Art Da CHEZPLINIO c’è una macchina del tempo
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Da CHEZPLINIO c’è una macchina del tempo

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Giorgia Massari

Siamo a sud di Milano, più precisamente nel quartiere di Corvetto. Qui, in piena zona industriale, c’è uno spazio espositivo che non delude mai in termini di stravaganza artistica. Si tratta di CHEZPLINIO, “un progetto fallimentare. Nato senza soldi e destinato a fallire presto”, come si legge ironicamente nell’about del sito. Qualche mostra fa era una macchina della polizia completamente messa sottosopra dall’artista Nøne Futbol Club a essere al centro dell’ex magazzino, oggi invece sono una tenda da campeggio volante e una macchina del tempo a essere le protagoniste. Si tratta della mostra MEINE MUTTER DAMMI CENTO LIRE dell’artista tedesco Malte Bartsch, inaugurata lo scorso venerdì 13 ottobre e visitabile fino al 12 novembre. Ma capiamo meglio di cosa si tratta.

©PH Sara Davide

Mamma mia dammi cento lire: il canto della precarietà

Senza dubbio, quella da CHEZPLINIO è una mostra che a primo impatto fa decisamente sorridere e divertire. In realtà, il tema è più crudo di quello che si possa pensare. L’ironia, così come la simbologia, giocano un ruolo fondamentale in termini di linguaggio. Leggendo l’intervista di CHEZPLINIO a Malte Bartsch, ci si rende subito conto del perché. Come le sue opere, lo stesso artista si esprime con sarcasmo nei confronti della contemporaneità, svelandone l’aspetto più realistico. In altre parole, Bartsch non condisce niente, non abbellisce discorsi con fronzoli sbarluccicanti, ma parla della realtà in modo diretto con il supporto di immagini e di simboli evocativi, oggi universali e capaci di comunicare con chiunque. Parliamo della tenda per esempio, la prima opera che salta all’occhio entrando nella spazio. Bartsch si serve della simbologia romantica della tenda da campeggio per ribaltarla completamente e in tutti i sensi. L’opera Zelt è infatti composta da una tenda da campeggio collegata a una bombola di elio che le permette di fluttuare nell’aria in posizione rovesciata. Gli ideali di passione e di avventura vengono qui sostituiti dal senso di squilibrio e precarietà, propri dei sogni giovanili.

©PH Sara Davide

L’opera, risalente al 2014, è ancora tristemente attuale. In una città come Milano – che nell’ultimo anno sta assistendo alle mobilitazioni studentesche contro il caro vita, capeggiate proprio da studenti che si accampano in tenda fuori dalle Università – si carica di una forza comunicativa ancora più diretta ed efficace. In questo senso, è interessante sottolineare il titolo della mostra, Meine mutter dammi cento lire, che fa riferimento al brano di Le Mondine. Il celebre canto popolare racconta la storia di una ragazza che, nonostante il parere contrario della madre, decide di intraprendere il suo viaggio verso l’America durante il quale morirà annegata. Ecco che il tema della precarietà giovanile – di pari passo a quello dell’emigrazione – torna, o meglio, anticipa in modo indiretto quello che l’esposizione ha la necessità di comunicare.

©PH Sara Davide

Vivere o esibire?

La precarietà evocata prima, è senza dubbio terreno fertile per i social network. Quest’ultimi offrono ai giovani la possibilità di abbellire le loro esistenze agli occhi degli altri, condividendo le loro esperienze più interessanti. Spieghiamolo meglio. Malte Bartsch con l’opera Time Machine ragiona sul paradosso contemporaneo che riguarda “il tempo che passiamo a raccontare o a dimostrare a terzi di aver assistito o fatto qualcosa, che diventa apparentemente più importante dell’atto stesso di averlo fatto“. Con quest’opera l’artista ironizza su questo concetto costruendo una serie di macchine del tempo posizionate in diversi luoghi del mondo e collegate tra loro. Schiacciando un pulsante, il visitatore riceve una vera e propria ricevuta che certifica la sua presenza in mostra. Una prova tangibile del suo passaggio e, allo stesso tempo, un’opera d’arte che ci ricorda la nostra ossessione per l’esibizionismo.

©PH Sara Davide

Siamo in grado di rischiare come l’agave?

Questo viaggio espositivo si conclude con una domanda collegata all’opera Battery Pack: «Ne vale la pena? Anche se va a finire male?» riferita al rischio che sta alla base di un viaggio, di un cambiamento, di un sogno. L’artista risponde con una metafora naturale, servendosi dell’agave. «L’agave è una pianta che può vivere 30 anni o più, ma produce solo un fiore in tutta la sua vita.» – si legge nel testo critico di CHEZPLINIO – «Per farlo, la pianta accumula tutte le sue energie, rappresentate qui da una copertura della batteria di Tesla, e poi le spende tutte in una volta, letteralmente esplodendo nel suo fiore. Poi muore. Tuttavia, in quel momento, lascia l’eredità più preziosa: i germogli basali da cui nasceranno nuove piante. In quel grande impegno, sebbene letale, gioca tutto ciò che ha. Da quella fine infelice inizia la rigenerazione.» Tornando quindi al nostro quesito iniziale, ne vale la pena? «Forse sì, se si pensa all’agave, che scommette e spende tutte le proprie risorse per fare quell’unico fiore e infine per dare vita a nuove piante.»

©PH Sara Davide

Courtesy CHEZPLINIO and Malte Bartsch

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Scritto da Giorgia Massari

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