Art Kate Clark dà un volto umano agli animali, mettendo in discussione il confine tra le due specie
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Kate Clark dà un volto umano agli animali, mettendo in discussione il confine tra le due specie

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Arianna Maria Leva

Cosa succederebbe se, guardando un animale, invece che un muso ci trovassimo improvvisamente davanti a un volto umano? Non una maschera, né una somiglianza appena accennata, ma un viso capace di restituirci uno sguardo, un’espressione e una presenza familiare. È da questo cortocircuito visivo che prende forma il lavoro di Kate Clark, artista statunitense che utilizza la tassidermia per costruire sculture a metà tra il mondo umano e quello animale.

Nelle sue opere, cervi, antilopi, zebre e altri grandi mammiferi conservano il proprio corpo, il pelo, le corna e le proporzioni originarie, ma al posto del muso hanno un volto umano. Il risultato è una figura difficile da classificare: abbastanza animale da sembrare uscita da un museo di storia naturale, abbastanza umana da provocare un’immediata reazione di riconoscimento. Non si tratta semplicemente di trasformare un animale in una creatura fantastica. Clark interviene proprio sul nostro modo di guardare, costringendoci a riconsiderare quanto sia sottile la distanza che continuiamo a stabilire tra noi e le altre specie.

Il punto di partenza della ricerca di Kate Clark non è stato inizialmente la tassidermia, ma il volto umano. Durante gli studi alla Cranbrook Academy of Art, l’artista si è interessata alla capacità delle espressioni facciali di comunicare emozioni e permetterci di riconoscere immediatamente chi abbiamo davanti. Da questa riflessione è nata l’idea di trasferire quei tratti su corpi appartenenti a un’altra specie. La prima sperimentazione ha coinvolto un cervo con un volto umano di dimensioni persino superiori a quelle del suo stesso viso. Un esperimento che ha aperto la strada a una pratica destinata a diventare il tratto distintivo del suo lavoro.

La realizzazione delle sculture richiede un processo che unisce modellazione e tecniche tradizionali di tassidermia. Clark scolpisce a mano i volti, spesso partendo da modelli umani reali, utilizzando materiali come l’argilla polimerica. Successivamente li riveste con porzioni di pelle animale, lavorando sulla continuità tra la superficie del viso e quella del corpo. Il pelo, le macchie, le variazioni cromatiche e le caratteristiche anatomiche dell’animale non vengono nascosti, ma diventano parte integrante della fisionomia del nuovo soggetto. Anche gli spilli e le cuciture utilizzati per assemblare le diverse parti possono rimanere visibili: anziché costruire un’illusione perfetta, l’artista lascia emergere il processo che ha dato origine alla figura.

Questa scelta è importante perché impedisce alle sculture di diventare semplici esercizi di illusionismo. Ciò che vediamo non è un animale travestito da essere umano, ma una nuova identità costruita attraverso l’incontro di due corpi. Le espressioni sono spesso serie, concentrate, talvolta malinconiche. Non cercano di imitare quelle di un animale né di riprodurre una particolare emozione umana. Sembrano piuttosto appartenere a qualcuno che osserva il mondo da una prospettiva diversa dalla nostra.

È proprio questa ambivalenza estetica a rendere le sculture interessanti anche al di là del loro impatto visivo. Davanti a queste figure, il primo impulso è cercare di capire cosa stiamo guardando. Poi, quasi inevitabilmente, iniziamo a soffermarci sulle espressioni, sugli occhi e sulla postura. Il corpo appartiene a una specie, il volto a un’altra, ma la nostra attenzione finisce per concentrarsi sulla persona che sembra emergere da quella combinazione. In questo modo Clark mette in discussione un meccanismo molto comune: riconosciamo più facilmente una forma di individualità quando riusciamo a ritrovare qualcosa di umano in ciò che abbiamo davanti.

Le installazioni museali dele opere dall’artista permettono di osservare come queste opere cambino significato a seconda dello spazio che le accoglie. Nel 2016, per esempio, Clark ha presentato Mysterious Presence al Newcomb Art Museum di New Orleans e successivamente all’Hilliard Art Museum. Le sale ospitavano figure isolate su piedistalli, teste scolpite e animali a grandezza naturale, distribuiti in modo da creare incontri ravvicinati tra le opere e i visitatori.

In alcune immagini dell’allestimento si vedono tre antilopi dalle lunghe corna disposte una accanto all’altra, come se fossero ferme in attesa. In altre, due figure dal corpo animale e dal volto umano sembrano interagire su una base ricoperta di frammenti bianchi. La disposizione essenziale delle sale, con pareti chiare e piedistalli bianchi, lascia che siano le sculture a occupare completamente lo spazio. Non c’è bisogno di scenografie elaborate: sono le loro proporzioni, le superfici e soprattutto gli sguardi a costruire una relazione con chi attraversa la mostra.

Un altro contesto significativo è quello del Getty Museum, dove il lavoro di Clark è entrato in dialogo con i bestiari medievali. In quei manoscritti gli animali, reali o immaginari, venivano spesso utilizzati per trasmettere insegnamenti morali e significati simbolici. Le sculture dell’artista riprendono idealmente quell’universo di creature ibride, ma ribaltano la prospettiva: non cercano di attribuire agli animali un significato umano, quanto piuttosto di ricordarci che la nostra stessa identità è inseparabile dal mondo naturale.

C’è anche una questione materiale che attraversa il lavoro di Clark, l’utilizzo di vere pelli animali potrebbe sembrare in contraddizione con una ricerca che invita a ripensare il nostro rapporto con le altre specie. L’artista ha affrontato direttamente questo aspetto, spiegando in un’intervista di recuperare pelli che non verrebbero utilizzate per altri scopi, spesso perché danneggiate, secche o imperfette. La scelta di lavorare con materiali autentici è legata anche alla loro consistenza: per Clark, la superficie della pelle, con le sue irregolarità e caratteristiche organiche, crea una connessione fisica con quella umana che sarebbe difficile ottenere attraverso materiali sintetici.

In fondo, le sculture di Kate Clark non cercano di stabilire quale specie sia più vicina all’altra, né di immaginare un mondo in cui uomini e animali si scambiano semplicemente i ruoli. Il loro interesse sta proprio nel mantenere aperta questa zona di incertezza. Ci ricordano che gli animali non sono soltanto figure da osservare, classificare o rappresentare, ma esseri con una propria individualità, che spesso fatichiamo a riconoscere perché abituati a considerarli separati dalla nostra esperienza.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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