Art Davide Vavalà e l’arte come ribellione e rifugio
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Davide Vavalà e l’arte come ribellione e rifugio

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Articolo di Alice Trapletti

Cosa significa, oggi, decidere di mettersi totalmente in gioco? Per Davide Vavalà (Bologna, 2003), la risposta non sta nelle parole, ma nella forza dei suoi tratti. Arrivato alla Fabbrica del Vapore di Milano con la sua prima mostra personale “In betweenness | Estetiche dell’Incompiuto“, prodotta e curata dal talent management e PR agency Dontcallmestudio, in queste prime settimane di primavera, Davide non si limita a esporre tele: mette in scena un manifesto generazionale sulla necessità di non essere mai “finiti”, rivendicando il diritto all’imperfezione in un mondo ossessionato dalla performance.

La mostra, tenutasi nelle giornate di sabato 11 e domenica 12 aprile, non è stata solo un’esposizione statica, ma un vero e proprio spazio di contaminazione. L’artista ha trasformato l’evento in un’esperienza partecipativa, accorciando le distanze con il pubblico: tra una chiacchierata e l’altra, Davide ha personalizzato dal vivo i capi dei visitatori e firmato con tanto di dediche i poster dell’evento con i suoi tratti inconfondibili.

Vedere un artista di ventitré anni occupare con tale consapevolezza uno spazio così importante è un segnale di rottura. È la prova che l’urgenza espressiva, quando è autentica, non ha bisogno di permessi, ma solo di spazio per esplodere.

Saint: l’alter ego della libertà 

Nelle opere di Davide appare quasi ossessivamente Saint, un piccolo alter ego che è molto più di un elemento grafico. È il custode di una libertà che l’artista ha dovuto costruire per se stesso.

«Saint è la rappresentazione della mia parte più estroversa, quella che fatico a mostrare. È un’espansione della mia persona che fa quello che io non ho mai avuto il coraggio di fare,» racconta Davide.

Inizialmente chiuso nei propri schemi, Davide ha trovato in Saint il mezzo per dar voce alla propria parte ribelle. Incarna la spinta ad agire dove la timidezza o i blocchi personali a volte prendono il sopravvento.

La spinta del “No”: il carburante del successo

C’è qualcosa di profondamente poetico nel modo in cui Davide parla della mancanza di supporto da parte delle persone vicine. Non c’è rancore, ma la consapevolezza che a volte l’ostacolo è il miglior trampolino.

«Il supporto dai miei non c’è stato. Hanno una visione un po’ retrò, sognavano per me una carriera da medico o avvocato. Ma quel mancato appoggio è stato il carburante: io sono uno a cui se dici di non fare una cosa, si impegna il doppio per realizzarla».

Questa fame di espressione nasce dal bisogno di dimostrare che l’arte è una strada reale, non un sogno fuori portata. Una determinazione che poggia su una visione quasi spirituale del successo.

«Secondo me ogni idea che si forma nel tuo cervello è raggiungibile. Pensare a cose positive ti porta a cose positive, è tutta energia. L’idea di fare una mostra alla Fabbrica Del Vapore c’è sempre stata, sapevo che sarebbe successo ma non sapevo quando».

Una vocazione nata per difesa

Mentre i suoi coetanei cercavano la propria strada tra mille stimoli, Davide ha sempre avuto solo la pittura. Una passione esclusiva nata come risposta a un disagio infantile, trasformando il peso del bullismo in energia creativa.

«L’arte per me è stata sempre la risposta; ho sofferto di bullismo da piccolo e anziché rispondere all’odio con l’odio, tornavo a casa e mi mettevo a disegnare. È stata la mia via di fuga per potermi esprimere e non scoppiare».

L’estetica dell’Incompiuto

Il cuore della mostra è il concetto di incompiutezza, una provocazione che l’artista  lancia alla società contemporanea. «In questa società dove ci viene chiesto di essere sempre performanti, credo che l’incompiutezza sia una condizione fondamentale dell’essere umano. Questo dare sempre, senza ricevere, ti fa sentire indietro rispetto a dove dovresti essere», dice Davide Vavalà.

Eppure, proprio in questo “non finito”, il pubblico trova una connessione profonda. Davide racconta di come la sua arte sia diventata un appiglio per chi soffre, citando una ragazza che trovava conforto nei suoi quadri durante un difficile ricovero. Seguendo l’idea di Keith Haring di un’arte per tutti, lui crede fermamente che l’arte non debba essere un lusso, ma un piacere accessibile a chiunque.

Davide Vavalà non ha solo esposto dei quadri, ha dimostrato come si possa trasformare il proprio silenzio in un urlo cromatico capace di accogliere chiunque si senta, come lui, magnificamente incompiuto.

Davide Vavalà
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Scritto da Collater.al Contributors

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