Photography Théo Giacometti e la Camargue tra mito e sparizione
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Théo Giacometti e la Camargue tra mito e sparizione

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Il fiume finisce dove la terra diventa troppo piatta per contenerlo, e si allarga in un delta che il mare, prima o poi, si riprenderà. È da questa immagine, quasi biblica, che parte Pour qui chanteront les sirènes (Per chi canteranno le sirene), il progetto a lungo termine con cui il fotografo francese Théo Giacometti racconta la Camargue e i suoi ultimi abitanti.

Classe1989, Giacometti vive e lavora a Marsiglia. Ha iniziato la carriera come corrispondente locale nelle Alpi, per poi affermarsi come fotoreporter per testate come Le Monde, Libération, The Guardian, M Le Magazine du Monde, Die Zeit e Télérama. Nel suo lavoro personale, però, il reportage lascia spazio a un metodo diverso, fatto di immersione documentaria di lungo periodo e di un linguaggio fotografico che si costruisce a stretto contatto con la scrittura. Lavora prevalentemente in analogico, e la sua pratica si muove costantemente tra osservazione documentaria, letteratura e finzione.

Théo Giacometti

Tornando a Pour qui chanteront les sirènes, la Camargue è un delta, e i delta per definizione sono provvisori. Théo Giacometti lo sa bene, visto che nel 2021 riceve la borsa Mondes Nouveaux, promossa dal Ministero della Cultura francese, per realizzare un lavoro sul futuro degli abitanti di questa regione minacciata dall’innalzamento del livello del mare. Non un reportage sull’emergenza climatica in senso stretto, ma un ritratto di chi ha scelto di restare in un luogo che sa, con ragionevole certezza, di poter perdere.

Nelle sue immagini compaiono manadiers, pescatori, case isolate tra le roselières, cavalli che attraversano terreni troppo secchi o troppo salmastri per essere davvero terra ferma. Sono figure che vivono ai margini, in un paesaggio che nessuna mappa può fissare davvero, perché il mare lo ridisegna ogni anno.

Théo Giacometti

Al progetto fotografico si affianca un testo poetico, scritto dallo stesso Théo Giacometti, che racconta la storia del delta come un mito delle origini, dal caos primordiale fino all’arrivo dell’uomo con i suoi stivali troppo grandi e le mani stanche. Il sale si attacca ai capelli, i paletti piantati nella palude, le domeniche al sole, i bambini che corrono nella canna palustre: la scrittura non commenta le fotografie, le accompagna come una seconda pellicola, altrettanto sensibile alla luce e al tempo che passa.

Théo Giacometti

Questo intreccio tra fotografia e letteratura è una costante nel lavoro di Giacometti, già esplorata in Immaqa, il progetto realizzato durante una residenza artistica in Groenlandia sull’esodo dei giovani da un villaggio Inuit. In entrambi i casi, l’autore osserva comunità che vivono nell’imminenza di una fine, senza mai scivolare nel patetismo o nella retorica dell’ultima volta.

Théo Giacometti
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