Breve storia della T-shirt

Breve storia della T-shirt

Andrea Tuzio · 1 anno fa · Style

L’indumento iconico per eccellenza. È davvero difficile stabilire un vero e proprio start, ma proviamo a fare un po’ di ordine nella lunga storia della T-shirt

Nel 1904, la Cooper Underwear Company pubblicò un annuncio pubblicitario su una rivista, che annunciava l’arrivo di un nuovo prodotto fatto apposta per gli scapoli, una maglia in cotone.

Niente spille da balia, niente bottoni, nessun ago, nessun filo”, così recitava lo slogan legato alla pubblicità rivolta a quegli uomini che non avevano una moglie e che non erano proprio esperti ci cucito. L’anno dopo, la marina militare degli Stati Uniti d’America, capendo la straordinaria versatilità e comodità dell’indumento, implementò l’abbigliamento intimo alle uniformi standard, dotando i propri soldati di una maglia di cotone senza bottoni, che andava indossata proprio sotto le uniformi. Quella pubblicizzata dalla Copper Underwear Company, era una sorta di canottiera a girocollo che però era ancora lontana dagli standard ai quali siamo abituati oggi ma di sicuro, in questa fase, avvenne il primo passo verso la modernità. Quella maglia di cotone era elastica e pratica, la si poteva allungare o “accartocciare” ma tornava sempre alla sua forma originale. 

Nell’ultimo decennio del XIX secolo, la maglia di cotone era etichettata come biancheria intima dalla maggior parte delle persone, ed era impensabile indossarla in pubblico, sarebbe stato scandaloso. Addirittura il governo cubano, vietò per legge di indossare qualsiasi tipo di maglia “intima”, così gli operai, erano costretti a lavorare indossando camicie a maniche lunghe con i bottoni anche con temperature proibitive.

Il 1920, però, è l’anno in cui il capo prende il nome che conosciamo oggi, grazie a Francis Scott Fitzgerald. Secondo l’Oxford English Dictionary, lo scrittore americano fu il primo a utilizzare la parola “T-shirt”, nel romanzo “Di qua dal Paradiso”. Fitzgerald utilizzo la lettera T per via della forma che la maglia ha e anche perché, così sarebbe stata immediatamente riconoscibile dai lettori.

Negli anni ’40, le tee erano diventate ormai un capo d’ordinanza nelle scuole superiori americane, al punto che una giornalista, Nancy Pepper, scrisse un articolo in cui spiegava come gli armadi degli adolescenti dell’epoca, fossero pieni zeppi di T-shirt e che spesso venivano personalizzate con toppe o altro. Riferì anche che, alcuni ragazzi usavano scrivere sul colletto della maglietta, “neck here”, che stava a significare che erano disponibili ad eventuali session di pomiciate.

Grazie agli sviluppi della stampa serigrafica, tra gli anni ’50 e ’60, il successo della T-shirt ricevette una spinta non indifferente, basti pensare alla serigrafia che ritrae il volto di Marilyn Monroe, realizzata da Andy Warhol nel 1962, a partire da una fotografia di Gene Korman usata per pubblicizzare il film Niagara del 1953. 

Nel 1969, arrivò un momento chiave. Don Price, un marketer dell’azienda Rit Dye, che produceva le tinture che utilizziamo ancora oggi, presentò il prodotto ad alcuni creativi del Greenwich Village. Questi consigliarono a Rit di sostituire le sue polveri in scatola con coloranti liquidi, migliori per creare disegni multicolore. E quando sentì parlare di Woodstock, finanziò alcuni artisti affinché realizzassero centinaia di magliette tie-dye da vendere durante il festival. Il successo fu gigantesco, al punto tale da diventare un simbolo della controcultura dell’epoca e ancora oggi la T-shirt tie-dye è un must assoluto.

Un altro passaggio fondamentale nella storia della T-shirt risale al 1977, quando Milton Glaser, ridiede vita all’energica reputazione di New York con la campagna marketing più riuscita di tutti i tempi. Stampò su delle magliette l’iconico “I love NY”, che molto presto divennero un simbolo della città, al pari della Statua della Libertà. 

Ai giorni nostri la T-shirt è un caposaldo dell’abbigliamento e della moda in generale, tutti i brand, anche dell’alta moda, la inseriscono nelle loro collezioni, ed è la base sulla quale molte aziende hanno costruito la loro grandezza, partendo proprio da una semplicissima maglietta bianca a maniche corte.

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L’editoriale di BRUTUS Magazine per la SS20 di NOAH

L’editoriale di BRUTUS Magazine per la SS20 di NOAH

Andrea Tuzio · 1 anno fa · Style

Si chiama “Two Bridges” il bellissimo editoriale prodotto dalla rivista giapponese BRUTUS Magazine e dedicato alla collezione Spring/Summer 2020 di NOAH
Il titolo dell’editoriale deriva dal fatto che le foto, sono state realizzate proprio tra i due ponti simbolo della città natale del brand, fondato da Brendon Babenzien nel 2015, New York.
Il Manhattan Bridge e il ponte di Brooklyn, rispecchiano l’animo della città e, di conseguenza, quello di NOAH. BRUTUS ci offre un’estetica matura e seria, sobria e a tratti retrò, del rapporto tra la città di New York e il brand.
Gli scatti ci regalano anche un bel contrasto tra i colori accesi di alcuni item fotografati e la desaturazione evidente dello sfondo.  
NOAH e New York si fondono e si confondono in questo editoriale pieno di realismo.

L’editoriale di BRUTUS Magazine per la SS20 di NOAH
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Richardson omaggia il fumetto d’avanguardia italiano

Richardson omaggia il fumetto d’avanguardia italiano

Andrea Tuzio · 1 anno fa · Style

Un po’ di tempo fa vi abbiamo raccontato la storia e l’estetica di Richardson Magazine, una visione della realtà e dell’immagine sempre spinta al limite, senza mai superare quell’ideale linea che sancisce il confine tra sensualità e volgarità. 
Ora torniamo a parlare di Richardson per una capsule collection che celebra alcuni dei geni assoluti del fumetto italiano di tutti i tempi e che guidarono l’avanguardia del fumetto mondiale.

Stefano Tamburini, Gaetano “Tanino” Liberatore e Andrea Pazienza, nel 1978 diedero vita a un personaggio cult, una sorta di antieroe iperviolento e amorale, un robot con sembianze umane costruito con pezzi di una fotocopiatrice, dotato di una forza fisica sovrumana e di una feroce violenza, ambientato in un futuro distopico, pieno di sesso, brutalità e umorismo nero, Ranxerox.

L’idea originale fu di Tamburini, che era anche autore dei testi e, inizialmente, anche dei disegni grazie alla meravigliosa mano di quel genio di Andrea Pazienza e a Tanino Liberatore.
Pazienza realizzò alcune delle primissime strisce, mentre Liberatore ne divenne il regolare disegnatore dal 1980 in poi.

Il personaggio fece il suo esordio sul terzo numero di Cannibale, una rivista dedicata ai fumetti sperimentali italiani, principalmente per adulti, di genere umoristico e satirico, fondata proprio da Tamburini nel 1977. 

La genesi del nome del personaggio è alquanto peculiare. Rank Xerox, così veniva chiamato nei primi numeri, era stato costruito con dei pezzi di una fotocopiatrice da cui aveva preso il nome (Rank Xerox è un’azienda di fotocopiatrici che deriva dalla joint-venture tra la britannica Rank e la statunitense Xerox). Nel febbraio del 1980 però, l’azienda inviò una lettera, tramite i suoi avvococati, alla redazione de Il Male (che ne pubblicò le strisce per un breve periodo), intimandogli di cambiare nome al personaggio, per evitare che il marchio venisse associato a quell’antieroe “le cui imprese sono un concentrato di violenza, oscenità e turpiloquio”, minacciando che in caso contrario “si sarebbero visti costretti a prendere le vie legali”. La risposta che Tamburini fece dare al suo personaggio tramite una tavola fu: “e io me vedrò costretto a ròmpeve er culo!”.

Quella risposta irriverente però, restò tale, perché da quel giorno in poi il protagonista del fumetto cambiò il suo nome in Ranxerox. 

Quando Cannibale chiuse definitivamente nel 1979, e dopo la breve parentesi su Il Male, le strisce di Ranxerox vennero pubblicate su Frigidaire, rivista di riferimento e diretta ispirazione per Richardson Magazine, edita dalla Primo Carnera, fino alla morte di Tamburini avvenuta nell’aprile del 1986.

Una nuova pubblicazione in Italia, che concludeva la storia mai portata a termine dal suo creatore, avvenne nel 1996 grazie alla rivista Selen, che pubblicò la terza parte delle storie di Ranxerox con i testi di Alain Chabat e con i disegni di Tanino Liberatore.

La capsule collection che Richardons dedica a questa assurda e cruenta storia a fumetti comprende: una reversible jacket, una hoodie, due T-shirt e un cap decorati con le illustrazioni che raffigurano Ranxerox e della sua amante Lubna, di vari personaggi minori e di altre opere che il maestro Liberatore ha realizzato.

Gli item della collezioni saranno disponibili online sul sito di Richardson a partire dal 16 aprile.

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Edwin presenta la sua collezione “Made in Japan”

Edwin presenta la sua collezione “Made in Japan”

Andrea Tuzio · 1 anno fa · Style

Dal 1950 in poi, Edwin ha costantemente portato avanti la tradizione della cultura giapponese e l’innovazione nel mondo del denim. Oggi, il brand fondato nel 1947 a Tokyo, presenta la collezione denim “Made in Japan”, per la Spring /Summer 2020, con un editoriale seducente. Tutti gli item sono stati pensati, disegnati e prodotti in Giappone, così come l’editoriale è stato ambientato interamente nelle strade di Tokyo, prodotto dal team di sabukaru online e scattato dal fotografo Nicolas “Yuthanan” Chalmeau.
I tessuti utilizzati per la realizzazione della collezione, sono stati prodotti nelle famose fabbriche di denim Nihon Menpu e Kaihara di Okayama, per poi essere rifiniti nello stabilimento Edwin, ovviamente in Giappone.

La collezione “Made in Japan” sarà disponibile negli store Edwin di Milano, Londra, Berlino, Parigi, Tokyo e Osaka non appena verranno riaperti e online presso rivenditori selezionati.

Qui, potete dare un’occhiata all’editoriale.

Edwin presenta la sua collezione “Made in Japan”
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La lettera di Giorgio Armani al mondo della moda

La lettera di Giorgio Armani al mondo della moda

Andrea Tuzio · 1 anno fa · Style

Una riflessione, una ridefinizione delle priorità, un abbattimento di quei dogmi che sembravano granitici e indistruttibili e che, invece, la pandemia che il mondo sta affrontando ha implacabilmente sovvertito. 
Queste, in sostanza, le idee che Giorgio Armani ha espresso in una lettera inviata la settimana scorsa al Women’s Wear Daily, meglio conosciuta come WWD (la bibbia del fashion).
Re Giorgio traccia le linee guida che dovranno, per forza di cose, guidare l’industria del fashion verso una nuova realtà fatta di priorità, rallentando i ritmi forsennati che la moda ha da anni. Uno sfogo pieno di consapevolezza ma che, allo stesso tempo, guarda al futuro per progettare un nuovo inizio.

Il bello delle parole di Giorgio Armani sta nel fatto che possono essere declinate per tanti aspetti della vita che ci troveremo ad affrontare una volta passata questa emergenza, una vita di riconsiderazioni e rivalutazioni, perché, molto probabilmente, non torneremo mai a quella che tutti definiscono normalità ma che forse, di normale, aveva soltanto l’abitudine. 

Ecco il testo della lettera: 

“Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continua, nella speranza di vendere di più…Io non voglio più lavorare così, è immorale. Non ha senso che una mia giacca, o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane, diventino immediatamente obsoleti, e vengano sostituiti da merce nuova, che non è poi troppo diversa da quella che l’ha preceduta. Io non lavoro così, trovo sia immorale farlo. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, nella realizzazione di capi d’abbigliamento che suggeriscano un unico modo di acquistarli: che durino nel tempo. Per lo stesso motivo trovo assurdo che durante il pieno inverno, in boutique, ci siano i vestiti di lino e durante l’estate i cappotti di alpaca, questo per il semplice motivo che il desiderio d’acquisto debba essere soddisfatto nell’immediato. Chi acquista i vestiti per metterli dentro un armadio aspettando la stagione giusta per indossarli? Nessuno, o pochi, io credo. Ma questo sistema, spinto dai department store, è diventata la mentalità dominante. Sbagliato, bisogna cambiare, questa storia deve finire. Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero. Basta spettacolarizzazione, basta sprechi. Da tre settimane lavoro con i miei team affinché, usciti dal lockdown, le collezioni estive rimangano in boutique almeno fino ai primi di settembre, com’è naturale che sia. E così faremo da ora in poi. Questa crisi è anche una meravigliosa opportunità per ridare valore all’autenticità: basta con la moda come gioco di comunicazione, basta con le sfilate in giro per il mondo, al solo scopo di presentare idee blande. Basta intrattenere con spettacoli grandiosi che oggi si rivelano per quel che sono: inappropriati, e voglio dire anche volgari. Basta con le sfilate in tutto il mondo, fatte tramite i viaggi che inquinano. Basta con gli sprechi di denaro per gli show, sono solo pennellate di smalto apposte sopra il nulla. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana…Questa è forse la più importante lezione di questa crisi.”

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