Corrado Dalcò: “È difficile essere trasgressivi nel 2021”

Corrado Dalcò: “È difficile essere trasgressivi nel 2021”

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Photography

Il fotografo italiano Corrado Dalcò ha raccontato a Collater.al il significato delle sue fotografie erotiche. Parlando di provocazione e censura il fotografo ha fatto un punto dello stato attuale della fotografia e di come potrebbe cambiare nei prossimi anni.

Quando e come hai iniziato a fotografare?

Volevo diventare un fumettista quando ero più giovane, ma alla scuola di fumetto non piaceva il mio lavoro e ho avuto un inizio difficile. Avevo quasi rinunciato al sogno di fare qualcosa di creativo, poi ho fatto le foto a una festa per un mio amico ed è stato divertente. Ho iniziato a fotografare perché è così puro, immediato, quasi distaccato. Quando avevo nove anni, mio padre mi ha regalato una fotocamera e poi ho iniziato a fotografare amici per strada. Ho studiato arte e comunicazione, poi come dicevo prima ho affrontato diverse discipline prima di continuare con la fotografia. Ho fatto anche lavorato come DoP e qualche avventura nella regia, principalmente per capire fino dove potevo spingermi nella ricerca. Tutto il resto è venuto di conseguenza, anche se credo di aver fatto sempre il contrario di tutto, sono sempre il contrario di tutto.

Corrado Dalcò | Collater.al

Cosa ti piace raccontare attraverso la fotografia?

Di solito voglio raccontare storie. Storie di persone, di luoghi, di fatti mai avvenuti. Direi che le mie foto raccontano le mie storie, e quelle delle persone con cui interagisco. Mille fotografie, mille mila storie.

Il corpo femminile è al centro delle immagini di Corrado Dalcò. Fa parte di una ricerca della bellezza? Vuoi comunicare qualcosa attraverso quelle forme? È provocazione?

Il mio progetto di nudo femminile è nato qualche anno fa, notando l’assenza di erotismo in molte foto di nudo. Noto spesso che lo stereotipo della donna sostituisca l’immagine della donna stessa. Ero abituato a donne che ostentano una femminilità caricaturale, questo mi ha aiutato a intraprendere un percorso diverso, lavorando per far emergere il soggetto ritratto anche grazie a un processo di identificazione e al rapporto tra chi fotografa e chi viene fotografato. Scelgo delle donne in cui avverto un potenziale che posso tradurre in immagine, per riuscire a tirare fuori al massimo quella naturalezza che rende la situazione sessuale e quindi è verosimile. Più il soggetto reale, più la foto per me è erotica.
Lavoro molto sul set per avere una sensazione di centralità della donna, come persona prima che come soggetto, e di rapporto che si instaura tra la persona che fotografa e la persona che viene fotografata. È molto importante questo passaggio, cioè il significato di fotografare una persona, e fotografare una persona nuda.

Corrado Dalcò | Collater.al

Quali sono i motivi per cui si preferisce fotografare una persona nuda e quali sono i motivi che spingono i soggetti ad essere fotografati nudi?

La fotografia si presta ad amplificare le cose perché è un mezzo di moltiplicazione meccanica. Io personalmente credo che sia bello quando nell’arte si riesca a rintracciare un pizzico di provocazione e per me si tratta quasi di una necessità. Trovo che ci sia una distinzione sostanziale tra un’opera che si propone di suscitare delle reazioni e una provocazione fine a se stessa. La mera provocazione non è arte, ma una forzatura. Nelle mie immagini quel fondo di provocazione, sperimentazione sono sempre rintracciabili, come lo è il mio desiderio di spingermi sempre un po’ oltre limiti prestabiliti. Mi piace che gli animi dell’agente vengano smossi, che lo spettatore sia portato a farsi qualche domanda. Dubito che sarei mai in grado di realizzare uno scatto che accontenti tutti, che risulti rassicurante per lo spettatore, almeno quando si tratta di fotografia artistica.

Cosa è la sensualità per te?

Uno dei sentimenti più eterogenei: eccitazione, turbamento, stupore, vergogna, disappunto. Non è facile rendere la sensualità in una fotografia, per questo prendo molto spunto dalle persone che, in un modo o in un altro, vogliono dirmi qualcosa. Nell’ultimo periodo sto studiando molto la sensualità, cercando di non cadere nella provocazione, ma risulta molto difficile. Adoro avere compiti molto difficili, solo così riesco a lavorare come voglio.

Cosa è la trasgressione ed è difficile essere trasgressivi nel 2021?

Hai centrato uno dei principali problemi di discussione di tutto il mio lavoro. Ho sempre cercato la trasgressione, se così la vogliamo definire, per i motivi di cui sopra, ovvero principalmente per provocazione, per cercare di instaurare un dialogo con chi legge le immagini e chi le crea. Grazie ai social si è veramente visto di tutto, ma il punto è che ormai chi guarda non ha una cultura dell’immagine abbastanza allenata per poter distinguere cosa è veramente trasgressivo e cosa non lo è. Qualcuno su di me e le mie fotografie usò un bel termine “osceno” e l’utilizzo di questo aggettivo non è casuale. L’oscenità a cui mi riferisco è il concetto portante su cui Carmelo Bene fondava il suo teatro. O – sceno, ovvero, “fuori dalla scena”. La risposta alla tua domanda è si, è difficile essere trasgressivi nel 2021, soprattutto perché si è creato un abisso culturale che inaridisce le menti dei giovani artisti, creando solo panico.

Cosa pensi del panico morale che si è infiltrato nell’arte negli ultimi anni e della censura del corpo nudo sulle piattaforme social?

La fotografia, non solo quella definita erotica, è cambiata profondamente per due motivi: la censura che segue le linee guida e le policy; l’uso indiscriminato della commercializzazione dell’immagine per rientrare nei canoni commerciali dei social. Credo che quello che tu chiami “panico morale” (aggettivo azzeccassimo, a mio avviso) sia solo una delle conseguenze delle censure. Credo che sia inutile per un fotografo continuare a pubblicare foto con censure più o meno ridicole, generando una non-fotografia e sporcando la bellezza e la purezza dell’arte. Alcuni fotografi si giustificano brandendo l’arma del liberismo. Non credo nell’ipocrisia della censura, nel pressappochismo delle linee guida impostate dai media attivate solo per poter essere fruite commercialmente e non per esprimere un concetto, un modo di essere che in questi anni è radicalmente cambiato. Il nudo è normale, non c’è nulla di “vietato” nel nudo; sottostare o accettare le linee guida dei social non fa che impoverire la libertà di espressione. Credo che un fotografo, in quanto artista, debba aprire una parentesi e cercare di “interpretare” la censura dei social se si vuole condividere i propri lavori su questi mezzi. Per questo da anni sto cambiando la mia produzione sui social e per determinati progetti mi sto focalizzando sulla pubblicazione di progetti ad edizioni limitata; sto collaborando con DIY, una community di fotografi che periodicamente organizzano incontri espositivi di fanzine autoprodotte e non solo; è una sorta di condivisione delle nostre esperienze e progetti, condividendo anche critiche e suggerimenti, insieme a tanta birra.

Pensi che al di là di questo, stia cambiando realmente l’atteggiamento nei confronti dei canoni di bellezza?

Direi di si, anche se la risposta corretta sarebbe “dipende”. Lavorando nella moda, i canoni di bellezza sono imposti principalmente dai designer, anche se ultimamente le incursioni verso nuovi modelli di bellezza si sta intensificando, probabilmente perché la moda ha sempre bisogno di nuovi stimoli. Ma prendiamola come una cosa positiva, che aiuta le nuove idee ad uscire, a consolidarsi, anche se l’impressione generale non sembra funzionare benissimo. Ho come l’impressione che le cose stiano andare per il verso giusto, ma basta un attimo che si ritorna ad un concetto feudale di canoni di bellezza. Ho da sempre guidato i miei progetti fuori dalle linee guida della normalità, fuori dai canoni di bellezza prima imposti dalla moda, poi dai social, eppure ho sempre l’impressione di scontrarmi conto un flaccido muro di gomma; come dicevo all’inizio, sono da sempre il contrario di me stesso.

Corrado Dalcò | Collater.al
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Quella noia mortale delle code in autostrada

Quella noia mortale delle code in autostrada

Chiara Sabella · 3 giorni fa · Art

Quando rimaniamo imbottigliati nel traffico siamo tutti uguali, ognuno nella sua auto avverte un fastidio universale, si intrattiene come può e aspetta. Questa situazione diventa un viaggio immaginario in Jamming, l’ultimo racconto illustrato del designer Sebastian König, che raffigura il viaggio in macchina come un’ironica avventura.  

Tutto si ambienta nell’Autobahn, il sistema autostradale tedesco e parte dei ricordi d’infanzia di König. Qui il tempo si dilata e viene scandito da piccole gag, tra le aree di sosta, le carovane di automobilisti e le stazioni di servizio. “É come un nuovo mondo in cui entri, quando sei sulla strada se rimani bloccato non c’è modo di scappare, tu e gli altri guidatori dovete accettare nuove regole” spiega l’illustratore in un’intervista a It’s Nice That. 

Lavorando per semplificazione di forme e colori, König utilizza uno stile minimal e texture granulose che ricordano la cartapesta. L’estetica rétro rimanda volutamente alla “scatolosità delle vecchie auto” e alla “brutta bellezza” delle infrastrutture contemporanee, che da sempre affascinano l’illustratore. Per l’artista, nonostante la loro artificialità i paesaggi costruiti dall’uomo, come le autostrade, rappresentano un luogo d’incontro e un punto di vista inedito da cui riscoprire l’umanità. 

Un lungo viaggio in auto comporta anche una serie di esigenze collaterali, dal dover sgranchire le gambe con una passeggiata nel traffico, alle liti tra i bambini piccoli che condividono la noia e il piccolo spazio. Sono bisogni primari, spesso urgenti, che mostrano l’aspetto più umano dei nostri viaggi e danno al racconto il sapore di un diario di sopravvivenza. 
Gli sketch comici rappresentano la varietà delle situazioni attraverso dettagli semplici e ironici che rendono unica ogni mini serie, mostrandoci l’autostrada da ogni punto di vista. 
Da veterano dei viaggi in auto, König prende spunto dalle proprie esperienze divertenti, puntando sull’umorismo e la goffaggine di certe situazioni. Un modo di ridere dei propri disagi, quando le code e gli incidenti mettono fretta anche se realmente non abbiamo niente di urgente da fare.

Quella noia mortale delle code in autostrada
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Un reticolo di vene per difendere i borghi italiani

Un reticolo di vene per difendere i borghi italiani

Tommaso Berra · 3 giorni fa · Art

All’interno del corpo umano, dalla testa ai piedi, ci sono circa 100000 chilometri tra vene e altri vasi sanguigni. Un reticolo fittissimo di canali, che come le vie di una città porta il sangue a tutti gli organi, tenendoli in vita e rigenerandoli. Partendo da questo concept l’artista Gabriele Mundula ha realizzato “Sorgente Urbana”.
L’opera d’arte interattiva affronta il tema dello spopolamento delle aree rurali e dei piccoli borghi italiani, in particolare quelli del Sud Italia. A Noci (Bari), in occasione del festival Esseri Urbani 2021, Mundula ha teso lungo le vie del borgo un reticolo di corde rosse di diversi spessori, simili a vene. Annodate a balconi, grondaie e finestre, le corde scorrono sopra le teste di coloro che camminano tra i vicoli, creando un legame corrisposto tra città e persone.

Alcune delle corde di “Sorgente Urbana” sono state lasciate libere, a disposizione dei cittadini, che potevano tirarle tendendo tutta la struttura. Si ricrea il momento in cui le vene pompano sangue dando energia a tutto il corpo, solo nell’interazione tra uomo e contesto l’opera si completa.
L’idea di Gabriele Mundula oltre ad essere molto scenografica è una lettura simbolica del significato delle tradizioni. Tirare le corde o unire pietre di case vicine crea un legame fisico e generazionale, la città diventa un nucleo che dipende dall’insieme di piccole identità, di nodi, collegati da corde tese.

Gabriele Mundula | Collater.al
Un reticolo di vene per difendere i borghi italiani
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Un reticolo di vene per difendere i borghi italiani
Un reticolo di vene per difendere i borghi italiani
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Le illustrazioni di Pascal Campion illuminano il paesino di Lovere

Le illustrazioni di Pascal Campion illuminano il paesino di Lovere

Giulia Guido · 3 ore fa · Art

La prima volta che abbiamo parlato di Pascal Campion è stato ormai 4 anni fa. Già al tempo l’illustratore franco-statunitense era seguitissimo a livello internazionale e contava importanti collaborazioni con testate e brand come New Yorker, Dreamworks Animation, Warner Bros, Hasbro, Paramount Pictures, Disney Feature, Disney Toons, PBS e molti altri.
Durante tutti questi anni lo abbiamo sempre seguito, come dei veri e propri fan, apprezzando la delicatezza e la puntualità con cui, attraverso i colori, ha sempre dimostrato di saper interpretare il mondo. I suoi sono scorci in cui anche se c’è il lockdown e siamo chiusi in casa ci piacerebbe vivere. 

Nel tempo la sua arte e il suo talento si sono adattati a diversi format e supporti, dalla carta alle illustrazioni digitali, fino a lavorare per la televisione e il cinema. Ora le sue opere, che ogni volta sembrano ricordarci che la semplicità delle forme e delle emozioni non passa mai di moda, sono arrivate in Italia in una forma tutta nuova. 

Lo scorso sabato, 27 novembre, la piazza di Lovere, un paesino che si affaccia sul Lago d’Iseo e che rientra ne “I Borghi più belli d’Italia”, si è illuminata con uno spettacolo di proiezioni a tema natalizio. Non è la prima volta che uno spettacolo di questo genere approda in Italia, basti solo pensare alle illuminazioni di Como, ma anche solo al fatto che a Lovere è il decimo anno di fila che si opta per una manifestazione di questo tipo. 

La particolarità è però che per quest’anno i lavori proiettati su una superficie di 10.000 metri quadrati sono proprio di Pascal Campion che come sempre è riuscito a racchiudere in immagini comprensibili da adulti e bambini la magia del Natale. 

Da sabato fino a domenica 9 gennaio sarà possibile vedere il gioco di luci e proiezioni ogni sera da quando tramonta il sole fino a mezzanotte, ma non finisce qui. Infatti, in questo periodo il comune di Lovere accoglierà l’artista che si recherà di persona a vedere le sue creazioni. 

Le illustrazioni di Pascal Campion illuminano il paesino di Lovere
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Damien Hirst vende gli NFT della cover di “Certified Lover Boy”

Damien Hirst vende gli NFT della cover di “Certified Lover Boy”

Tommaso Berra · 2 ore fa · Art

In occasione dell’uscita dell’ultimo album di Drake “Certified Lover Boy”, il rapper canadese aveva collaborato per la copertina nientemeno che con Damien Hirst. La copertina disegnata dall’artista inglese prevedeva 12 emoji di donne incinte, diventando presto una delle cover più discusse nel momento della sua uscita e base per meme di ogni genere.
Ora Hirst ha presentato la serie “Great Expectations“, una raccolta di 10000 NFT che creano altrettante variazioni della cover di CLB. Negli artwork le donne sono modificate da piccoli dettagli come teschi, fiocchi, occhiali o cappelli, o con sfondi realizzati da Hirst.
La vera notizia riguardo “Great Expectations” è che gli artwork saranno disponibili a tutti, gratuitamente per coloro che hanno acquistato la collezione NFT di luglio di Damien Hirst intitolata “The Currency“.

“La mia speranza è che con questo regalo gratuito possiate condividere e provare l’eccitazione che provo per gli NFTS e il mondo digitale, lo adoro!” ha dichiarato l’artista spiegando il significato del progetto, promosso anche da Drake.
Nel post pubblicato su Instagram, Hirst spiega bene le intenzioni del progetto, della volontà di renderlo “ottimista e speranzoso, internazionale, incredibile ma anche senza tempo”.
Tutti i dettagli per ottenere uno degli NFT di Hirst ispirati a “Certified Lover Boy” sono qui, mentre alcuni utenti hanno già messo in vendita la loro copia a quasi quattromila euro.

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