divenne così popolare era che era il modo in cui i ragazzi potevano studiare gli stili. Non c’era internet, non c’era altro modo di guardare quei pezzi e capire come erano stati costruiti», spiegò Cooper in un’intervista a Collater.al nel 2013, in occasione dell’Outdoor Urban Art Festival.
Un archivio che non finisce mai
Subway Art era solo l’inizio di un catalogo sterminato che riflette l’ampiezza reale dello sguardo di Cooper mai confinato al solo graffiti. Durante gli stessi anni documentò il b-boying e la nascita della cultura hip hop nel Bronx. Quelle fotografie, pubblicate in tutto il mondo, contribuirono a rendere l’hip hop il movimento giovanile internazionale che è oggi. Seguirono Hip Hop Files (2004), raccolta di centinaia di fotografie rare dei primi anni Ottanta; We B* Girlz (2005), sulle donne nella cultura hip hop; Street Play (2006), che raccoglie proprio le immagini di bambini che giocano per strada iniziate al Post; Tokyo Tattoo 1970 (2012), frutto degli anni trascorsi in Giappone prima di New York. Going Postal e Name Tagging raccolgono invece immagini di graffiti e street art su adesivi postali. L’ultimo grande progetto è Spray Nation, realizzato con Roger Gastman: Cooper e Gastman hanno setacciato centinaia di migliaia di diapositive Kodachrome per portare alla luce momenti perduti della scena graffiti newyorkese degli anni Ottanta — dai tag oscuri ai ritratti, dalle sequenze d’azione ai vagoni dipinti.
Il filo che tiene insieme tutto questo è sempre stato lo stesso: “Il mio interesse era fotografare l’arte nella vita delle persone, al di fuori di gallerie e musei, acconciature particolari, abiti personalizzati, insegne dipinte a mano. Sono sempre alla ricerca di persone che creano arte nella loro vita quotidiana. Questo trasforma la mia vita in una caccia al tesoro.”



Pensava di documentare qualcosa destinato a sparire
C’è una confessione che Martha Cooper ha fatto più volte e che dice tutto sulla natura del suo sguardo: «Negli anni Ottanta avevo la sensazione di stare documentando qualcosa che stava per scomparire. Pensavo che le mie fotografie potessero diventare il registro di qualcosa che la gente non avrebbe conosciuto altrimenti.»
Non immaginava quello che sarebbe successo. «Non ho mai pensato che si sarebbe diffuso così. Pensavo che qualcosa come il graffiti fosse un prodotto di New York City in quel particolare momento e luogo. Pensavo: tra dieci anni non esisterà più e io avrò il documento. In un certo senso pensavo di conservare un archivio storico — ma di qualcosa destinato a scomparire. Non di qualcosa che stava appena iniziando la sua storia e che sarebbe continuata per i successivi trent’anni.»
Quella sottovalutazione è forse la cosa più bella della storia di Cooper. Non stava costruendo un’eredità. Stava semplicemente guardando, con la stessa attenzione che si dà alle cose fragili.


Ottantatré anni, ancora in strada
Attraverso la sua carriera, Cooper ha fotografato una serie di sottoculture che ha poi condiviso con il pubblico attraverso numerose pubblicazioni. Nel 2019, la filmmaker Selina Miles le ha dedicato il documentario Martha: A Picture Story, presentato in anteprima al Tribeca Film Festival di New York. Un film che ha ridato visibilità a un’opera costruita nel silenzio, nel corso di decenni, senza mai cercare un palcoscenico.
Oggi Martha Cooper ha 83 anni. È ancora per strada, e poco nel suo lavoro è cambiato.
Nel 2013, alla fine dell’intervista, aveva già intuito come la logica della visibilità stesse trasformando tutto e anche la sopravvivenza delle opere: «Il numero di persone che vedranno la cosa reale rispetto al numero di persone che potrebbero vederla online è completamente diverso. Quasi non importa più quanto a lungo rimanga il tuo pezzo nella location originale. Uscirà nel mondo lo stesso.»
Lei, invece, continua ad andare a vedere le cose dal vivo.






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