La vita straordinaria di Catherine Dior in una nuova biografia

La vita straordinaria di Catherine Dior in una nuova biografia

Andrea Tuzio · 3 anni fa · Style

Esistono vite incredibili e improbabili che per tanti motivi restano incastrate tra le pagine della storia.
Una di queste è senz’altro quella di Catherine Dior, sorella e musa del couturier Christian – a lei è dedicata la fragranza del 1947 Miss Dior – fondatore dell’omonima maison che rilanciò la moda francese a livello internazionale nel secondo dopoguerra.

Una vita straordinaria raccontata nella nuova biografia Miss Dior: A Story of Courage and Couture di Justine Picardie.

Ginetta Dior, questo il vero nome di Catherine, nasce a Granville, in Normandia nell’agosto del 1917. La più giovane dei cinque figli di Maurice e Madeleine, ha vissuto una prima parte della sua infanzia in quella che era una famiglia agiata – Maurice Dior era un industriale nel campo dei fertilizzanti. Dopo la grande depressione del ’29 e la conseguente crisi finanziaria che mise in ginocchio i Dior, nel 1935 lascia la casa di famiglia e si trasferisce in una fattoria in Provenza.

Poco dopo decide di lasciare questa situazione per andare a Parigi dal fratello Christian, dove i due sbarcano il lunario come possono. All’inizio della Seconda guerra mondiale i fratelli Dior tornano in Provenza dove si mantengono coltivando e vendendo fagiolini e piselli. 

Lo sliding doors che cambia completamente la vita di Catherine è l’incontro con Hervé des Charbonneries, membro della Resistenza francese contro i nazisti che avevano occupato la Francia. I due si innamorano subito, nonostante Hervé fosse sposato e avesse tre figli.
Nel 1941 inizia la sua militanza nella Resistenza e la sua vita clandestina, con il nome in codice Caro. Nel 1944 viene arrestata e torturata dalla Gestapo e sbattuta in prigione. 
Il fratello Christian prova un’intercessione per liberarla attraverso il diplomatico svedese Raoul Nordling, ma è un buco nell’acqua. 
Per tutta risposta i nazisti trasferiscono Catherine inizialmente nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück per poi passare da Torgau, Abteroda e nel 1945 a Markkleeberg, dal quale riesce a scappare grazie all’intervento alleato. 
La vita di Catherine nel dopoguerra è serena, lontana dai riflettori della moda che invece iniziavano a illuminare la vita del fratello. Torna a vivere di nuovo nel sud della Francia e inizia a vendere fiori al mercato di Parigi insieme all’amore della sua vita e con il quale ha condiviso le pagine più difficili della sua esistenza, Hervé des Charbonneries.

Dopo la morte del fratello Christian ha sempre preservato l’enorme eredità che ha lasciato al mondo della moda e non solo, e dal 1999 è stata presidentessa onoraria del Musée Christian Dior a Granville fino al giorno della sua morte avvenuta nel 2008, all’età di 90 anni.

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Kiev Fashion and Arts Days. Fotografi, moda e rave party

Kiev Fashion and Arts Days. Fotografi, moda e rave party

Collater.al Contributors · 3 anni fa · Style

Dal 7 al 10 ottobre si sono svolti i Kiev Fashion and Arts Days, un festival che celebra l’arte, la moda, la fotografia e le performance.
Il progetto è figlio di un’idea di Sofia Tchkonia, fondatrice della Mercedes Benz Fashion Week di Tbilisi. Lo scopo è quello di consolidare la posizione dell’Ucraina come capitale culturale dell’Europa orientale ma soprattutto di creare una piattaforma per tutti i creativi ucraini.

Noi di Collater.al abbiamo affidato il racconto di questi 4 giorni all’editor e fotoreporter Mattia Ruffolo, che ha realizzato un photo-diary del suo viaggio a Kiev.

Ho trascorso quattro giorni a Kiev dove sono stato invitato ad incontrare e conoscere i lavori della nuova generazione di creativi ucraini. Kiev Fashion and Arts Days è una nuova iniziativa che ha come scopo quello di rafforzare, connettere ed esportare all’estero le più vive personalità di questo paese.
Il reportage fotografico che ne è scaturito non vuole essere una rappresentazione totale ed esaustiva del fitto programma proposto alla stampa internazionale in queste giornate, ma una personale e soggettiva lettura di quello che ho visto in questi giorni.
Questo lavoro a Kiev, città che non avevo mai visitato, non sarebbe avvenuto senza il prezioso e lungimirante talento di Sofia Tchakonia, motore e mente propulsiva dietro la Tbilisi Fashion Week in Georgia. Sofia è stata inserita nel 2019 tra le persone più influenti nel mondo della moda.

L’arrivo è come me l’aspettavo. Sulla strada dall’aeroporto verso la città, una serie di palazzi brutalisti altissimi disegnano il paesaggio della periferia di Kiev. Man mano che che ci avviciniamo verso il centro città vedo il fiume Dnepr, sul quale affaccia il mio albergo. Il Fairmont è un palazzo storico imponente. I corridoi sono lunghissimi e tutti uguali.

Lesha Berezovskiy è una delle prime persone che incontro. Ci diamo appuntamento a Khreschatyk Street, la strada principale e commerciale per i kieviani. Khreschatyk Street è andata completamente distrutta durante la seconda guerra mondiale dall’Armata Rossa in ritirata, ricostruita con i criteri architettonici del classicismo socialista e rinnovata nel periodo di indipendenza dell’Ucraina.

È pomeriggio, c’è il sole, il cielo è terso e soffia un vento freddo e ci dirigiamo verso lo studio di Lesha.
Dobbiamo arrivare prima delle 6 perché dice che nel suo studio, a quell’ora, c’è una luce bellissima.
Mi racconta che tra qualche giorno raggiungerà sua moglie a Mosca e che tra due settimane inaugurerà una sua mostra fotografica ad Almaty, in Kazakhstan, di scatti prodotti a distanza con una sua amica durante l’isolamento.
Arriviamo in studio, una ex ufficio amministrativo (forse una scuola) che al momento la municipalità mette in affitto ad artisti a circa 10 dollari al metro quadro.

Mi mostra i lavori che esporrà e alcune stampe fotografiche su carta vintage sovietica comprata su eBay. Mi regala un libro di fotografia dove sono incluse delle sue foto. Sono ritratti di giovani nelle loro camere e immagini prese di sfuggita nelle serate a CXEMA, un rave ucraino di cui parlerò più avanti.
Lesha è un ciclista e nelle sue immagini è molto presente la natura. Mi mostra le foto di famiglia in campagna dai nonni, dove è cresciuto. Sono molto intime e tenere. Gli chiedo se è una serie che sta portando ancora avanti ma dice che ai nonni non piace molto farsi fotografare. Nel dettaglio di una sua foto si vede della sabbia nera che a me ricorda quella di Stromboli e gli consiglio di vedere Stromboli (Terra di Dio) di Roberto Rossellini.

Andiamo in esplorazione dello stabile, nei corridoi ci sono ancora gli attaccapanni dove gli studenti (?) riponevano le giacche. Esposti tutti insieme sono molto belli; facciamo degli scatti lì, ma Lesha è timido davanti l’obiettivo, preferisce star dietro. Ci salutiamo guardando una cartina dell’Europa su un foulard di seta appeso nel suo studio e pensiamo di rivederci nelle prossime sere per un drink prima di ripartire.

Situationist è un marchio fondato nel 2016 a Tbilisi, orgogliosamente Made in Georgia. 
Forbidden Family è un corto diretto da Davit Giorgadze e Salome Potskhverashvili con le musiche di Nika Machaidze. Un video di sei minuti che porta sui monti georgiani, in una foresta innevata, architetture decadenti di influenza sovietica e locande di legno logore. Durante queste giornate dedicate alla moda e all’arte, Situationist presenta a TSUM–il più importante department store di Kiev–la collezione e il libro di questo viaggio sui monti della Georgia.

“Abbiamo provato a rappresentare la varietà di stili e personaggi diversi. Il modo di vestire e tutti i dettagli importanti che rendono importanti le nostre tradizioni. Dalla costa del Mar Nero alle alte montagne degli Svaneti osservando e definendo ogni importante dettaglio che forma il nostro marchio”.

“L’attuale situazione mondiale ci sta dimostrando l’importanza dell’insieme, del prendersi cura della vita selvaggia e della natura che ci circonda. Speriamo di mostrare la bellezza grezza e selvaggia del nostro paese. Le cose pi importanti della vita sono sempre intorno a noi“.

Incontro Ivan Frolov nel suo atelier di mattina. Gran parte delle cose qui sono rosse: scatole, gusci di vestiti e un neon a forma di cuore all’ingresso. Sembra esserne ossessionato.
È umile e determinato, mi racconta del suo inizio nel 2014 e che ora il suo team è composto da quasi 30 persone.

Alle pareti trovo disegni erotici di ballerine di pole dance o giovani ragazzi nudi che indossano solo corsetti.
Ivan è specializzato in corsetteria, ricamo e creazioni couture-to-wear. Anche se sesso e bondage sono le cose che più ispirano il suo lavoro, alla provocazione estetica segue una profonda ricerca delle tecniche sartoriali e dell’anatomia umana. Rita Ora, Gwen Stefani e Due Lipa hanno indossato Frolov.

All’interno del bar dove ci eravamo dati appuntamento, vedo seduto al bancone Misha Buksha, un giovane uomo molto bello ed elegante che sorseggia un caffè. Con lui, il suo cane Sara, un podenco canario che indossa un cardigan colorato fatto a mano per proteggerlo del freddo.
Ordino anche io il mio caffè e andiamo fuori a berlo. Con Misha sento subito un buon feeling e iniziamo a confrontarci per trovare cose in comune: stessa età, stesso ambito (editoria / fotografia) e anche lui, come me, ha adottato un cane con il suo ex compagno, Yaroslav Solop, col quale continua a lavorare.

Avevo sentito parlare di Misha e del suo lavoro, ma non sapevo molto altro: Misha ha 29 anni ed è cofondatore e direttore creativo della casa editrice Booksha. Mi aveva incuriosito perché avevo letto di questa importante pubblicazione sulla fotografia contemporanea ucraina di nome UPHA Made in Ukraine.
UPHA (Ukranian Photographic Alternative) è il loro primo libro. La ricerca di Misha e Yaroslav è iniziata nel 2017 e ha richiesto quattro anni di lavorazione, soprattutto per la questione legata ai diritti. Nel libro sono presenti 57 fotografi che, secondo la ricerca dell’editore, documentano l’importante metamorfosi sociale, politica, culturale e storica in Ucraina e nel mondo, e descrivono come si sta evolvendo la fotografia in Ucraina. Questo libro ha la missione di esplorare, presentare e archiviare il patrimonio fotografico ucraino. Le immagini, analizzate dal team di ricercatori della casa editrice, evidenziano una riflessione sui cambiamenti politici e sociali, e documentano le fasi critiche dello sviluppo della società ucraina, la guerra, l’impatto religioso sulla coscienza, le conseguenze della crisi economica, gli studi di genere, del corpo e della sessualità.

Per sfogliare il libro siamo andati nel coffee shop di una una galleria d’arte e fotografia contemporanea, The Naked Room, fondata dalla curatrice Lizaveta German, Maria Lanko e dal regista Marc Raymond Wilkins.
Nel tragitto mi parla di un suo viaggio a Venezia con sua madre, interrotto solo dopo 24 ore per un imprevisto che li ha riportati immediatamente in Ucraina. Il desiderio di ritornare ci fa salutare con la speranza di rivederci presto in Italia e il suo consiglio di vedere un film del regista russo Aleksandr Galin intitolato Il mantello di Casanova.

Qualche giorno prima prima del mio arrivo a Kiev scrivo un messaggio a Slava Lepsheeev dicendogli che sarei stato qualche giorno in città. Lui mi risponde subito dandomi appuntamento al Kosatka, un piccolo bar hipster nel centro di Kiev. Slava arriva con un monopattino elettrico, ci salutiamo e iniziamo a parlare. È di poche parole e sembra timido, ma sa ascoltare bene.
Conosco Slava perché i-D, la testata che dirigevo, aveva prodotto un documentario sulla scena del clubbing ucraino. Slava è la mentre dietro CXEMA, un rave techno itinerante che si svolgeva nelle zone industriali di Kiev.
CXEMA nasce a ridosso delle rivoluzioni violente del 2014 a Kiev, culminate con la cacciata dell’allora presidente dell’Ucraina, Viktor Janukovyč. Dopo che le proteste sono diventate delle vere sommosse, le autorità hanno aperto il fuoco contro i civili provocando almeno 82 morti, di cui 13 poliziotti, e più di 1.100 feriti. Con un presidente spodestato, la Russia che invade la Crimea e le intere milizie di oppositori che insorgevano in tutta l’Ucraina, i giovani hanno reagito a modo loro portando o dimenticando in pista tutte le loro delusioni e le insoddisfazioni che solo una politica così precaria può far scaturire.

Con Slava andiamo subito al dunque, gli chiedo com’è al momento la scena a Kiev e mi dice che, come ovunque, il lockdown ha rellentato le cose. Mi parla che vorrebbe aprire un locale tutto suo, piccolo, per massimo 100 persone. Sta vedendo degli immobili in affitto e forse ne ha trovato uno. Gli chiedo di descrivermi come se lo immagina e mi risponde con un lungo bancone, arredamento vintage e bella gente.
Mi dice che prima del lockdown avrebbe voluto fare un viaggio in Italia, in Sicilia, e che ancora sogna di farlo. Mi chiede consiglio se andare a Palermo o a Catania e io gli rispondo di vederle entrambe, ma che Catania negli anni ’90 era musicalmente iper al passo col resto del mondo, che era la Seattle d’Italia – nella mia testa giravano nomi come il produttore discografico catanese Francesco Virlinzi che in qualche modo aveva creato un terreno fertile per artisti come Michael Stipe, Peter Baks, Natalie Merchant che trascorrevano le estati lì e che nei locali si ballavano i Pixies, Sonic Youth, The B-52s – ma mi sembrava di allontanarmi troppo dalla conversazione.
Usciamo dal bar e prima di salutarci facciamo una passeggiata nel parco vicino. Mentre parliamo di viaggi, io gli faccio qualche scatto, e ci lasciamo consigliandomi di andare ad Erevan, in Armenia.

Siamo al Nosorog, uno strip club nella zona ovest di Kiev per la presentazione del secondo numero di “Hrishnytsia”, una zine erotica fondata da Julie Poly.
Yulia Polyashchenko AKA Julie Poly è una fotografa e art director che vive a Kiev. Ha studiato alla School of Photography di Kharkiv e oggi scatta per Vogue, L’Officiel, Harper’s Bazaar, Dazed & Confused e i-D. Nel suo lavoro prevalgono l’erotismo, la moda e la bellezza non convenzionale. L’artista afferma di trovarsi costantemente ispirata da “cose banali, eventi quotidiani, storie di vite di amici e esperienze personali”.

Julie indossa una felpa rosa di Balenciaga con su scritto GAY PRIDE. Con lei il suo pluripremiato barboncino di nome Pushok, che in italiano vuol dire soffice. Pushok ha 21 mesi ed è già comparso su una cover di Vogue Ucraina. Ha vinto diversi premi di bellezza come: Campione Junior dell’Ucraina; Junior Grand Champion dell’Ucraina; Campione d’Ucraina; Gran Campione d’Ucraina; Campione del club del Barboncino; e ancora gareggia per vincerne altri. Alla festa sembra molto infastidito.
Sul palco si esibiscono 3 performer: una ipnotica cantante drag che sembra esser uscita da un film di David Lynch e due danzatrici di pole dance. Una delle ballerine è l’insegnante Julie, che pratica pole dance regolarmente tre volte la settimana. Il tema di questa zine sono i tatuaggi: all’interno del club gli invitati possono farsi tatuare da due tatuatori professionisti.

Vic Bakin è un fotografo e regista autodidatta originario del Turkmenistan ma che ora vive a Kiev.
Ci incontriamo nella sua casa-studio dove mi mostra il suo archivio fotografico degli ultimi anni. Vive nella parte alta della città e dice che in quel quartiere si sente tranquillo perché ha tutto a portata di mano.
Entrando nel suo studio mette della musica techno di sottofondo e inizia a mostrarmi le sue fotocamere, i suoi libri dei fotografi preferiti – alcuni di questi anche autografati – il suo archivio di lavori stampati e perfettamente ordinati nei cassetti. Scatta di continuo e adesso sviluppa le sue foto autonomamente nel suo bagno di casa. Durante il lockdown non potendo incontrare persone ha rimaneggiato le sue vecchie foto con stratificazioni di pittura che hanno rarefatto le immagini. Una selezione di queste immagini è ora in mostra al club K41.

Il K41 è una delle serate al momento più interessanti di Kiev.
In realtà non ha un nome fisso, è nominata K41 perché si trova a Kyrylivska St, 41. La serata è meglio identificata con il simbolo matematico “∄” che equivale a “non esiste”. Non puoi cercarli su google e non hanno nemmeno i social media. Al momento la serata si svolge in un ex birrificio e la musica va avanti giorno e notte per tutto il weekend. Quello che dall’esterno sembra un edificio abbandonato è ora un club LGBTQIA+ friendly che ospita DJ locali insieme a grandi nomi. La fila e la door selection non sono molto diverse da quelle del Berghain. Dopo l’approvazione, prima di entrare, devi sottoporti al test Covid, 15 min di attesa e se sei negativo, entri.

Dopo qualche minuto il suo parquet è cosparso da centinaia di immagini di giovani uomini in bianco e nero. Durante la conversione, senza volerlo, inizio a fare una selezione di quelle che più mi colpiscono. Vic si stranisce con quanta velocità guardo e seleziono le foto. Lo guardo e gli dico: “lo so, scorro velocissimo. È una quesitone di istinto, la foto deve piacermi al primo impatto”.
Nel mentre parliamo del suo rapporto con il corpo e con i suoi modelli. Mi racconta della sua musa, un ragazzo di nome Roma visto per caso in metropolitana che incontra regolarmente. Scatta con una 4×5 pieghevole americana da fotogiornalismo utilizzando pellicole di grande formato.
Una volta selezionate le immagini, le prendiamo da terra e le appendiamo sulla parete che lui usa come fondale per i suoi modelli. Intanto che facciamo questo cerchiamo di trovare un nesso tra Aby Warburg e Tumbler.

Prima di andar via prende una copia del sul libro fotografico intitolato “Heavy Clouds” e me ne regala una copia, scrivendomi come dedica “A Mattia, i ricordi sembrano svanire”.

Un ringraziamento speciale a Sofia Tchkonia, Julia Kostetska, Maria Mokhova (White Rabbit Agency), Vladyslav Tomik, Daniela Battistini.

Photographers:
Rōman Himey
Vic Bakin
Kris Voitik
Mattia Ruffolo

Articolo di Mattia Ruffolo

Kiev Fashion and Arts Days. Fotografi, moda e rave party
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Kiev Fashion and Arts Days. Fotografi, moda e rave party
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I nuovi Levi’s 501 di Slam Jam (Un)corporate uniform

I nuovi Levi’s 501 di Slam Jam (Un)corporate uniform

Tommaso Berra · 3 anni fa · Style

Slam Jam ha appena annunciato un nuovo drop per questa settimana. Sabato 23 ottobre sarà infatti disponibile la terza edizione del progetto (Un)corporate uniform, dopo l’ultima collaborazione ispirata a Kurt Cobain e alla scena grunge, che aveva presentato un modello di Converse Chuck 70.
Slam Jam guarda ancora al mondo punk e grunge, e lo fa grazie alla collaborazione con Levi’s®. Non poteva quindi mancare alla collezione il pezzo simbolo del brand di denim americano: il Levi’s® 501, jeans nato nel 1873 in California e diventato culto mondiale per diverse sottoculture di giovani. tra queste culture c’è anche quella punk e grunge e per questo nella nuova collezione Slam Jam rielabora i 501 con un tessuto nero distressed.
È la prima volta in cui SJ collabora con Levi’s®, un grande traguardo anche per il fondatore del brand Luca Benini, collezionista e grande appassionato di un’icona rivoluzionaria come il Levi’s 501®.

Slam Jam | Collater.al
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Palace rende omaggio al rave artist Steven “Pez” Perry

Palace rende omaggio al rave artist Steven “Pez” Perry

Andrea Tuzio · 3 anni fa · Style

Nel corso di questi ultimi due anni l’estetica e la storia della rave culture sono tornate di moda con una discreta prepotenza.
La rinascita di questo movimento ha coinvolto tantissimi aspetti della nostra contemporaneità. Ad esempio la Saatchi Gallery di Londra ha presentato una retrospettiva sull’arte legata alla scena rave, mentre la Tate Modern ha dedicato una mostra all’artista britannico Mark Leckey, famoso per i suoi video che attingono dagli elementi della cultura pop. Il suo film del 1999 Fiorucci Made Me Hardcore è un collage di filmati della scena dance underground britannica tra gli anni ’70, ’80 e ’90.
Il mondo fashion e quello streetwear hanno inevitabilmente percepito questo ritorno e ne hanno cavalcato l’onda. 

Palace, dopo la collaborazione con EVISU con la quale ha omaggiato la club culture inglese, continua con questo filone presentando la capsule collection in collaborazione con il rave artist britannico Steven “Pez” Perry.

Il lavoro di Pez legato alla scena rave britannica si è sviluppato tra la fine degli ’80 e ’90, diventando velocemente il tratto estetico distintivo dell’intera cultura rave e del clubbing in generale, realizzando volantini e opere d’arte per gli eventi più importanti.
L’ispirazione delle sue opere arriva direttamente dal libro scritto da Martha Cooper e Henry Chalfont, Subway Art, che documenta gli inizi del movimento dei graffiti a New York, riscuotendo un notevole successo proprio nel Regno Unito.

La capsule collection in collaborazione con Palace omaggia il lavoro di Pez attraverso le opere più significative dell’artista, che trovano spazio su una serie di item dello skate brand londinese.

Qui di seguito potete dare un’occhiata alla collezione Palace x Pez che verrà rilasciata venerdì 22 ottobre negli store di Londra e New York e attraverso il web shop del brand. 

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Valentino: Re-Signify Part II, arte e moda a Shanghai

Valentino: Re-Signify Part II, arte e moda a Shanghai

Andrea Tuzio · 3 anni fa · Style

Dopo il primo di nove mesi fa, siamo pronti ad accogliere il secondo capitolo della risignificazione della maison Valentino ad opera del direttore creativo Pierpaolo Piccioli

Il progetto, curato da Mariuccia Casadio e Jacopo Bedussi e realizzato negli spazi del T-10 di SKP South di Pechino, è stato aperto al pubblico il 17 ottobre e lo resterà fino al 7 novembre 2021
La Couture, l’Atelier, Stud e VLogo Signature sono al centro della narrazione di questo secondo capitolo.
Nel piano espositivo troviamo anche l’interpretazione contemporanea e inclusiva del make up immaginata da Piccioli con Valentino Beauty.

Le opere degli artisti e il processo creativo di Piccioli creano tensione, mentre i percorsi e i molteplici linguaggi utilizzati risultano incoerenti perché poeticamente personali. 
Si indaga sulla luce, sul buio e sulle ombre e sul modo in cui interagiscono con i materiali e le superfici, così come sui fenomeni di riflesso e rifrazione. Ma anche sul corpo umano e quello statuario dalla rappresentazione classica fino a quella digitale e algoritmica. Ogni corpo qui presente è il risultato della mediazione tra idea e abilità artigianale, tecnica o tecnologica.

Il tema della città che tiene insieme ordine e caos, tradizioni e rivoluzioni, in cui le comunità si ridefiniscono costantemente alimentandosi delle proprie suggestioni, producendo codici nuovi decostruendo e ri-assemblando ciò che già esiste.

Gli abiti in mostra, che arrivano direttamente dall’archivio della Maison e dall’Haute Couture recente e contemporanea, producono relazioni ed equilibri con le opere esposte. Ma questo rapporto non è univoco né analitico ma percettibile e facilmente intuibile.

La struttura della mostra risulta razionalmente aperta e non prevede la classica fruizione unidirezionale, ma spinge il fruitore a perdersi ed esplorare facendosi guidare semplicemente dalla forza dell’attrazione.

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