Un dipinto imponente, che si estende per ben 23 metri, cattura subito lo sguardo e apre il percorso della personale di Ruth Ige (Nigeria, 1992), intitolata The Evocation of Worlds. Dal 23 agosto al 15 novembre 2026, la Te Uru Waitākere Contemporary Gallery di Titirangi, in Nuova Zelanda, presenta una serie di opere intense, nate da una profonda spiritualità e dal desiderio di dare forma ai sogni.
Nel suo lavoro, Ruth Ige intreccia la storia della diaspora africana con le proprie origini: Yoruba da parte di padre e Igbo da parte di madre. L’artista guarda alla ricca tradizione nigeriana, richiamando il simbolismo dell’animismo e l’energia racchiusa nella scelta degli ingredienti e dei materiali che accompagnano il processo creativo.


Radici, frutti e polveri, legati a una profonda conoscenza delle pratiche artigianali, entrano nella realizzazione di una pittura che vuole restituire il battito degli esseri viventi e del mondo. Ruth Ige, da tempo residente a Tāmaki Makaurau Auckland, in Nuova Zelanda, è anche autrice di poesie luminose, che dialogano con le immagini e le figure dei suoi grandi dipinti.
Le radici e le polveri raccolte, attraverso gesti che richiamano una manualità tradizionale, a tratti sciamanica e curativa, diventano parte di una celebrazione dell’arte che vuole raccontare sentimenti, contraddizioni e modi diversi di stare al mondo, sempre in ascolto degli altri. Colori come il blu intenso dell’indaco racchiudono, per Ruth, l’energia e il legame profondo con la propria terra d’origine, ma anche la forza di chi resiste e non dimentica le proprie radici.


In Nigeria, infatti, l’indaco è legato a una tradizione artigianale di grande valore: l’Adire, un tessuto pregiato utilizzato tanto nella vita quotidiana quanto durante eventi e celebrazioni importanti. La sua lavorazione, affidata soprattutto alle mani delle donne, rappresenta una pratica tramandata nel tempo, ricca di significati e conoscenze. Energia divina, fertilità e protezione sembrano accompagnare questa tonalità, che richiama le figure degli dèi e porta con sé una molteplicità di simboli e significati. Sia Eshu, l’orisha messaggero, sia Yemoja, la signora delle acque e protettrice della femminilità, sono legati a questo universo cromatico, in cui il colore diventa espressione di una potente energia.
Come si intuisce anche dai titoli poetici che Ruth assegna a ogni opera (Figlia della maternità; E l’acqua portava le sue canzoni; Buon viaggio… e avevi la capacità di viaggiare attraverso dimensioni, tempi e regni), nella sua pittura c’è il desiderio di dare spazio a sentimenti profondi e restituire dignità alle esperienze di chi, nella diaspora, ha dovuto affrontare violenza, discriminazione e indifferenza.

Il mistero che emerge dai volti neri dipinti, privi di tratti fisiognomici definiti e quindi impossibili da ricondurre a un’identità precisa, apre così alla possibilità di evocare una forza spirituale capace di agire sul mondo, sulle sue dinamiche e sulle sue contraddizioni. Per Ruth Ige, infatti, creare significa anche prendere posizione e intervenire nella realtà, attraverso un’estetica che non rinuncia a una dimensione etica. Ogni pigmento e ogni materiale presenti in mostra raccontano il desiderio di un incontro, che passa anche attraverso la scelta di sorprendere lo spettatore con volti enigmatici, dalle identità miste e mai del tutto definite.
Una presenza misteriosa, generosa e potente come quella della Grande Madre abbraccia allora figure che, proprio come le tele in mostra, sono attraversate da sentimenti, generosità e da un forte senso di comunità. Una superficie dai riflessi acquosi, brillante e delicata come un velo finemente lavorato, accoglie il riverbero di una mano quasi magica, come l’Àse yoruba, e ne restituisce tutta la forza vitale.



