Collyrium – Il cinema contorto e claustrofobico di Roman Polanski

Andrea Jean Varraud · 1 anno fa
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In questo nuovo episodio di Collyrium parleremo di Roman Polanksi, sicuramente uno dei registi più oscuri ed intriganti della contemporaneità.

Il suo cinema profondamente disturbante e, in un secondo periodo, anche molto teatrale, affonda le sue più profonde radici nella vita estremamente travagliata del regista. La vita di Polanski è stata segnata da varie tragedie che inevitabilmente hanno lasciato delle profonde cicatrici nella sua filmografia.

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Roman nasce a Parigi nel 1933 da una famiglia di origine ebraica, che a causa del sempre crescente antisemitismo decide di muoversi a Cracovia, città d’origine del padre. Purtroppo questa scelta non fu molto fortunata, infatti dopo poco, la famiglia fu spostata nel ghetto ed entrambi i genitori furono deportati al contrario del piccolo Roman, che riuscì a fuggire dal ghetto cittadino per trovare salvezza presso una contadina cattolica. La madre mori ad Auschwitz mentre il padre riuscì a sopravvivere nel campo di Mauthausen. 

Dopo tutto ciò, il futuro regista studia cinema a Lodz ed è durante questi anni che muove i suoi passi prima come attore e successivamente realizza i suoi primi lavori dietro la macchina da presa, iniziando con Rower, corto del 1955, di matrice autobiografica che racconta di un aggressione quasi fatale subita del regista stesso poco tempo prima. 

Da questo momento in poi, capiamo come in molti lavori di Polanski, è presente una elemento autobiografico, quasi come se cercasse di estirpare le sue più brutte e violente esperienza attraverso la trasposizione in pellicola. Questo elemento lo vedremo spiccare anche in lavori decisamente più importanti a livello di maturità e successo di critica, come nel Macbeth e nel più recente Il pianista.

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Dopo le prime esperienze, Polanski si muove traFrancia e Gran Bretagna, formando sempre di più un suo linguaggio estetico e contenutistico, dominato da elementi thriller e claustrofobici. Questi primi segni indentitari sono infatti riscontrabili in un suo lavoro del 1962: Il coltello nell’acqua, che lo stesso anno si aggiudica un premio Oscar per il miglior film straniero. Successivamente si reca in Inghilterra, dove inizia una proficua collaborazione con Gèrard Brach che darà i natali a film di stampo notevolmente surrealista come nel caso di Repulsione, horror psicologico interpretato da Catherine Deneuve e Yvonne Furneaux.

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Nel 1968, l’ormai consolidato cineasta, si sposta negli Stati Uniti, dove realizza il suo primo lavoro di straordinario successo Rosmery’s Baby dove un indimenticabile Mia Farrow, viene messa incinta dal Diavolo ed così costretta a portare nel grembo il figlio del demonio. Il genio di Polanski riesce a mettere in scena un horror pscicologico di una potenza straordinaria, dove quasi tutte le scene sono girate in un opprimente appartamento borghese, che sembra esso stesso diventare una metafora della più profonda psicologia umana, in cui molte volte l’uomo rimane intrappolato non riuscendo più a distinguere cosa è reale e cosa non lo è. Rosmery’s Baby fa parte della cosiddetta trilogia dell’appartamento  (Repulsione, Rosmary’s Baby e L’inquilino del terzo piano) in cui il regista franco-polacco analizza, seppure sempre in maniera varia, proprio il rapporto tra l’opprimente realtà domestica e la mente umana.

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Nonostante il clamore suscitato da questa pellicola, Polanski non fa tempo a godersi la gloria nemmeno per un attimo. Infatti nel 1969 sua moglie Sharon Tate, la quale era incinta all’ottavo mese del loro primogenito, viene uccisa in casa sua durante una cena tra amici da degli adepti della setta di Charles Manson, famoso serial killer che operava proprio in quegli anni nello stato della California. Proprio su questo fatto, sarà basato C’era una volta a Hollywood, il prossimo film di Tarantino che uscirà nel 2019.

Ci vorranno degli anni prima che il regista torni a dedicarsi alla sua professione. I film successivi a questa cruenta morte, saranno fortemente viscerali, in particolare nella trasposizione cinematografica del Macbeth, dove alcuni critici individuarono delle somiglianze quasi nauseanti tra l’assassinio di Lady Macbeth e quello della defunta moglie.

Il cinema contorto e claustrofobico di Roman Polanski | Collater.al 1

Dovremo attendere il 1974 per vedere proiettato nelle sale un altro grandissimo successo del regista: Chinatown. Un giallo cosparso di intrighi dove vediamo un Jack Nicholson a dir poco straordinario, che si accaparra una nomination agli Oscar come miglior attore protagonista.

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Ma dopo il successo di quest’ultimo film e l’imminente ascesa all’olimpo Hollywoodiano, Polanski fa ritorno nella sua amata Europa, più precisamente a Parigi, dove tutt’ora vive e opera. È durante questi anni che vede la luce L’inquilino del terzo piano, pellicola che chiude la Trilogia dell’appartmento iniziata diversi anni prima.

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La sua successiva filmografia è densa di gioielli cinematografici, ma quello che sicuramente brilla di più, è senza dubbio Il pianista che lo consacra finalmente con una Palma d’Oro e un Oscar alla miglior regia. Questo film, ormai celeberrimo, narra la triste avventura di un musicista ebreo polacco durante la seconda guerra mondiale. Nonostante la vicenda sia ispirata a una storia vera, il regista ci inserisce parecchio di autobiografico, riuscendo quindi a toccare delle corde di realismo e crudezza visti poche volte in un opera di questo genere.

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Ovviamente la produzione di Polanski non si ferma qui, ma arriva fino ai giorni nostri con il recente Quello che non so di lei (non accolto molto positivamente ne dalla critica che dal boddeghino), preceduto però da due film estremamente anticonvenzianli ovvero Carnage e Venere in pelliccia, opere girate tutte in una stanza in cui i dialoghi e gli intrecci interpersonali diventano i veri e proprio protagonisti.

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