FILA, Aries e il mito di Teseo e il Minotauro

FILA, Aries e il mito di Teseo e il Minotauro

Andrea Tuzio · 3 settimane fa · Style

Una contaminazione tra vecchio e nuovo, tra passato presente e futuro, quella espressa nella nuova collaborazione tra FILA e Aries

Un capsule collection, chiamata “Vela Nera”, che scava nel patrimonio storico del brand italiano fondato nel 1911 e allo stesso tempo, sembra essere una perfetta commistione tra l’heritage di FILA e della filosofia dello streetwear brand londinese. 

La collaborazione ha la peculiarità di essere caratterizzata da una meticolosa attenzione ai dettagli, nonché di avere come tappeto narrativo il mito di Teseo e del Minotauro, espresso esteticamente in maniera meravigliosa grazie alle foto e ai video di David Sims.

Un omaggio a una delle leggende più famose della mitologia greca che racconta di come Minosse, re di Creta, non essendo ben visto dai cretesi, pregò Poseidone di mandargli un toro da sacrificare in onore del dio come simbolo di apprezzamento come sovrano da parte degli dei e imbonirsi di conseguenza la popolazione. Poseidone acconsentì e gli donò un bellissimo e prezioso toro bianco. Minosse scelse di non uccidere l’animale ma di tenerlo per le sue mandrie e ne sacrificò un altro. 
Poseidone, infuriato per lo sgarbo subito, punì Minosse facendo innamorare sua moglie del toro. Pasifae, moglie di Minosse, riuscì a unirsi carnalmente al toro e dal loro amplesso nacque il Minotauro: con corpo umano e bipede, zoccoli e testa di toro. Di indole violentissima e crudele, Minosse lo fece rinchiudere all’interno del labirinto di Cnosso sfamandolo ogni anno con 14 fanciulli, 7 maschi e 7 femmine. 

Teseo, figlio del re di Atene Egeo, si offrì di affrontarlo e sconfiggerlo una volta per tutte. Con l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, che si era innamorata di lui e che gli diede il famoso filo all’ingresso del labirinto che gli avrebbe permesso di ritrovare la strada per uscire e una spada con la quale uccidere il Minotauro, Teseo riuscì nell’impresa e con Arianna si imbarcò per fare ritorno ad Atene. Sulla strada del ritorno però Teseo abbandonò Arianna sull’isola deserta di Nasso (le motivazioni sono controverse), e Poseidone, adirato per il gesto, squarcio le vele bianche (segno di vittoria) che lo stesso Teseo aveva issato sulla nave. Costretto a cambiarle con quelle nere (segno di sconfitta) per proseguire il viaggio, una volta arrivato ad Atene, suo padre Egeo vedendo all’orizzonte le vele nere (da qui il nome della capsule collection Vela Nera), credette che suo figlio fosse stato divorato dal Minotauro e si suicidò gettandosi in mare, che fu poi chiamato appunto Mar Egeo. 

Una storia, una leggenda, un mito che non verrà mai dimenticato e che ancora oggi ispira realtà contemporanee come Ares in questa ultima collaborazione con FILA.

 

 
 
 
 
 
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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Prima dei social, prima della diffusione istantanea dei progetti e di un certo individualismo, i collettivi nati nelle accademie d’arte vivevano in un forte clima di condivisione, espresso nel profilo instagram e progetto di crowdsourcing @90sartschool.
Iniziato poco meno di un anno fa, il progetto è nato da una base di foto di archivio di Matt Atkatz, ex studente della Rhode Island School of Design. Da quel momento tanti ex alunni hanno iniziato a condividere foto delle loro serate underground nei luoghi simbolo della vibrante scena artistica di quegli anni.

Le notti ribelli di una gioventù bruciata che ha prodotto poi artisti di ogni genere, che hanno sviluppato il proprio stile in un clima di assoluta libertà e stranezza. @90sartschool è un viaggio nel tempo per diverse generazioni, una più adulta che ha vissuto la propria gioventù proprio negli anni ’90 e che riesce a cogliere i riferimenti culturali presenti in molti scatti. Per i teenager l’archivio non è un racconto nostalgico ma piuttosto una fonte di ispirazione e una macchina del tempo all’interno di ambienti che tutt’ora loro vivono ma che ha subito una forte trasformazione identitaria.

90sartschool | Collater.al
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Foto d’archivio dalle scuole d’arte degli anni ’90
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ai margini della società globalizzata – quella della sindrome da workaholism – e ai margini del giorno ha sempre vissuto una società che non si è mai posta confini o limiti di alcun tipo. È qui, tra le gente della notte, che dal 2018 al 2021 la fotografa Carolina Lopez ha vagato munita della sua macchina fotografica. 

Carolina Lopez è una giovane fotografa di origini latinoamericane che lavora tra gli Stati Uniti e l’Europa, dove ha preso vita il suo ultimo progetto fotografico “Les Nuits Fauves”. Le donne che popolano la vita notturna di città come Berlino, Praga, Londra, Las Vegas, Parigi e Milano sono le protagoniste dei suoi scatti. 

Con un’estetica super satura e un taglio quasi documentaristico il lavoro di Carolina è un’analisi sulla società consumistica, superficiale ed evidentemente ossessionata dalla moda e dall’estetica. Il flash accecante sella macchina fa luce su alcuni elementi, lasciandone altri totalmente al buio e restituendo quell’aspetto fugace e misterioso della notte. 

Grazie a una campagna di crowdfunding “Les Nuits Fauves” è diventato un libro ed è stato pubblicato dalla casa editrice italiana Selfself Books. Qui sotto potete trovare alcuni scatti del progetto, ma scopritelo per interno sul sito di Carolina Lopez e sul suo profilo Instagram

Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
Le donne della notte negli scatti di Carolina Lopez 
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Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Nella giornata di oggi, giovedì 7 aprile, sono stati annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022, il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria al quale hanno partecipato oltre quattro mila fotografi provenienti da 130 paesi.
Una giuria ha premiato i migliori scatti realizzati in occasione di reportage giornalistici, già pubblicati nelle più importanti testate mondiali come il New York Times e National Geographic. I vincitori, suddivisi in diverse categorie, hanno avuto la meglio tra 64823 altri scatti, a colori e in bianco e nero, realizzati in ogni latitudine, cogliendo pratiche antichissime, riti o gli effetti dei grandi disastri ambientali successi negli ultimi anni.

La foto vincitrice del premio assoluto come World Press Photo of the Year è quella della canadese Amber Bracken, nella quale si vedono gli abiti rossi appesi a Kamloops, per commemorare le 215 tombe non contrassegnate alla trovate alla Kamloops Indian Residential School.
La storia giornalistica dell’anno è invece quella fotografata da Matthew Abbott per National Geographic, che racconta il modo con cui gli indigeni australiani bruciano spontaneamente il sottobosco per prevenire incendi in scala più grandi. Questa pratica viene messa in atto in Australia da migliaia di anni ed è stata documentata perfettamente da Abbott.
Ci sono anche reportage portati avanti per anni, come quello di Lalo de Almeida, brasiliano che in Distopia amazzonica ha raccontato la deforestazione del polmone verde del Brasile anche a causa delle politiche ambientali del presidente Jair Bolsonaro. I volti spaesati degli indigeni hanno regalato scatti dalla forte importanza giornalistica e antropologica.

I vincitori oltre al montepremi avranno la possibilità di comparire nel World Press Photo Yearbook 2022, annuario che raccoglie le immagini più belle e i commenti della giuria per ciascuna foto, pubblicato in sei lingue e disponibile a partire da inizio maggio. Sempre nello stesso periodo partirà il tour mondiale della mostra, che nel 2021 ha toccato 66 città in 29 stati.

Annunciati i vincitori del World Press Photo Contest 2022
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat

Tommaso Berra · 2 mesi fa · Photography

Gli scaffali sono pieni di narrativa che entra a fondo nella storia artistica e personale di Jean-Michel Basquiat, pioniere del graffitismo americano elevato a forma d’arte rispettata, da collezione ed esposta nei più importanti musei del mondo.
Se le amicizie con Andy Warhol e Keith Haring sono ormai raccontate da molti dei partecipanti della scena artistica newyorkese degli anni ’80, se la storia d’amore con Madonna fa parte del lato più pop della storiografia legata a Basquiat, il 9 aprile a Manhattan inaugura una mostra che svela aspetti più intimi del pittore, attraverso le fotografie dell’album di famiglia. Il progetto si chiama “Jean-Michel Basquiat: King Pleasure©” ed è curato dalle sorelle Lisane e Jeanine, più piccole dell’artista e che lo hanno vissuto prima come fratello maggiore, timido e scherzoso, poi come un artista di fama mondiale.

Oltre 200 opere inedite tra scatti e manufatti legati alla famiglia di SAMO©, dal rapporto di amicizia con il padre Gerard a quello con la madre Matilde, colei che ha fatto scattare la scintille dell’arte al piccolo Basquiat portandolo a spasso per i musei di New York.
Attraverso le foto di famiglia si ripercorrono gli anni a Flatbush e poi a Boerum Hill a partire dal 1972. Alcuni scatti mostrano anche il biennio in Porto Rico, nel quale la famiglia si era trasferita per un’opportunità di lavoro del padre Gerard. Il ritorno a Brooklyn nel 1976 coincide con l’inizio dei primi seri esperimenti artistici, che porteranno alla prima opera venduta a Warhol nel 1979 (Stupid Games, Bad Ideas) e alla prima personale del 1982 alla Annina Nosei Gallery.
Nella mostra si racconta di un Jean-Michel Basquiat divertito nel costruire pupazzi di neve in mezzo alla strada, o a raccogliere mele con tutta la famiglia. I ritratti con in braccio le due piccole sorelle restituiscono un’atmosfera familiare facile da cogliere a molti, raccontata proprio dalle due curatrici in un articolo su Wepresent. Una mostra che è il contrario del pop, contenitore dentro il quale è spesso stato inserito Basquiat, non spirito collettivo ma nucleo minimo di affetti e creatività.

Jean-Michel-Basquiat | Collater.al
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat
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L’album di famiglia di Jean-Michel Basquiat
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