Non tutte le opere che attirano l’attenzione sono quelle che si fanno notare immediatamente. A volte, per scoprire qualcosa di interessante, bisogna fermarsi davanti a una ricerca che non conosciamo, lasciarsi incuriosire da un linguaggio insolito o provare a guardare la realtà da una prospettiva diversa. È anche per questo che Artissima continua a essere uno degli appuntamenti più interessanti per chi vuole esplorare le direzioni dell’arte contemporanea.
Si è conclusa ieri, 1 novembre, la trentatreesima edizione della fiera torinese, che per quattro giorni ha trasformato l’Oval Lingotto in un punto d’incontro tra artisti, gallerie, curatori e collezionisti provenienti da tutto il mondo. Con 183 gallerie da 35 Paesi, oltre 34.000 visitatori e 37 realtà alla loro prima partecipazione, Artissima 2026 ha confermato la propria vocazione internazionale, mantenendo al centro un’attenzione particolare per la sperimentazione e le nuove ricerche artistiche.

Il tema scelto per quest’anno, Fancy: A Flexible, Acrobatic Body, prende ispirazione dal pensiero della filosofa Martha C. Nussbaum e dalla capacità dell’immaginazione di superare il proprio punto di vista, attraversare differenze e aprire possibilità inedite. Un invito che si riflette nelle opere e nei progetti presentati, tra linguaggi, materiali e approcci capaci di mettere in discussione ciò che consideriamo familiare. Ma al di là dei numeri e delle dinamiche del mercato, una fiera come Artissima è soprattutto un’occasione per scoprire artisti e percorsi che meritano di essere seguiti. Tra le tante proposte incontrate in questa edizione, abbiamo selezionato cinque talenti che, attraverso le loro ricerche, raccontano qualcosa di interessante sul presente e sulle possibili evoluzioni dell’arte contemporanea.
Nicolae Romanițan: reliquie di un mondo tra videogiochi e Medioevo
Le opere di Nicolae Romanițan sembrano provenire da un archivio impossibile, in cui videogiochi, manoscritti medievali, immagini digitali e frammenti di materiali recuperati convivono senza rispettare una cronologia precisa. Presentato da Biju nella sezione New Entries, l’artista rumeno costruisce un immaginario che mescola riferimenti apparentemente lontani, facendo incontrare iconografie religiose, creature demoniache e linguaggi legati alla cultura pop.
La serie Relic è particolarmente rappresentativa di questa ricerca. Romanițan dipinge a olio su superfici non convenzionali, come frammenti di cemento e materiali da costruzione, trasformandoli in oggetti che sembrano reperti di una civiltà sconosciuta. Titoli come Castlevania Meets Byzantine Demon Again o Dial-Up connection with God suggeriscono un cortocircuito tra spiritualità, tecnologia e cultura videoludica. L’artista non si limita a citare questi universi: li mette in relazione per affrontare temi come alienazione, violenza, morte e assurdità della guerra, con un immaginario spesso perturbante ma attraversato da un’ironia sottile.




Massimiliano Gottardi: quando i bicchieri diventano architetture della memoria
Nello stand di Alice Amati, Massimiliano Gottardi trasforma un oggetto legato a un gesto quotidiano, il bicchiere da prosecco o champagne, in qualcosa che assomiglia a un’architettura. In Palazzo della memoria (Roman Rooms), una struttura composta da bicchieri ripetuti costruisce una sorta di labirinto verticale. Il riferimento è alla tecnica del “palazzo della memoria”, metodo mnemonico che associa ricordi e informazioni a luoghi immaginari. Qui, però, la memoria sembra perdere la propria funzione: anziché custodire ricordi, la struttura diventa uno spazio in cui questi si disperdono.
La scelta dei calici non è casuale. Sono oggetti che rimandano a celebrazioni e rituali, ma anche a ciò che rimane quando una festa è finita. Gottardi lavora spesso con elementi familiari, sottraendoli alla loro funzione originaria e collocandoli in contesti che ne modificano il significato. Il risultato è una scultura che oscilla tra riconoscibilità e straniamento, facendo emergere una dimensione più fragile e ambigua degli oggetti domestici




Magdalena Lazar: ciò che scartiamo continua a vivere
C’è una vita che si sviluppa ai margini del nostro sguardo: nei materiali abbandonati, nei residui organici, nelle trasformazioni lente che accompagnano il deterioramento. È proprio da ciò che generalmente viene ignorato che parte la ricerca di Magdalena Lazar, artista polacca che indaga quella che definisce un’“archeologia del presente”. Le sue opere osservano le tracce lasciate dalle promesse di progresso e dalle utopie fallite, interrogando il rapporto tra esseri umani e ambiente.
La materia, nel suo lavoro, non è mai un elemento neutro. Metallo, vetro e tessuti possono apparire fragili o minacciosi, puliti o contaminati, ma soprattutto continuano a trasformarsi. In Second Sun (2026), presentata da bliss gallery ad Artissima, il tessuto jacquard dialoga con una struttura in acciaio inox e una lampada vintage, creando un assemblaggio in cui oggetti e materiali sembrano assumere una nuova funzione. Location Shared, invece, è una scultura in acciaio che porta al centro il tema della condivisione dello spazio.
Lazar non propone una natura idealizzata, separata dall’intervento umano: mostra piuttosto un sistema in cui scarti, organismi e materiali industriali continuano a interagire. Guardare le sue opere significa quindi spostare l’attenzione su ciò che resta, su ciò che si trasforma e su forme di vita che esistono anche al di fuori delle nostre categorie.



Cian Dayrit: tessuti che raccontano le strutture del potere
Con Natural Histories of Struggle: Cult, presentata da NOME, Cian Dayrit utilizza il tessuto come una superficie sulla quale riscrivere storie di potere, colonialismo e resistenza. L’opera, realizzata nel 2021 in collaborazione con RJ Fernandez e Henricus, combina oggetti, ricami, immagini e stampa digitale su stoffa. Non si tratta di una semplice composizione decorativa: la stratificazione dei materiali costruisce un linguaggio visivo che richiama simboli e sistemi attraverso cui le istituzioni hanno rappresentato e organizzato il mondo.
La pratica dell’artista filippino attraversa cartografia, archeologia, storia e mitologia, interrogando le narrazioni dominanti e i loro effetti sulle comunità marginalizzate. Mappe, tessuti e installazioni diventano strumenti per rendere visibili le conseguenze dello sfruttamento e delle gerarchie coloniali. In questo lavoro, il ricamo e l’immagine stampata non sono soltanto tecniche, ma modalità attraverso cui mettere in discussione ciò che viene considerato storia ufficiale.


Susanna Inglada: figure deformate e tensioni nascoste nei disegni
L’ultimo nome della selezione è Susanna Inglada, presentata dalla Galerie Maurits van de Laar nella sezione Disegni. Nelle sue opere, il disegno supera la dimensione bidimensionale per diventare una scena teatrale, popolata da figure espressive e deformate, gesti simbolici e relazioni cariche di tensione. Attraverso carboncino e acrilico su carta colorata, l’artista spagnola costruisce immagini che sembrano raccontare situazioni familiari, ma che progressivamente rivelano dinamiche più ambigue.
La sua ricerca affronta temi come potere, autorità, corruzione e disuguaglianza di genere. In lavori come El Pilar, presentato ad Artissima, le figure e le loro interazioni diventano parte di un racconto visivo in cui il corpo è spesso il luogo in cui si manifestano conflitti e rapporti di forza. Inglada, che ha un background teatrale, utilizza il disegno come uno spazio di messa in scena: non illustra una storia già definita, ma costruisce immagini aperte, in cui lo spettatore è chiamato a interpretare ciò che accade.




Forse è proprio questo il valore di una fiera come Artissima, non offrire risposte definitive, ma aprire nuove prospettive e lasciare emergere domande inaspettate. Tra materiali trasformati, memorie da ricostruire e immagini che mettono in discussione ciò che conosciamo, questi cinque artisti ci ricordano che l’arte continua a trovare modi sempre diversi per raccontare il presente. E, soprattutto, per farci guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi.
