Dialogica: la doppia faccia della maternità

Dialogica: la doppia faccia della maternità

Laura Tota · 10 mesi fa · Photography

La maternità è uno dei momenti più delicati nella vita di una donna: la vita intera si prepara a cambiare, senza avere nessuna certezza di come sarà.

Insicurezze, paure, ansie e timore di non essere all’altezza delle aspettative sono solo alcune delle emozioni provate da chi si accinge a mettere al mondo un figlio e che spesso vengono sottaciute per senso di colpa e timore di differire da una narrazione dominante della maternità che la vuole come momento di felicità e gioia assoluta.

Eppure, la cronaca e l’attualità ci dicono che non è assolutamente così. Sempre più donne che si riconoscono nel ruolo di madri denunciano stati di depressione, confusione, sentimenti ambivalenti e contrastanti rispetto alla gravidanza e alla nascita.

Nel giorno che celebra la Festa della Mamma è quanto mai importante accendere i riflettori su tutto ciò ed evidenziare come, ancora una volta, la fotografia è in grado di affrontare temi attuali ed estremamente importanti.

Eyemamaproject

Impossibile a tal proposito non menzionare “Eyemamaproject”, il progetto riconducibile all’omonimo account Instagram che durante la pandemia ha spalancato le porte e accolto i racconti di mamme fotografe pronte a testimoniare con i propri lavori la complessità di questa fase della loro vita: il concetto di maternità viene scandagliato a 360 gradi, senza barriere culturali etniche o sessuali. Qui trovano voce anche testimonianze di chi ha perso un figlio o ne ha adottato uno o più di uno, chi è un genitore single o divorziato. E così ci si imbatte in volti stanchi, in case disordinate, in seni sanguinanti in seguito all’allattamento o in corpi esausti, ma anche in sorrisi, momenti di tenerezza, accoglienza e serenità. Perché l’essere madri è esattamente tutto questo nello stesso momento.

“Eyemamaproject” è oggi un libro, frutto di una open call che ha raccolto più di 2700 candidature provenienti da tutto il mondo.

Come racconta Karni Arieli, fondatrice del progetto: “Questo è un progetto nato per potenziare le mamme di tutto il mondo, dare visibilità alle “mama” artiste e condividere le loro storie di maternità chiare e oscure. Nel libro presentiamo 200 fotografe che si identificano come mamme in tutto il mondo, condividendo le loro verità personali sulla casa e sulla cura della maternità. Abbiamo una giuria di incredibili donne fotografe di tutto il mondo tra cui Elinor Carucci, Sarah Leen Aldeide Delgado Ana Casas Broda e molte altre. Lanceremo il libro a Londra e a Bristol, proprio nel mese dedicato alle mamme.

Il libro è acquistabile in preorder qui.

Sulla stessa linea, ma con una forte interconnessione tra immagine e parola, si muove “Germoglio” il lavoro inedito di Chiara Cunzolo, fotografa italiana impegnata nel sociale e in temi legati alla diversità. Non c’è però traccia di documentazione nei suoi lavori, bensì una ricerca evocativa, capace di parlare del mondo senza rappresentarlo con l’immediatezza comune. La sua ricerca avvicina letteralmente lo spettatore attraverso scatti di dettagli, in cui spesso emergono (formalmente e metaforicamente) le luci e le ombre di questioni sociali spesso controverse.

Chiara ascolta i racconti di chi vive quotidianamente la diversità e ne subisce le conseguenze, ne elabora le voci, le parole e le emozioni e le traduce in immagini: così, da oggetto di indagine, chi racconta diventa soggetto dell’immagine, protagonista di una storia non più ingabbiata in se stessa, ma condivisa e donata al mondo.

Il tema della maternità, drammaticamente alla ribalta nella cronaca quotidiana, viene messo in discussione, spogliato dell’aura di felicità e gioia socialmente imposte per mostrarsi in tutta la sua fragilità e banalità: solo corpi, intrecci di pelle e corpi microscopici e fragili, sguardi impauriti, cicatrici e stanchezza che raccontano un amore vero che, come tutti gli amori, è anche sofferenza, sacrificio e coraggio. Ad accompagnare le immagini, le testimonianze vere, pungenti, crude e senza filtri di madri che ogni giorno vivono l’apparente e l’ambivalente stato di grazia di chi ha messo al mondo una vita e se ne lascia sopraffare (“La prima volta che si è girato sentendo la mia voce e i nonni dissero “quando ti sente gli si illuminano gli occhi” mi chiesi come fosse possibile che lui si fosse affezionato a me che mi rivolgevo a lui al 90% con offese”). 

Immagini evocative, affiancate a quelle di una Natura che, seppur generatrice di vita, spesso nasconde insidie e varchi oscuri in cui è necessario addentrarsi per proseguire nel proprio cammino.

Chiara Cunzolo
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Jamie Nelson, l’edonismo glitterato nella sua Barbie Dreamhouse

Jamie Nelson, l’edonismo glitterato nella sua Barbie Dreamhouse

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Photography

Le sue fotografie sono decisamente erotiche e provocatorie, la sua villa di Los Angeles è tutta rosa, in stile Barbie Dreamhouse degli anni Settanta. Stiamo parlando di Jamie Nelson, Fashion & Beauty photographer, nota per i suoi scatti alle celebrities e per le sue pubblicazioni su Vogue, Allure, Harper’s Bazaar e Vanity Fair. Con la sua estetica iperfemminile, Nelson mette al centro della sua ricerca l’edonismo, attorno al quale ruotano i temi del sesso, del glamour e delle dipendenze, tutto rigorosamente circoscritto in un universo glitterato e scintillante. Alcune delle sue serie più emblematiche sono Hedonism, Self-pleasure e Addicted che mettono in luce gli eccessi del piacere, con una nota di decadenza tra il kitsch americano e l’erotismo senza filtri. Scorrendo il feed del suo profilo Instagram è subito chiaro che il suo stile artistico rispecchia in tutto e per tutto quello personale. Dalla sua pink house – nonché il suo set preferito per gli shooting – alla sua estetica anni Settanta che strizza l’occhio a Madonna. I selfie sulla sua Mustang rosa del ’68, così come quelli in bagno, avvolta da una vestaglia di raso rosa, ci dicono molto della sua personalità eccentrica, legata al passato, al rock and roll e alla ribellione. Ma scopriamo qualcosa in più sulla sua storia e su cosa si nasconde dietro i suoi scatti glitterati.

Jamie Nelson, Pool Party

Dal Texas conservatore alla città degli angeli

La storia di Jamie Nelson è di ispirazione. Da essere bullizzata a scuola per il suo abbigliamento vintage a rivelarsi una trend setter, vista la moda retrò spopolata qualche anno dopo. La sua storia parte dal Texas, dove è nata e cresciuta. Nello specifico a Colorado Springs, una città conservatrice che non lascia spazio agli eccessi, se non quelli dei fast food e dei centri commerciali. Dopo il college a Santa Barbara, Nelson si trasferisce a New York, decisa a diventare una grande fotografa. Con poche risorse economiche, non ha mai mollato, andando personalmente in tutte le redazioni delle riviste a chiedere di essere pubblicata. Il successo è arrivato a piccoli passi, mentre la sua estetica iniziava a consolidarsi. È stata la città di Los Angeles ad accogliere in pieno la sua stravaganza e a sposare la sua visione di una decadenza glamour.

Jamie Nelson, Addicted

La dipendenza è glamour?

Se guardiamo alle sue serie citate sopra, su tutte Addicted, è chiaro che dietro un mondo patinato, Jamie Nelson sta cercando di più. Le immagini di queste serie mostrano la glamourizzazione del consumo eccessivo di una particolare classe sociale, quella più abbiente, alla costante ricerca del piacere. In una società che vuole “tutto e subito“, incapace di accontentarsi, Nelson mostra come il bisogno di dopamina sia la più grande dipendenza dei nostri tempi. Lo stato di euforia dettato dal sesso e dal consumo di droga, alcol e tabacco contribuiscono ad aumentare il rilascio di dopamina che ci rende schiavi dello stesso mondo dell’abbondanza che abbiamo creato. Se da un lato, in particolare con Self-pleasure, Jamie Nelson celebra la libertà e incoraggia a una sessualità disinibita, dall’altro tutto è circondato da un’aura di decadenza che lascia spazio alla riflessione. La stessa Nelson ha dichiarato di star lavorando a una nuova serie che riflette sulle terribili conseguenze dell’inevitabile burnout sociale dettato dall’eccesso di dopamina.

Jamie Nelson, Self-plasure

Courtesy & copyright Jamie Nelson

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Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas

Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas

Giorgia Massari · 20 ore fa · Photography

L’infanzia, per quanto gioiosa e spensierata, nasconde spesso risvolti drammatici. È origine di traumi complessi che si protraggono nella vita adulta e, per questo, è uno dei temi più esplorati dalla psicologia e anche dall’arte. La giovane fotografa polacca Karolina Wojtas (1996) ne è affascinata. I suoi progetti traggono ispirazione dai ricordi e dalle fantasie dei bambini, in un’ottica che oscilla tra l’ironia e la tragedia. La sfera infantile dalla quale Karolina Wojtas attinge la porta ad investigare spesso su se stessa e sul suo passato. Nel progetto dal titolo “We can’t live – without each other”, riflette sul rapporto di odio-amore con il fratello minore. Dinamica estremamente comune e diffusa, nella quale molti possono riconoscersi.

La serie è intima, ironica e cruda allo stesso tempo. Karolina, parlando di questo progetto, racconta come fino all’età di tredici anni era figlia unica, e così voleva rimanere. “Ogni volta che i miei genitori mi chiedevano dei miei fratelli, io dicevo loro: << Prendo un’ascia, li uccido!!! e poi li mangio!!!>>. Un giorno è arrivato lui e la nostra guerra è cominciata…Ora ho 26 anni e la guerra continua, non è cambiato nulla.

Il titolo stesso, letteralmente “Non possiamo vivere – l’uno senza l’altro”, nasconde una contraddizione, tipica dei rapporti fraterni. Da un lato l’odio, dall’altro l’amore. Da un lato l’impossibilità di vivere a stretto contatto, dall’altro il non poter far a meno della presenza reciproca. La rivalità e la gelosia che sfociano talvolta in amore, talvolta in vere e proprie lotte. Le fotografie infatti offrono una visione intima delle tipiche battaglie tra fratello e sorella, ma con risvolti estremi e violenti, portati all’eccesso. La giocosità, espressa dai colori saturi, rimanda ad una sfera divertente e leggera, mentre le immagini comunicano in modo diretto il lato più crudo del litigio. Uno scatto mostra il volto del fratello insacchettato, un altro un braccio bruciato dal ferro da stiro e un altro ancora è completamente riempito dai segni di morsi violenti. 

La mostra della serie in questione, svoltasi a Varsavia alla Galleria Naga nel 2020, è di per sé un invito per lo spettatore a fare esperienza di questa dinamica bivalente. La genialità dell’allestimento esprime da un lato la sfera giocosa, permettendo allo spettatore di giocare con le foto stesse, riprodotte in formato enorme ed appese alla parete a modi “calendario”, mentre dall’altro crea una situazione di disagio.

Courtesy Karolina Wojtas

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Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas
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Ciro Pipoli e la sua Napoli

Ciro Pipoli e la sua Napoli

Anna Frattini · 4 giorni fa · Photography

“Ciro. Il nome che identifica un popolo” è il primo libro fotografico di Ciro Pipoli, il fotografo partenopeo che racconta la straordinaria avventura di un ragazzo e della sua città. I volti sono l’aspetto che lo affascina di più, persone e gesti del quotidiano, immortalati attraverso 159 scatti. Lo abbiamo incontrato e insieme a lui, in occasione della presentazione del volume a Milano, abbiamo parlato dei suoi inizi su Instagram e di cosa cerca davvero nei volti delle persone che fotografa. Ma sopratutto di cosa vuole comunicare della sua Napoli ormai conquistata dal turismo.

Raccontaci chi è Ciro Pipoli e come ti sei avvicinato alla fotografia.

Sono un ragazzo di 27 anni e vengo dai Quartieri Spagnoli. Negli ultimi anni ho trovato nella fotografia il mio modo di raccontare quanto più verosimile la realtà di Napoli. Ho sempre pensato che la realtà partenopea sia stata filtrata e raccontata in maniera poco imparziale, ma mai da chi probabilmente ha modo di poterla raccontare quotidianamente. Questa passione è nata intorno ai 16 anni, quando scaricai Instagram. All’epoca l’approccio della piattaforma era diverso. Al tempo, c’era solo un profilo di Napoli che raccontava la città e secondo me mancava un canale ufficiale che la potesse raccontare. Iniziai a scattare con il cellulare. Poi, a 18 anni, quando mio padre mi ha regalato la macchina fotografica, mi sono appassionato. Il resto è storia.

Quando scatti, cosa cerchi nei volti delle persone?

Quello che cerco nei volti delle persone quando esco per la città a scattare è di poter raccontare la Napoli di una volta. Da qualche tempo noto un cambiamento drastico nella città dovuto al turismo che sta cambiando tutto. Quando esco in strada a scattare cerco l’autenticità che mi ricorda quella Napoli in cui sono cresciuto.

Hai dato il tuo nome a “Ciro. Il nome che identifica un popolo”, il tuo primo libro. Raccontaci di questa scelta.

Non è stata mia l’idea. Anzi, se devo dire la verità, ero molto restio a questo titolo perché lo trovavo troppo autoreferenziale. Ho sempre pensato che non fosse la scelta giusta. Questo libro mi ha proposto sfide e mi sono convinto solo dopo essermi confrontato con le persone a me più vicine che mi hanno rassicurato.

Qual è la Napoli che vuoi raccontare?

Provo a raccontare, nel mio piccolo, la Napoli più sincera e quotidiana possibile. Vedo che all’interno della città ci sono delle piccole realtà che meritano di essere raccontate, anche se a volte la fotografia può essere limitante perché molte cose non arrivano. Spesso ho voluto raccontare storie di riscatto fra le tante che mi vengono raccontate ma che purtroppo non arrivano attraverso la fotografia. Nel mio piccolo cerco di farlo arrivare comunque.

ph. courtesy Ciro Pipoli

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Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Giorgia Massari · 7 giorni fa · Photography

L’artista romano Sandro Giordano (1972) – su Instagram @__remmidemmi – dal 2013 dedica interamente la sua ricerca artistica al progetto fotografico IN EXTREMIS (bodies with no regret). «Si tratta di un progetto nato un po’ per gioco, dopo una brutta caduta in bicicletta» – ci racconta –  «Ricordo che in quell’occasione non lasciai andare una barretta proteica che tenevo stretta in mano. Avrei potuto gettarla via e tentare di attutire il colpo, ma l’istinto ha agito in modo contrario.» Da qui, Giordano inizia una serie di scatti che raffigurano persone comuni, in scene di vita quotidiane, durante una brutta caduta. L’approccio è ironico e divertente ma, allo stesso tempo, vuole intavolare una discussione riguardo il materialismo e la nostra propensione verso gli oggetti piuttosto che verso noi stessi. «Siamo ormai tutti vittime di ciò che possediamo, anche se in realtà sarebbe giusto dire il contrario: sono “loro” che posseggono noi. Siamo schiavi dei nostri beni materiali.»

Abbiamo già intervistato Sandro Giordano in passato, agli esordi di questo progetto, oggi – dopo cinque anni – lo abbiamo incontrato nuovamente per scoprire le sorti di IN EXTREMIS, che negli ultimi tre anni ha visto uno stop. «Ho scattato l’ultima del progetto pochi giorni prima che andassimo in lockdown, era marzo del 2020. Ho raccontato quello che di lì a poco sarebbe successo in tutto il mondo e mi sono messo in pausa. Dopo sei anni di duro lavoro e ritmi serrati sentivo il bisogno di riposare. Ora sono pronto a tornare “in scena”.» 

Proprio quest’anno, il progetto compie dieci anni e, per l’occasione, Sandro sta realizzando un libro-archivio dal titolo ANTHOLOGY 2013/2023, che sarà pronto per l’autunno. «Il 3 settembre ricomincerò a scattare. Il titolo della nuova foto sarà “TOY BOY JOY”, che vedrà come protagonista un’anziana signora in fuga nella sua auto d’epoca dopo aver violentato, picchiato e imbavagliato, un giovane e muscoloso toy boy, “schiantato” accanto a lei. Insomma, chi credeva fossi morto o sparito dalla circolazione, ecco, si sbagliava di grosso.»

Sandro Giordano | Collater.al
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Courtesy Sandro Giordano

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