Da Armani a Jonathan Anderson: gli stilisti che hanno vestito il cinema

Il rapporto tra gli stilisti e il mondo del cinema ha radici profonde e affascinanti, intrecciando due universi creativi che si influenzano reciprocamente. Dall’epoca d’oro di Hollywood fino ai giorni nostri, questa collaborazione ha definito mode, stili e, spesso, l’identità visiva di intere generazioni di spettatori.

Negli anni ’30 e ’40, con l’ascesa dell’industria cinematografica, i costumi divennero un elemento essenziale per definire i personaggi e le ambientazioni. Sebbene non fossero ancora in voga le collaborazioni tra registi e stilisti, fu proprio in quegli anni che la figura del costumista inizia ad acquisire sempre più valore, tanto da poter essere paragonata agli stilisti di oggi visto che le loro creazioni per il grande schermo diventavano immediatamente dei trend da seguire. Due sono le figure che hanno davvero fatto la storia.  
Il primo è Adrian Adolph Greenberg, conosciuto da tutti semplicemente come Adrian. Diventato a soli 25 anni il chief costume designer della MGM, Adrian fu colui che plasmò lo stile di Greta Garbo e di molte altre dive il cui stile venne imitato da migliaia di donne in tutto il mondo. L’influenza delle sue creazioni fu tale che nel 1932, una volta terminato l’abito bianco indossato da Joan Crawford in Ritorno, vendette il modello ai grandi magazzini Macy’s che ne realizzarono una versione adatta a tutte le tasche. Le donne americane impazzirono letteralmente e in una settimana ne furono vendute più di 500 mila unità. 

L’altro grande nome di quel periodo è sicuramente quello di Edith Head. Se non avete mai sentito il suo nome vi basti pensare che ad oggi è la donna che ha vinto più Oscar e ha ricevuto più candidature: stiamo parlando di 8 statuette vinte su un totale di 35 nomination. Sono oltre quattrocento i film ai quali ha lavorato e alcuni look da lei curati sono entrati di diritto nella storia, oltre a influenzare la moda soprattutto degli anni ’50. Dagli abiti di Audrey Hepburn in Vacanze romane a quelli di Elizabeth Taylor in Un posto al sole, fino a quello che può essere considerato il suo più grande capolavoro, ovvero gli abiti indossati da Grace Kelly in La finestra sul cortile. Per quel film un vero e proprio pezzo d’arte è sicuramente l’abito parigi, ovvero il vestito bianco e nero indossato dalla Kelly nelle prime scene del film che ha influenzato il mondo della moda per gli anni a venire. Infatti, oltre a essere omaggiato in altre produzioni cinematografiche, alcune voci dicono che fu proprio questo abito ad anticipare lo stile della collezioni Ligne Corolle lanciata da Christian Dior nel 1954 e caratterizzata da una linea che si stringe in vita per aprirsi in una gonna lunga fino al polpaccio. 

Sulla scia di ciò che ha fatto Dior, negli anni ’60 altri stilisti francesi hanno capito il potenziale del cinema per veicolare il loro gusto e mostrare a un pubblico molto più ampio le proprie creazioni e vediamo appunto apparire sul tavolo da gioco Hubert de Givenchy e Yves Saint Laurent, che senza neanche farlo apposta si sono confrontati con lo stesso vestito: il tubino nero.
Così da un lato abbiamo Hubert de Givenchy, autore degli abiti indossati da Audrey Hepburn prima in Cenerentola a Parigi e qualche anno dopo nel cult Colazione da Tiffany. È proprio qui che fa il suo ingresso il famoso tubino nero, completato poi con guanti, collana di perle, tiara e grandissimi occhiali da sole, che la Hepburn porta tra le strade di New York. Dall’altro troviamo Yves Saint Laurent che – oltre ad aver personalmente curato gli abiti di Claudia Cardinale e Capucine ne La Pantera Rosa del 1963 – ha soprattutto disegnato il tubino nero con colletto e polsini bianchi indossato da Catherine Deneuve in Bella di giorno. 

Arriviamo agli anni ’80 – anzi proprio al 1980 – quando al cinema esce “American Gigolò”, diretto da Paul Schrader. Il film è diventato un cult tanto per la trama e l’interpretazione di Richard Gere nei panni del giovane e affascinante gigolò Julian Kay, tanto per gli abiti che lui indossa, firmati tutti Armani. Questa pellicola è solo la prima di una lunga lista di collaborazioni tra Giorgio Armani e il mondo del cinema.

Più che un costumista, che plasma gli abiti sui personaggi, Armani ha dimostrato di essere uno stilista sia in passerella che sul grande schermo e sono i personaggi a essere perfetti per i suoi abiti eleganti, diventati suo marchio di fabbrica. Così personaggi come quello di Richard Gere, quelli dei poliziotti interpretati da Kevin Costner e Sean Connery ne Gli intoccabili, dei ladri George Clooney e Brad Pitt nella serie Ocean’s, ma anche quello del Batman di Nolan vestito da Christian Bale non possono che indossare completi Armani. 

Il legame tra l’alta moda e il cinema continua negli anni ’90 ed è il momento di lasciare spazio a uno stile più sexy, come dimostra il mini abito nero con dettagli dorati che Gianni Versace ha disegnato per Elizabeth Berkley per il suo ruolo nel film Showgirls, e che rispecchiava completamente i look che lo stilista presentava in quegli anni in passerella.

Anche lo stile delle collezioni di Jean-Paul Gaultier possiamo rivederlo in un film simbolo degli anni ’90, ovvero Il quinto elemento. L’outfit composto da anfibi, pantaloni cargo e canottiera arancione indossato da Bruce Willis è ben impresso nelle nostre menti e le tute attillate e body e con cut-out o dettagli arancioni studiati appositamente per Milla Jovovich sono ancora oggi alcuni dei look più riprodotti dai cosplayer di tutto il mondo. 

Se si parla del legame speciale che ha unito alta moda e cinema negli anni Novanta non si può non parlare degli Oscar del 1996. Durante la cerimonia, arrivato il momento della premiazione della categoria Costume Design, sono saliti sul palco Pierce Brosnan, accompagnato da Claudia Schiffer e Naomi Campbell, che hanno introdotto il premio. La vera presentazione dei film nominati sono poi stati presentati con una vera e propria sfilata. Ebbene sì, per circa tre minuti il palco del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles si trasformò nel fashion show al quale nessuno avrebbe voluto mancare. 

Prima di arrivare alle collaborazioni contemporanee bisogna fare una breve parentesi dedicata al lavoro fatto da Miuccia Prada, che al contrario di tutti gli altri ha realizzato i costumi per un film d’animazione. Si tratta di Appleseed: Ex Machina – il secondo capitolo della trilogia giapponese Appleseed diretta da Shinji Aramaki – per il quale Miuccia stessa ha disegnato due degli abiti indossati dalla protagonista Deunan Knute. 

Arriviamo così ai giorni nostri in cui sono due i nomi che spiccano: Anthony Vaccarello e Jonathan Anderson. 
Se il nome del direttore creativo di Yves Saint Laurent nel ruolo di produttore esecutivo lo possiamo trovare in molti film, come costumista ha lavorato in prima persona a due produzioni. La prima è il cortometraggio Strange Way of Life, diretto da Pedro Almodóvar con Pedro Pascal e Ethan Hawke, mentre la seconda è l’ultimo film di Sorrentino Parthenope, dimostrando come sia in grado di creare dei look capaci di diventare dei trend sia che si tratti di un film western sia che si tratti di una produzione che fa dell’estete italiana e della sua atmosfera le sue protagoniste. 

L’esperienza di Jonathan Anderson è invece strettamente legata a un regista, Luca Guadagnino. È stato proprio Guadagnino, infatti, a volere il direttore creativo di Loewe come costumista sia di Challengers sia di Queer. Un vero e proprio caso è stato quello della t-shirt di Loewe con la scritta “I TOLD YA” indossata da Zendaya in Challengers. La collaborazione per Queer, invece, ha prevosto anche il lancio di una collezione firmata JW Anderson dedicata al film.  

La sinergia tra cinema e moda continua ancora oggi a plasmare entrambe le arti. Ogni collaborazione dimostra come il confine tra alta moda, cinema e tendenze è sempre stato molto sottile e come le creazioni realizzate dagli stilisti per i film sono sempre stati in grado di influenzare stili e mode, da Grace Kelly a Zendaya.




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