Coperni ha deciso di spingersi – ancora una volta – oltre i confini tra tecnologia e corpo umano con C+, una collezione che sembra uscita da un futuro in cui l’abbigliamento non si limita a vestire, ma cura. L’idea è tanto semplice quanto radicale: capi che nutrono la pelle. Dentro ogni filo, a quanto pare, vive un ecosistema di probiotici e prebiotici in grado di rigenerare il microbioma cutaneo, proteggendo e riequilibrando la pelle nel tempo. Un concept che ci ricorda come il brand parigino cerchi di spingere i limiti della tecnologia al servizio della moda. E questa volta anche con l’aiuto di Paloma Elsesser, volto della campagna.
La linea C+ comprende un body, un top e dei leggings, pensati per essere indossati ogni giorno ma con una funzione che va oltre l’estetica. Coperni ha sviluppato il tessuto insieme a HeiQ, azienda svizzera specializzata in biotecnologie tessili, dando vita a un materiale bio-based trattato con la tecnologia HeiQ Skin Care. Qui, i probiotici sono i microrganismi vivi integrati nel tessuto, mentre i prebiotici sono i nutrienti che li mantengono attivi, creando un piccolo laboratorio rigenerativo direttamente a contatto con la pelle.

Il principio è quello di un dialogo silenzioso tra corpo e tessuto: il calore, il movimento e l’attrito attivano la liberazione graduale dei microrganismi, che si trasferiscono dal capo alla pelle. In questo modo il tessuto non solo “respira” con chi lo indossa, ma diventa una sorta di membrana attiva che favorisce l’idratazione e la protezione cutanea. Quando il microbioma è in equilibrio, la pelle rimane elastica, idratata e naturalmente protetta dagli stress esterni.

Ogni dettaglio della C+ è pensato per rendere questo scambio continuo: il tessuto è leggero, aderente e flessibile, così da garantire il contatto costante tra pelle e materia viva. Gli effetti del trattamento restano attivi per circa 40 lavaggi — una durata sorprendente per un capo che unisce scienza, moda e benessere.


Con C+, Coperni sembra non voler solo introdurre una nuova categoria di abbigliamento, ma una nuova relazione tra il corpo e ciò che lo veste. È come se la cura della pelle si spostasse dall’universo della skincare a quello del ready-to-wear, fondendo le due cose in un unico gesto quotidiano: vestirsi per guarire. Un concetto nuovo, che siamo pronti a esplorare e a veder adottare anche da altri brand o solo un tentativo per far parlare di sé?
