Tra le tante opere Diddo (il prolifico artista-designer olandese di cui vi abbiamo parlato un paio di settimane fa, lo stesso del teschio fatto di cocaina), The Cure for Greed (La cura per lavidità) è forse la più nota: racchiuso allinterno di una scatola di mogano, un kit per iniezioni composto da una siringa placcata in oro 24 carati e una dose da 5 ml di inchiostro di dollaro, vale a dire inchiostro letteralmente recuperato da un totale di banconote corrispondente a 10 dollari. Il processo di estrazione, durato circa 4 mesi, ha richiesto un complesso procedimento di separazione chimica.

Qualunque cosa pensiamo riguardo lavidità spiega Diddo possiamo essere daccordo su un fatto esiste. Il fatto che nel mondo ce ne sia troppa o troppo poca è una questione di punti di vista. Tutti prendiamo una posizione forte riguardo questo tema: da una parte, colore che pensano sia la causa della corruzione e del male, dallaltra colore che vedono nellavidità il comportamento chiave che ha permesso alla nostra specie di adattarsi ed evolversi. Ma cosè esattamente lavidità? È un algoritmo immutabile del nostro DNA, un istinto di sopravvivenza che innesca risposte a un ambiente in costante evoluzione che può diventare ostile in qualsiasi momento? Forse lavidità è una reazione emotiva al nostro sistema di ricompensa culturale? O lincarnazione del lato più oscuro della nostra natura, radicato nella paura?
In questo senso The Cure for Greed si propone come oggetto iconico capace di suscitare un dialogo, interiore e sociale, sugli aspetti dellavidità, sui suoi benefici e i suoi pericoli; un invito a ripensare le nostre posizioni.
La potenza dellopera sta nella presentazione dellavidità come di una condizione medica, una disfunzione radicata nel corpo dellessere umano.





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