Le braccia conserte di Edoardo Lavagno

Le braccia conserte di Edoardo Lavagno

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Art

Le labbra semichiuse e il gelo negli occhi lasciano nell’aria parole non dette, discorsi lasciati in sospeso e soffocati dalle pose dei corpi nudi. Le spalle chiuse e le braccia strette che si attorcigliano al corpo come radici.
Gli scatti di Edoardo Lavagno ritraggono donne molto differenti tra loro, ma sembrano frame di uno stesso film biografico. La delicatezza di una mano che proietta sulle lenzuola un’ombra che ha la sagoma di un sogno misterioso, in cui c’è un riservato erotismo che non straborda dalla riservatezza emotiva.
Le pareti delle case sono lo sfondo degli scatti, limiti fisici che vigilano e proteggono la ricerca di una libertà di espressione.
C’è sempre una finestra che fa compagnia alle donne ritratte da Edoardo Lavagno, una presenza di luce che sottolinea i corpi e ne definisce il calore, sia negli scatti a colore che in quelli in bianco e nero.

Edoardo Lavagno | Collater.al
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Edoardo Lavagno | Collater.al
Edoardo Lavagno | Collater.al
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Le braccia conserte di Edoardo Lavagno
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MIRO: il finestrino sul mondo di Jacopo Di Cera

MIRO: il finestrino sul mondo di Jacopo Di Cera

Chiara Sabella · 1 settimana fa · Art, Photography

Quando pensiamo a un viaggio di solito immaginiamo un condensato di novità e avventura che mette in pausa la nostra routine. MIRO, il nuovo progetto fotomaterico del fotografo Jacopo Di Cera, ci mette davanti a un viaggio diverso. La meta è già prestabilita, il percorso è conosciuto e obbligato, ma la strada non è per questo meno significativa: è il viaggio quotidiano del pendolare.

Per dieci anni, l’avventura di Jacopo Di Cera ha avuto luogo nello stesso posto, sullo stesso Frecciarossa Milano-Roma, con lo sguardo rivolto allo stesso finestrino che l’artista incorpora nell’opera fotografica. Il risultato è una collezione di venti finestrini di treno che catturano lo stupore nella monotonia dei chilometri che si susseguono. Il progetto è visibile fino al 21 novembre presso Paratissima a Torino e dal 17 al 21 novembre nella capitale, per la Roma Arte in Nuvola.


Ogni scatto scandisce una tappa, un momento irripetibile di luce, colori e soggetti che si presentano allo spettatore, il pendolare, da una finestra sul mondo apparentemente anonima, come lo scompartimento di un treno che prendiamo abitualmente.
Negli scatti di Jacopo Di Cera straordinario e quotidiano sembrano facce della stessa medaglia. Con uno stile fotomaterico, l’artista parte dalle proprietà fisiche e narrative del supporto fotografico e si lancia in sfide che diventano opere da “contemplare da vicino, toccare, ascoltare e annusare”. Una ricerca che conferisce corpo all’anima dell’immagine per trasportarci, con umanità e delicatezza, nella storia che racconta.

L’Italia che scorre sui binari ferroviari si mostra in tutta la sua imprevedibile bellezza, lungo una tratta che per abitudine non chiamiamo più viaggio. Davanti a un “fuori” che si evolve con le stagioni intuiamo l’importanza di quelle ore e sentiamo il viaggio per come lo intende il fotografo: un’esperienza intima dove crescere e riscoprire noi stessi, grazie al mondo che ci circonda.

Nel suo percorso artistico il fotografo ci fa conoscere le mille sfumature che questa parola assume, dal viaggio mitologico a quello turistico, fino al viaggio del migrante. Questa volta, parte dalla routine di una “monotona” vita lavorativa per riflettere sui luoghi che frequentiamo ogni giorno senza abitare veramente. Una stazione, un biglietto, un treno preso migliaia di volte perdono il fascino della prima volta, non sono in grado di emozionare uno sguardo distratto.

“Ma non è così, l’esperienza è lì, che ti aspetta, fuori dal finestrino, lontano da qualsiasi schermo digitale, pronta ad essere vissuta”. Mettendoci davanti allo stesso finestrino, Jacopo Di Cera si appella alla curiosità e allo stupore che sono dentro di noi e ci chiede uno sguardo attivo, per oltrepassare la banalità del quotidiano e riscoprirne la bellezza, “uscire fuori da sé stessi per ritrovarsi in maniera diversa”. 

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Zerocalcare e altri 4 fumettisti italiani da scoprire e riscoprire

Zerocalcare e altri 4 fumettisti italiani da scoprire e riscoprire

Andrea Tuzio · 1 settimana fa · Art

È molto probabile che, anche se non l’avete vista, vi siate imbattuti in almeno una scena o un frame di “Strappare lungo i bordi”, la nuova serie di Zerocalcare – animata dalla DogHead Animation di Firenze – targata Netflix uscita il 17 novembre.

L’impatto della serie è stato letteralmente deflagrante, un successo enorme che ha portato la prima produzione animata italiana per Netflix a diventare la serie più vista in Italia sulla piattaforma di streaming americana. 
Le motivazioni e le spiegazioni dietro questo incredibile boom sono semplici: affrontare temi profondi e importanti attraverso la chiave universale dell’ironia e con un linguaggio diretto e semplice – nonostante il romanesco spinto e l’aulicità di alcuni passaggi – capace di arrivare a tutti e che è per tutti. 
Un bilanciamento perfetto tra risate, acuti spunti di riflessione e momenti profondissimi capaci di farci stringere lo stomaco fino alle lacrime.
6 puntate da 20 minuti circa l’una che ci accompagnano in un viaggio personale ma che ci riguarda tutti, in cui ognuno di noi si può identificare e si identifica, come in una reazione automatica di connessione con i personaggi. 

“Strappare lungo i bordi” è un piccolo capolavoro dell’animazione italiana che parla di disorientamento, paranoie, sentimenti, ipocondria, amore, solitudine e morte. Zerocalcare affronta tutto questo marasma di emozioni umane a suo modo, quel modo che abbiamo iniziato a conoscere grazie ai suoi fumetti più famosi come Kobane Calling, La profezia dell’armadillo, e tantissimi altri, oltre alla sua fama già consolidata sul web, quest’ultimo aspetto spiega molto bene l’attuale fenomenologia del fumettista di Rebibbia. L’incontro con il grande pubblico però – prima di queste serie Netflix – è arrivato grazie anche alla partecipazione da ospite “quasi” fisso alla trasmissione di Diego Bianchi Propaganda Live su LA7, dove Zerocalcare ha condiviso il suo Rebibbia Quarantine, una mini serie in cui Michele Rech – questo il suo vero nome – ha descritto il suo personale lockdown invadendo, anche in quel caso, tutte le nostre bacheche e i nostri feed. 
Approdando su Netflix Zerocalcare ha fatto il salto definito nel mainstream, che non è un male eh si intenda, ha solo dato la possibilità a chi era lontano dal mondo in cui vive e si muove Michele Rech e che racconta il suo alter ego fumettistico attraverso le sue avventure, a immergersi in un mondo nuovo e sconosciuto ma che ha immediatamente sentito proprio. 

Questo sbarco e il consequenziale successo di Zerocalcare ci dà anche la possibilità di scoprire e riscoprire quei fumettisti italiani che, per un motivo o per un altro, sono poco conosciuti a quel pubblico generalista che non legge i fumetti ma che ha amato “Strappare lungo i bordi”.

Il primo da citare è di sicuro Gianni Pacinotti, in arte Gipi.
Fumettista, illustratore e regista, il lavoro di Gipi è una sintesi tra avventura e realismo che spazia tra la cronaca e il vissuto personale. Non è un autore molto prolifico ma si afferma molto velocemente grazie ai suoi disegni e alla sua poetica amara e allo stesso tempo toccante legata spesso al malessere esistenziale. Il suo fumetto Unastoria del 2013 è la prima graphic novel ad entrare nei dodici finalisti del Premio Strega del 2014. 

A seguire c’è Leo Ortolani
Il padre di Rat-man, con il suo stile brillante unico e peculiare, si prende gioco della società contemporanea attraverso gli stereotipi tipici dei supereroi. 
Rat-man infatti è un supereroe atipico e tragicomico, basso e imbranato che passa le sue giornate a mangiare e oziare piuttosto che allenarsi. Ipodotato, con un cattivo odore e senza alcun superpotere, a Rat-Man manca intelligenza, forza fisica e buon senso ma riesce a sfruttare la sfortuna che lo perseguita a suo favore ma soprattuto il nostro supereroe non si arrende ami.
Di questo iconico fumetto è stata realizzata anche una serie animata, supervisionata personalmente da Ortolani, mandata in onda dalla rai, composta da 52 episodi da 13 minuti ciascuno.

Mattia Labadessa è un altro che se non conoscete dovete fare di tutto per recuperare.
Fumettista di talento assoluto, il ventottenne napoletano è illustratore e graphic designer nonché padre di un personaggio-uccello protagonista di situazioni semplici e crude dove domina l’angoscia tipica della nostra quotidianità legata alle vicissitudini personali che ognuno di noi affronta, il tutto accompagnato da un umorismo devastante. I suoi libri, Le cose così, Mezza fetta di limone, Bernardino Cavallino e Piccolo sono casi letterari veri e propri grazie al successo di pubblico e di critica. 

Chiudiamo con la giovane Jessica Cioffi, in arte Loputyn.
Illustratrice e fumettista dal talento cristallino, Loputyn spicca per suo stile delicato e morbido e per i suo disegni misteriosi, onirici e inquietanti. 
Il suo lavoro rappresenta una novità nel panorama fumettistico italiano soprattutto nel mondo fantasy e horror. Una perla assoluta. 

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Essere neonati durante la pandemia secondo Pia Bramley

Essere neonati durante la pandemia secondo Pia Bramley

Tommaso Berra · 6 giorni fa · Art

Fogli bianchi in cui solo una linea sottile modella le forme di personaggi semplici e comuni, intenti a compiere gesti comuni, affrettati e puri. L’illustratrice inglese Pia Bramley realizza disegni e incisioni di rituali quotidiani, vignette senza filtri o complicazioni pittoriche, come nel caso dei lavori raccolti nell’ultimo libro “Pandemic Baby: Becoming a Parent in Lockdown”. Il volume illustrato (disponibile qui) affronta il periodo altalenante della pandemia attraverso gli occhi di un neonato che pian piano scopre il mondo, seduto comodo tra le braccia della madre o guardando incantato fuori da una finestra.
Il libro di Pia Bramley è la testimonianza della scoperta di un mondo nuovo, abitato da adulti con la mascherina che non hanno nulla di strano agli occhi del bambino. Questa inconsapevolezza è rappresentata attraverso i gesti infantili come quello di ribellarsi alla madre o giocare con le posate, mentre tutto è visto attraverso gli occhi di un genitore.

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Piatti stellati Michelin che sembrano opere d’arte

Piatti stellati Michelin che sembrano opere d’arte

Tommaso Berra · 5 giorni fa · Art

Nella serata di martedì 23 novembre sono state annunciate, per la prima volta in diretta streaming, tutte le stelle Michelin del 2022, il più grande riconoscimento internazionale nel mondo della ristorazione.
La 67° edizione ha premiato 378 ristoranti, 56 solo in Lombardia (la regione con il maggior numero di stelle), 36 sono i ristoranti introdotti per la prima volta nell’élite degli stellati Michelin, 15 invece non hanno confermato gli standard altissimi richiesti dalla guida istituita dall’azienda francese.
Tra questi standard c’è sicuramente il gusto e il rispetto per le materie prime e la sostenibilità della cucina, ma anche una componente estetica che i piatti devono avere una volta presentati in tavola. Scorrendo i menù e i siti dei ristoranti inseriti nella guida del 2022 è possibile vedere come la tecnica e la creatività degli chef porti a creare vere opere d’arte. Il profilo del piatto diventa la cornice di piccoli capolavori di colore e texture.

Paste, carni, pesci e salse sembrano posati da pittori su tele di ceramica. I piatti sembrano monocromi di Kazimir Malevič come nel caso de “Le cinque stagionature del Parmigiano Reggiano in diverse consistenze e temperature” di Massimo Bottura, oppure meravigliose tavolozze espressioniste come nel dolce “Pannacotta Matisse” dello chef Enrico Crippa.
La ricerca di equilibri, che siano cromatici o di gusto, i contrasti di texture e l’unione tra lavorazioni artigianali e concetti astratti è ciò che avvicina maggiormente cucina e pittura. L’unica vera fortuna è che le opere d’arte della Guida Michelin si possono mangiare.

Scopri QUI la lista completa dei ristoranti stellati per il 2022.


Piatti stellati Michelin che sembrano opere d’arte
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