“Il Principe delle Stampe”, la storia di Emilio Pucci

“Il Principe delle Stampe”, la storia di Emilio Pucci

Andrea Tuzio · 12 mesi fa · Style

Oggi è stata rilasciata la collaborazione tra Supreme ed Emilio Pucci, di cui vi abbiamo parlato qui, e noi ne abbiamo approfittato per raccontarvi la storia di uno dei più influenti e geniali personaggi del mondo della moda italiana e internazionale. 

Se il Made in Italy e la moda italiana in generale sono diventati un punto di riferimento in tutto il mondo, una parte del merito va assegnata di diritto al “Principe delle Stampe”, Emilio Pucci.

Una storia di charme e raffinatezza quella che inizia nel 1914 a Napoli dove, da una famiglia della nobiltà fiorentina, nasce Emilio Pucci, Marchese di Barsento. 
Stilista, politico italiano pluridecorato, asso dell’aviazione militare e provetto sciatore – al punto tale da venire selezionato dalla nazionale olimpica di sci e partecipare alle Olimpiadi invernali del 1936 – Emilio Pucci rappresenta quell’eclettismo italiano di inizio secolo che ha contraddistinto la storia del nostro paese.

Grazie alla sua abilità nello sci, vinse una borsa di studio presso il Reed College in Oregon per la quale disegnò l’uniforme della squadra di sci dell’università dove, nel 1937, concluse il suo master in scienze sociali.

Subito dopo questa esperienza si imbarcò su una vecchia nave e fece il giro del mondo, in barba alle autorità militari italiane che lo accusarono di renitenza alla leva. 
Una volta risolte le beghe con la giustizia, si appassionò all’aviazione e si arruolò nella Regia Aeronautica nel 1938 per la quale prestò servizio dal 1938 fino al 1943.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì al Sestriere dove iniziò l’attività di maestro di sci ma abbandonò il Piemonte presto per fare ritorno a Firenze. La sua predisposizione al disegno e i bozzetti realizzati per la squadra di sci del Reed College, lo portarono a interessarsi in modo importante al mondo della moda, rivelando quasi subito l’incredibile genio e l’infinita creatività che contraddistinguerà l’intera vita di Emilio Pucci.

La sua carriera esplose quasi per caso quando, nel dicembre del 1947, la nota rivista di moda statunitense Harper’s Bazaar pubblicò uno scatto della fotografa di moda Toni Frissell che lo ha immortalato con la tuta da sci da lui disegnata per una sua amica e contraddistinta da colori fluo, incredibilmente moderna per l’epoca. 

Il successo fu praticamente immediato e lo spinse a realizzare abiti femminili aprendo la sua prima boutique nella splendida isola di Capri nel 1950.
Partecipò alla prima sfilata di moda mai organizzata il 12 febbraio 1951 da Giovanni Battista Giorgini presso Villa Torrigiani a Firenze.

Stampe dai motivi unici e originali e colori brillanti, fantasie optical, cromie audaci, tessuti di altissimo livello, morbidi come l’organza, la seta e il gabardine, sono stati sin da subito le peculiarità del lavoro di Pucci.
Jacqueline Kennedy, Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe erano innamorate dell’estetica diversa e innovativa di Emilio Pucci – la Monroe verrà addirittura sepolta con indosso un abito firmato dallo stilista fiorentino. 

La sede della Maison che porta il suo nome è tuttora l’antico palazzo di famiglia proprio in via de’ Pucci, simbolo di raffinatezza e senso estetico. 
Emilio Pucci definì i canoni estetici della sua Maison e divenne un punto di riferimento assoluto della moda internazionale fino al 1992, anno in cui scomparve e la gestione della maison venne affidata a sua figlia Laudomia. 

Nel 2000 arriva l’acquisizione da parte del gruppo LVMH che dà il via a una serie di avvicendamenti di direttori creativi che negli anni hanno cercato di re-interpretare la visione originale di Pucci contestualizzandola da un punto di vista temporale senza mai dimenticare il punto di partenza: da Stephan Janson a Christian Lacroix, da Matthew Williams a Massimo Giorgetti fino ai guest designer stagionali come Christelle Kocher.

Emilio Pucci è stato un gigante della moda italiana, un precursore dei tempi che ha posto le basi per quello che noi oggi conosciamo come sportswear, niente da aggiungere se non GRAZIE!

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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Prima dei social, prima della diffusione istantanea dei progetti e di un certo individualismo, i collettivi nati nelle accademie d’arte vivevano in un forte clima di condivisione, espresso nel profilo instagram e progetto di crowdsourcing @90sartschool.
Iniziato poco meno di un anno fa, il progetto è nato da una base di foto di archivio di Matt Atkatz, ex studente della Rhode Island School of Design. Da quel momento tanti ex alunni hanno iniziato a condividere foto delle loro serate underground nei luoghi simbolo della vibrante scena artistica di quegli anni.

Le notti ribelli di una gioventù bruciata che ha prodotto poi artisti di ogni genere, che hanno sviluppato il proprio stile in un clima di assoluta libertà e stranezza. @90sartschool è un viaggio nel tempo per diverse generazioni, una più adulta che ha vissuto la propria gioventù proprio negli anni ’90 e che riesce a cogliere i riferimenti culturali presenti in molti scatti. Per i teenager l’archivio non è un racconto nostalgico ma piuttosto una fonte di ispirazione e una macchina del tempo all’interno di ambienti che tutt’ora loro vivono ma che ha subito una forte trasformazione identitaria.

90sartschool | Collater.al
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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90
Photography
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ai margini della società globalizzata – quella della sindrome da workaholism – e ai margini del giorno ha sempre vissuto una società che non si è mai posta confini o limiti di alcun tipo. È qui, tra le gente della notte, che dal 2018 al 2021 la fotografa Carolina Lopez ha vagato munita della sua macchina fotografica. 

Carolina Lopez è una giovane fotografa di origini latinoamericane che lavora tra gli Stati Uniti e l’Europa, dove ha preso vita il suo ultimo progetto fotografico “Les Nuits Fauves”. Le donne che popolano la vita notturna di città come Berlino, Praga, Londra, Las Vegas, Parigi e Milano sono le protagoniste dei suoi scatti. 

Con un’estetica super satura e un taglio quasi documentaristico il lavoro di Carolina è un’analisi sulla società consumistica, superficiale ed evidentemente ossessionata dalla moda e dall’estetica. Il flash accecante sella macchina fa luce su alcuni elementi, lasciandone altri totalmente al buio e restituendo quell’aspetto fugace e misterioso della notte. 

Grazie a una campagna di crowdfunding “Les Nuits Fauves” è diventato un libro ed è stato pubblicato dalla casa editrice italiana Selfself Books. Qui sotto potete trovare alcuni scatti del progetto, ma scopritelo per interno sul sito di Carolina Lopez e sul suo profilo Instagram

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
Photography
Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Nella giornata di oggi, giovedì 7 aprile, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022, il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria al quale hanno partecipato oltre quattro mila fotografi provenienti da 130 paesi.
Una giuria ha premiato i migliori scatti realizzati in occasione di reportage giornalistici, già pubblicati nelle più importanti testate mondiali come il New York Times e National Geographic. I vincitori, suddivisi in diverse categorie, hanno avuto la meglio tra 64823 altri scatti, a colori e in bianco e nero, realizzati in ogni latitudine, cogliendo pratiche antichissime, riti o gli effetti dei grandi disastri ambientali successi negli ultimi anni.

La foto vincitrice del premio assoluto come World Press Photo of the Year è quella della canadese Amber Bracken, nella quale si vedono gli abiti rossi appesi a Kamloops, per commemorare le 215 tombe non contrassegnate alla trovate alla Kamloops Indian Residential School.
La storia giornalistica dell’anno è invece quella fotografata da Matthew Abbott per National Geographic, che racconta il modo con cui gli indigeni australiani bruciano spontaneamente il sottobosco per prevenire incendi in scala più grandi. Questa pratica viene messa in atto in Australia da migliaia di anni ed è stata documentata perfettamente da Abbott.
Ci sono anche reportage portati avanti per anni, come quello di Lalo de Almeida, brasiliano che in Distopia amazzonica ha raccontato la deforestazione del polmone verde del Brasile anche a causa delle politiche ambientali del presidente Jair Bolsonaro. I volti spaesati degli indigeni hanno regalato scatti dalla forte importanza giornalistica e antropologica.

I vincitori oltre al montepremi avranno la possibilità di comparire nel World Press Photo Yearbook 2022, annuario che raccoglie le immagini più belle e i commenti della giuria per ciascuna foto, pubblicato in sei lingue e disponibile a partire da inizio maggio. Sempre nello stesso periodo partirà il tour mondiale della mostra, che nel 2021 ha toccato 66 città in 29 stati.

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Gli scaffali sono pieni di narrativa che entra a fondo nella storia artistica e personale di Jean-Michel Basquiat, pioniere del graffitismo americano elevato a forma d’arte rispettata, da collezione ed esposta nei più importanti musei del mondo.
Se le amicizie con Andy Warhol e Keith Haring sono ormai raccontate da molti dei partecipanti della scena artistica newyorkese degli anni ’80, se la storia d’amore con Madonna fa parte del lato più pop della storiografia legata a Basquiat, il 9 aprile a Manhattan inaugura una mostra che svela aspetti più intimi del pittore, attraverso le fotografie dell’album di famiglia. Il progetto si chiama “Jean-Michel Basquiat: King Pleasure©” ed è curato dalle sorelle Lisane e Jeanine, più piccole dell’artista e che lo hanno vissuto prima come fratello maggiore, timido e scherzoso, poi come un artista di fama mondiale.

Oltre 200 opere inedite tra scatti e manufatti legati alla famiglia di SAMO©, dal rapporto di amicizia con il padre Gerard a quello con la madre Matilde, colei che ha fatto scattare la scintille dell’arte al piccolo Basquiat portandolo a spasso per i musei di New York.
Attraverso le foto di famiglia si ripercorrono gli anni a Flatbush e poi a Boerum Hill a partire dal 1972. Alcuni scatti mostrano anche il biennio in Porto Rico, nel quale la famiglia si era trasferita per un’opportunità di lavoro del padre Gerard. Il ritorno a Brooklyn nel 1976 coincide con l’inizio dei primi seri esperimenti artistici, che porteranno alla prima opera venduta a Warhol nel 1979 (Stupid Games, Bad Ideas) e alla prima personale del 1982 alla Annina Nosei Gallery.
Nella mostra si racconta di un Jean-Michel Basquiat divertito nel costruire pupazzi di neve in mezzo alla strada, o a raccogliere mele con tutta la famiglia. I ritratti con in braccio le due piccole sorelle restituiscono un’atmosfera familiare facile da cogliere a molti, raccontata proprio dalle due curatrici in un articolo su Wepresent. Una mostra che è il contrario del pop, contenitore dentro il quale è spesso stato inserito Basquiat, non spirito collettivo ma nucleo minimo di affetti e creatività.

Jean-Michel-Basquiat | Collater.al
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat
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