Photography Il Giappone negli scatti di Freddie Roach
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Il Giappone negli scatti di Freddie Roach

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Collater.al Contributors

Nel lavoro fotografico di Freddie Roach non c’è mai fretta di arrivare al punto. Il punto, semmai, coincide con tutto ciò che di solito resta ai margini: i momenti sospesi, le pause, le traiettorie minori che compongono la vita quotidiana delle città e delle persone che le abitano. In un mondo saturo di stimoli e immagini urlate, Roach sceglie di rallentare e concentrarsi su quei frammenti di calma che spesso passano inosservati, ma che in realtà costituiscono gran parte delle nostre giornate.

La sua educazione visiva nasce nelle pagine delle riviste di surf, lette fin da giovane con attenzione quasi rituale. Ma anche lì, lontano dall’epica dell’onda perfetta, ciò che lo colpiva non era l’azione centrale, bensì i momenti intermedi: i villaggi, i volti, l’attesa. Quelle immagini laterali, apparentemente secondarie, erano le uniche in grado di accendere davvero il suo interesse. Con il tempo, ampliando lo sguardo attraverso pubblicazioni come Life e National Geographic, Roach ha trovato un linguaggio fatto di osservazione silenziosa e attenzione per il reale. Da introverso, guardare è sempre stato più naturale che partecipare.

Questo approccio prende forma in modo definitivo durante il suo primo viaggio in Giappone. Tokyo si rivela immediatamente un territorio visivo inesauribile, capace di offrire stimoli continui a ogni passo. Cresciuto in una città costiera australiana, l’impatto con la metropoli è travolgente, ma è proprio lì che Roach capisce cosa vuole fotografare: non l’eccezionale, ma ciò che resta quando si abbassa il volume.

Camminare diventa il suo metodo. Partendo spesso da Shinjuku, esplora quartieri e strade secondarie, allontanandosi dalle direttrici turistiche. Harajuku, con le sue vie più intime, le architetture domestiche e l’atmosfera rilassata, è uno dei luoghi che meglio incarnano questa ricerca. È lontano dalle arterie principali che, secondo Roach, il Giappone rivela la sua bellezza più autentica.

Nei suoi scatti emergono cabine telefoniche, casse di bottiglie vuote, automobili incastrate in garage minuscoli, porte, riflessi, luce che filtra tra gli alberi.

Dettagli che raccontano una cultura profondamente attenta alle piccole cose, riassunta anche in parole come komorebi, che descrive la luce del sole tra le foglie. Non sorprende che in Giappone i linguaggi lenti, come la fotografia, continuino a essere così sentiti.

Accanto alla quotidianità silenziosa, il progetto include anche momenti di intensa energia collettiva, come il Sanja Matsuri, storico festival che si svolge nel quartiere di Asakusa. Qui, la tensione cresce fino al trasporto finale dei mikoshi, santuari portatili scossi con violenza da centinaia di uomini che si contendono l’onore di portarli fino al tempio Sensō-ji.

Anche in questo caos rituale, Roach non cerca lo spettacolo, ma l’umanità che lo attraversa: la fatica, il contatto, la perdita di controllo, e poi il ritorno alla normalità.

Il filo conduttore resta l’interesse per l’ordinario. Ogni ritorno in Giappone diventa un tentativo di togliere uno strato, evitando un immaginario già visto e consumato. Forse non è un caso che questo sguardo affondi le radici nei ricordi d’infanzia, passati guardando anime giapponesi e rimanendo colpito proprio dalle scene di passaggio, dalle città vissute, dai momenti intermedi.

Camminare senza una meta precisa, mangiare dove mangiano i locali, perdersi in strade anonime: è lì che, secondo Roach, si manifesta la vera natura di una città. Non quella pensata per essere consumata, ma quella che esiste indipendentemente dallo sguardo esterno. Ed è in questi momenti, apparentemente insignificanti, che nascono le sue immagini più autentiche.

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Scritto da Collater.al Contributors

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