Per decenni il concetto di autorialità artistica si è fermato a una linea netta: il gesto consapevole dell’artista, il controllo della materia, la firma come dichiarazione di proprietà. Ma cosa accade quando il processo creativo viene affidato a un altro essere vivente?
Non si tratta di rappresentare insetti, come fanno da secoli l’entomologia naturalistica e l’illustrazione scientifica. Si tratta di lavorare con loro, di affidare parte della genesi dell’opera a creature non umane. In piena crisi della biodiversità, mentre i numeri degli insetti crollano, alcuni artisti contemporanei collaborano con essi, ma chi è davvero l’autore di un’opera costruita da un insetto?
I tricotteri sono insetti acquatici che vivono nelle acque limpide di fiumi e torrenti. Nel loro stadio larvale, costruiscono piccoli astucci protettivi con ciò che trovano: sabbia, frammenti vegetali, conchiglie, detriti minerali. Leggeri e precisi, questi rifugi si lasciano trasportare dalla corrente come reliquie viventi.
Hubert Duprat (Francia, 1957) ha iniziato negli anni Ottanta a fornire ai tricotteri materiali diversi dai detriti naturali, oro, perle, lapislazzuli, gemme colorate. Le larve li incorporavano nei loro bozzoli, creando oggetti di sorprendente bellezza, ibridi fra natura e artificio, fra laboratorio biologico e gioiello. «Non sono io a realizzare questi lavori, ma non posso dire che non siano mie opere. È un lavoro condiviso, una collaborazione», ha dichiarato Duprat. Il suo gesto è quello dell’invito, non della manipolazione, fornisce i materiali, poi lascia che la natura costruisca. L’alchimia è biologica, la materia si trasmuta attraverso il lavoro di un altro essere. L’opera diventa così processo, metamorfosi, alleanza.


Se Duprat lavora nell’acqua e materiali preziosi, Jan Fabre (Belgio, 1958) impiega il luccichio e il colore. Le sue sculture rivestono forme umane, busti e teschi con migliaia di scarabei veri, i cui gusci lucidi creano un effetto di armatura ipnotica. Negli Scarab Heads gli scarabei stessi diventano la materia principale, non decorazione. Il lavoro di Fabre mette in evidenza come l’insetto sia, nel contemporaneo, un materiale estetico capace di evocare bellezza e disgusto simultaneamente, una bellezza che disturba.


Damien Hirst ha usato farfalle, mosche e insetti morti come elemento compositivo in molte serie di lavori. In Butterfly Paintings, agglomerati di farfalle morte vengono incollati a tele colorate, creando un effetto di caleidoscopio naturale. L’insetto, anche qui, è cadavere, la morte diventa materia estetica. A differenza di Duprat, Fabre e Hirst non coinvolgono l’insetto come agente creativo, ma la scelta del materiale pone comunque la domanda: qual è il limite fra arte e natura, fra creazione e appropriazione?


Il più radicale fra questi approcci è quello di Tomáš Libertíny (Slovacchia, 1979). Le sue sculture vengono costruite interamente da api, libere di muoversi e costruire. Fornisce la struttura (telai, gabbie, forme vuote) e loro riempiono lo spazio con cera e miele, secondo la loro logica di costruzione. Le api non sono controllate, non sono morte, non sono nemmeno consapevoli di “fare arte”. Eppure, l’opera esiste. La poesia di Libertíny sta proprio in questa rinuncia totale, cioè accettare che l’arte possa nascere da una logica non umana, dalla pura intelligenza biologica.


Yukinori Yanagi (Giappone, 1959) lavora con formiche vive in installazioni site-specific. In The World Flag Ant Farm (1990), formiche scavano gallerie in strutture di sabbia e vetro, tracciando percorsi che collegano bandiere nazionali, simboli politici e pigmenti colorati. Le traiettorie degli insetti disegnano mappe casuali, ma cariche di significato: la precarietà delle utopie, l’irrilevanza dei nostri confini politici di fronte al lavoro collettivo della natura. In Icarus (Pirelli HangarBicocca, Milano, 2025), lo stesso processo diventa una riflessione sulla fragilità e sulla memoria biologica.


In tutti questi casi, l’insetto non è simbolo ma è agente. Non rappresenta la natura, agisce come natura. Questo pone una frattura nel sistema dell’arte contemporanea, che continua a cercare autorialità, intenzionalità, firma. Ma cosa succede quando firmiamo un’opera che un’ape ha costruito? O quando dichiariamo arte un bozzolo ornato di oro che una larva ha intrecciato senza sapere di farlo?
La risposta forse non è rilevante. Quello che importa è che questi artisti, lavorando con insetti, ci forzano a ripensare il confine fra creazione e natura, proprio nel momento storico in cui quella natura sta scomparendo. Questa collaborazione fra specie indica che l’arte non appartiene solo ai gesti consapevoli. Appartiene anche a sei zampe, ad ali membranose e a una logica che non è la nostra ma che, di fronte ai nostri occhi, genera bellezza.
