Dalla fotografia alla pittura, fino alla scultura: il percorso dell’artista Leonardo Glauso non segue una traiettoria lineare, ma si sviluppa attraverso la curiosità di esplorare linguaggi e possibilità espressive differenti. Nato a Firenze nel 1989, l’artista multidisciplinare ha iniziato la propria ricerca attraverso l’immagine fotografica, indagando in particolare il corpo e il rapporto tra intimità e rappresentazione. Un interesse che non ha abbandonato, ma che nel tempo si è trasformato, lasciando spazio a nuove forme e materiali.
Se in fotografia il punto di partenza è spesso qualcosa che esiste, la pittura gli permette di costruire immagini senza necessariamente riferirsi alla realtà, mentre la scultura introduce una dimensione fisica, in cui la materia diventa parte attiva del processo creativo. Al di là della tecnica utilizzata, a tenere insieme questi lavori è una ricerca che guarda alla sintesi, alla presenza e all’assenza, cercando di arrivare all’essenziale senza esaurire tutte le possibilità di interpretazione.
Avevamo già raccontato il suo lavoro su Collater.al con Erotic Photography, il libro dedicato al nudo artistico. Oggi torniamo a parlare con lui per approfondire cosa è cambiato nel suo modo di osservare, creare e dare forma alle immagini, e per capire come una pratica artistica possa evolversi senza necessariamente trovare una definizione definitiva.



Cambiare linguaggio, seguire la ricerca
Qualche anno fa, su Collater.al, avevamo raccontato Erotic Photography, il tuo libro dedicato al nudo artistico. Guardando al tuo lavoro di oggi, cosa è cambiato nel tuo modo di osservare e rappresentare la figura umana? C’è qualcosa di quella ricerca che continua a guidarti?
La fotografia mi ha insegnato a osservare il corpo, ma anche a capire che non tutto ciò che vediamo coincide con ciò che percepiamo. Oggi mi interessa sempre meno la rappresentazione fedele della figura umana e sempre più ciò che può emergere dalla sua semplificazione. Il corpo diventa una forma, una presenza capace di suggerire emozioni e stati d’animo senza doverli necessariamente raccontare. Di quella ricerca rimane soprattutto l’interesse per il rapporto tra intimità e immagine, e per ciò che resta nascosto dietro una superficie.
Negli ultimi anni la tua ricerca si è estesa dalla fotografia alla pittura e alla scultura. Come è avvenuto questo passaggio? È nato dal desiderio di esplorare nuove possibilità espressive o dalla sensazione che alcune idee avessero bisogno di un mezzo diverso per prendere forma?
È stato un passaggio graduale, nato dalla curiosità di esplorare nuove possibilità espressive. La fotografia parte da una realtà che esiste, mentre la pittura mi permette di costruire un’immagine senza dover necessariamente partire da qualcosa di riconoscibile. Posso modificarla, ridurla, lasciare che emerga attraverso il gesto. Con la scultura, invece, il rapporto con la forma diventa fisico: la materia introduce una resistenza, un limite, ma anche possibilità nuove. Mi piace scoprire cosa può accadere quando mi avvicino a una tecnica diversa e come questa possa influenzare il mio modo di lavorare. Ogni linguaggio apre possibilità che spesso non avevo previsto.



Quanto conta l’improvvisazione nel tuo processo creativo? Parti da un’idea precisa o lasci che siano i materiali e il gesto a guidarti?
Parto spesso da un’intuizione, più che da un’idea definita. Il processo è fluido e si sviluppa attraverso il fare: un gesto, un segno o una forma possono cambiare la direzione del lavoro. Mi interessa lasciare spazio all’imprevisto e vedere dove mi conduce, senza cercare di controllare ogni passaggio. Allo stesso tempo, è importante capire quando fermarsi. Cerco una forma essenziale, in cui non ci sia nulla di superfluo, ma che conservi qualcosa di aperto, lasciando spazio a interpretazioni diverse.
Tra fotografia, pittura e scultura, il tuo lavoro attraversa linguaggi differenti senza perdere una certa coerenza visiva. Oggi senti di aver trovato una direzione artistica precisa oppure preferisci considerare la tua ricerca come un processo ancora aperto, in cui ogni nuovo medium può mettere in discussione ciò che hai fatto fino a quel momento?
Credo che esista un filo conduttore nel mio lavoro, anche se la ricerca rimane in continua evoluzione. Mi interessa ridurre le immagini all’essenziale, lavorare sulla presenza e sull’assenza, lasciare che una forma suggerisca più di quanto mostri. Questo approccio può attraversare linguaggi diversi senza perdere la propria natura. Allo stesso tempo, sono curioso di esplorare nuove tecniche e materiali, perché ognuno offre strumenti e possibilità differenti. Non sento il bisogno di definire una direzione una volta per tutte: preferisco seguire il processo, lasciando che siano la curiosità e il lavoro stesso a suggerire nuove strade.
Nel lavoro di Leonardo Glauso, cambiare tecnica non significa ricominciare da capo, ma trovare nuovi modi per interrogare la stessa idea. Fotografia, pittura e scultura diventano così strumenti diversi di una ricerca che non cerca risposte definitive, ma continua a trasformarsi.




