GAS unisce arte, musica e moda con un progetto coraggioso

GAS unisce arte, musica e moda con un progetto coraggioso

Andrea Tuzio · 2 settimane fa · Art, Style

Purtroppo da più di un anno viviamo un momento storico di grande difficoltà, in particolare settori come la moda, la cultura e l’entertainment attraversano una crisi complessa e profonda. 
Oggi i “Makers” rappresentano quei talenti che spaziano dall’arte alla moda, dalla musica alla fotografia, sono coloro che si impegnano in ogni espressione creativa con in mente il desiderio di creare attorno a sé una vera comunità, perché soltanto uniti e sostenendoci gli uni con gli altri possiamo costruire il domani.

Ci sono aziende però che provano a guardare oltre, provano a immaginare un futuro diverso, come GAS. L’azienda italiana famosa per il denim e per la grande ricerca sui materiali, fondata dall’imprenditore e visionario Claudio Grotto nel 1984, ha messo in piedi Be a Rainbow Maker for Someone Else, un progetto coraggioso di co-creazione che fonde arte, musica e moda.

GAS, attraverso una vera e propria “call to art”, ha reinterpretato in chiave contemporanea il concetto di mecenatismo, supportando i talenti per provare a iniziare a scrivere un capitolo nuovo del nostro avvenire.

A rispondere a questa “chiamata alle arti” sono state due realtà creative italiane di primo piano che hanno interagito tra loro. La band Eugenio in Via di Gioia ha realizzato un pezzo inedito prodotto e arrangiato durante una residenza artistica presso la sede dell’azienda, che per l’occasione è diventata anfiteatro e sala prove. A completare il progetto, creando lo scenario visivo che fa da sfondo al video della canzone, ha risposto alla chiamata la crew di street artist Truly Design che ha realizzato all’interno di GAS HQs una gigantesca opera d’arte anamorfica che rappresenta un doppio arcobaleno, emblema di GAS e di quei valori di libertà d’espressione, inclusività e passione che accomunano l’azienda e gli artisti coinvolti nel progetto. 

GAS si fa così portavoce di attitudine autentica e positiva, di creatività e collaborazione condensate in un arcobaleno di sfumature blu come il denim che l’azienda italiana presenta alle nuove generazioni. 

#BeARainbowMaker è anche l’hastag con il quale gli Eugenio in Via di Gioia coinvolgeranno i propri fan in una challenge. La sfida consisterà nel raccogliere e filmare sui propri canali social una piccola grande azione che possa avere un messaggio e un impatto positivo per qualcun altro, in modo tale da raccontare e portare il proprio contributo come “Rainbow maker for someone else”.

Noi di Collater.al abbiamo avuto la fortuna, non solo di visitare la splendida sede GAS a Chiuppano in provincia di Vicenza, ma anche di vedere da vicino il processo creativo che ha visto come protagonisti gli Eugenio in Via di Gioia e il collettivo Truly Design.

Truly Design è uno studio di comunicazione visiva non convenzionale fondato nel 2007 a Torino e diretto da tre artisti urbani attivi nella scena dei graffiti dal 1996. In questi anni i ragazzi di Truly Design hanno stretto collaborazioni con studi di architettura, brand, imprese, agenzie di comunicazione, musei e istituzioni culturali in tutto il mondo sempre restando fedeli al loro approccio artistico. 

Specializzati in graffiti 3D e non, arte murale, illustrazione, pittura, grafica applicata e arte anamorfica, il collettivo viene insignito del Cannes Golden Lion Award nel 2018, il riconoscimento più prestigioso del settore, per la loro opera “David Bowie is here” allestita per Spotify all’interno della metro di New York.

Abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con Mauro149, Production Manager di Truly Design e membro fondatore del collettivo, ecco cosa ci ha detto:

Come e dove nasce Truly Design? Quali sono le vostre radici?

Truly Design nasce come un gruppo di amici che si appassionano ai graffiti appena compiuti i 13/14 anni, quindi nasciamo come writer ed è quello che abbiamo fatto nei nostri primissimi anni insieme. Per la nostra generazione (io ho 40 anni) i graffiti erano ancora una forma d’arte underground, molto cool e misteriosa che viveva di passaparola. L’amico ti diceva dove poter recuperare gli spray migliori, dove trovare gli spot per dipingere, etc. 
Tutta questa passione per i graffiti arriva direttamente da quella per il disegno che abbiamo sviluppato sin da piccoli e che poi si è trasferita ai graffiti perché era lo strumento attraverso il quale potevamo esprimere il disagio adolescenziale nella maniera migliore. 
Rappresentava un gesto di strafottenza, nessuno di noi ha mai dato ai graffiti un significato politico bensì era un modo per imporre la nostra presenza e fatta per il gusto di farla e dell’avventura che c’era dietro – andare a dipingere la notte, al buio, cercando in tutti i modi di non farsi beccare – perché dipingere illegalmente come facevamo all’epoca è tutto un altro mondo rispetto a farlo quando hai tutte le autorizzazioni del caso.

Quanto è stato importante per voi crescere a Torino?

Abbiamo avuto la fortuna di vivere e crescere, artisticamente e non solo, a Torino. Una città dove farsi dare i permessi per realizzare opere più strutturate dal punto di vista artistico e lavorarci per due/tre giorni, invece di avere una/due ore o magari soltanto venti minuti, è sempre stato facile. La città di ci ha dato la possibilità di sviluppare il nostro lavoro perché avendo più tempo, abbiamo provato ad andare oltre al graffito classico e abbiamo iniziato a buttarci dentro tutti quelli che erano i nostri interessi: grafica, illustrazione, pittura classica, etc.

Avresti mai immaginato che l’interesse e la passione per i graffiti sarebbe poi diventato il vostro lavoro?

Se vent’anni fa qualcuno m’avesse detto che avrei fatto questo di mestiere gli avrei riso in faccia. Il fatto che sia effettivamente poi diventato il nostro mestiere è stato del tutto casuale e incidentale. Avendo la possibilità di lavorare per strada e soprattutto di giorno grazie ai permessi che la città ci dava, erano tantissime le persone che si fermavano a guardare quello che stavamo facendo e ci chiedevano magari di realizzare opere per il loro negozio, per la loro azienda, per la loro camera. Un lavoro ha tirato l’altro fino ad arrivare al 2007, avevamo tutti 25 anni, quando abbiamo deciso di fare un all-in e aprire il nostro studio. 

Da quel momento in avanti cos’è cambiato?

Beh è cambiata la storia in maniera decisiva, ma graduale. I lavori artistici che realizzavamo hanno smesso di essere qualcosa che facevamo esclusivamente per passione, per arrotondare gli stipendi dei nostri lavori “veri” e che facevamo nel tempo libero ed è iniziato ad essere il nostro lavoro principale e sul quale puntavamo tutte le nostre energie e speranze. 

In che modo i graffiti e tutto quello che ci ruota attorno vi hanno aiutato a strutturare e sviluppare il vostro lavoro?

Tutto quello che abbiamo imparato in dieci anni di graffiti come il lavoro di squadra, collaborazione, fiducia, velocità, efficienza, rapidità di pensiero, organizzazione, spirito di adattamento lo abbiamo traslato e applicato direttamente nel nostro lavoro. Tutte queste cose ci metti almeno dieci anni ad impararle e svilupparle, noi siamo partiti come se avessimo già dieci anni di formazione professionale alle spalle grazie proprio ai nostri inizi e alla passione per i graffiti. 

Come gestite i lavori internamente? Quali sono le dinamiche che contraddistinguono il vostro collettivo?

In origine eravamo in quattro, i quattro soci fondatori, ed è stato così per tantissimi anni. Da tre anni a questa parte siamo rimasti in tre e da poco ci avvaliamo dell’aiuto di collaboratori e dipendenti perché i lavori sono diventati tanti ed è necessario avere una squadra su cui contare. Il nostro approccio somiglia un po’ a una bottega d’artista del ‘500 dove quelli più anziani si occupano di realizzare i lavori più dettagliati, complessi e tecnicamente più difficili e attorno ci sono tutta una serie di collaboratori che danno il supporto che serve. 
Se avessimo voluto diventare un’agenzia da 50 dipendenti avremmo potuto farlo ma non siamo quel mondo lì, noi siamo più uno studio di artisti che lavorano insieme. Abbiamo voluto mantenere l’autenticità di un percorso artistico preciso e indipendente. 

Parliamo dell’aspetto che più vi contraddistingue da un punto di vista artistico, l’anamorfismo. 

Come collettivo l’anamorfosi è ciò che ci ha catturati, ed è stato un vero e proprio colpo di fulmine avvenuto a Londra alla National Gallery, quando abbiamo visto “Gli Ambasciatori” di Hans Holbein del 1533. Se all’epoca i riferimenti erano chiese, palazzi ducali, etc., noi abbiamo pensato di riportare tutto alla nostra contemporaneità, all’interno dei nostri contesti, l’archeologia industriale per intenderci, fabbriche abbandonate o dismesse con tutte le difficoltà che una location del genere comporta. Lì abbiamo capito che ci interessavano tutti quegli spot non lineari, magari che avevano tubi sporgenti o basi sfaccettate dove difficilmente si dipinge. Siamo andati ovviamente oltre alla fabbrica abbandonata, dipingendo in contesti industriali rigenerati, interni con una decisa complessità strutturale giocando con le profondità e con le forme. Ci basiamo tantissimo sul design grafico di ispirazione astratta ma facciamo anche del figurativo. Questi sono i due filoni di anamorfosi che abbiamo sempre seguito. 

Ci parli dell’opera che avete realizzato per l’occasione all’interno di GAS HQs?

Questo è un pezzo astratto ma dietro ha un concetto forte. La stanza dove Eugenio è rinchiuso è blu, il blu identifica anche la malinconia dell’essere isolato – sensazione che abbiamo provato tutti durante quest’ultimo anno – e l’arcobaleno che passa dietro è un ponte che ci porta oltre questa dimensione del box blu isolato che in realtà è soltanto un’illusione che se guardata da un’altra angolazione si scopre che in realtà non esiste.

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Luminous Phenomena, una collana dedicata alla fotografia internazionale

Luminous Phenomena, una collana dedicata alla fotografia internazionale

Giulia Guido · 2 settimane fa · Photography

Cosa sono le immagini se non fenomeni luminosi? È da questa riflessione che circa un anno fa NFC Edizioni, per festeggiare dieci anni di attività, ha sentito il bisogno di dar vita a Luminous Phenomena, una collana dedicata interamente alla fotografia internazionale.

Luminous Phenomena nasce dalla volontà di creare uno spazio dove fotografi affermati ed emergenti possano esprimersi liberamente, curando ogni aspetto della pubblicazione, dal colore della copertina alla selezione delle fotografie. 

In questi libri dal piccolo formato, che permette di tenerli in mano rimpiazzando per qualche istante lo schermo dello smartphone, si riscopre l’importanza del corpo e di come questo si confronti con l’ambiente circostante. 

Alba Zari

Il primo volume, uscito a settembre 2020, è dedicato a Lady Tarin, da allora sono stati pubblicati altri tre volumi, rispettivamente dedicati a Aleksey D’Havlcyon, Giulia Agostini e Alba Zari

Luminous Phenomena è una di quelle pubblicazioni da sfoggiare sulla mensola migliore.
Noi di Collater.al abbiamo avuto la fortuna di parlarne direttamente con Amedeo Bartolini, direttore editoriale e fondatore di Agenzia NFC e NFC Edizioni, e Guya Bacciocchi, direttrice della collana, che ci hanno svelato qualcosa in più sul progetto.

Non perdetevi l’intervista qui sotto, qualche scatto incluso nel libri e per saperne di più visitate il sito dedicato

Prima di parlare di questa nuova collana di libri fotografici, puoi raccontarci come hai iniziato il tuo percorso nell’ambito dell’editoria e quando hai deciso di fondare Agenzia NFC? 

Amedeo: La nostra storia nasce, e cresce, in un momento di profonda crisi economica. Ho fondato Agenzia NFC (agenzia di comunicazione) nel 2010, intravedendo l’opportunità di collocarmi in un settore forse un po’ “stanco”: c’era bisogno di una realtà più smart e più dinamica e un paio di anni dopo, nel 2012, ho seguito la mia grande passione per i libri e ho deciso di scommettere sulla carta stampata, e quindi di fondare NFC Edizioni. 

Per i 10 anni di NFC Edizioni avete lanciato “Luminous Phenomena”, una collana dedicata alla fotografia internazionale. Com’è nata l’idea di questa collana? Perché avete scelto questo nome? 

Amedeo: Per anni l’idea di una collana fotografica è stata nella mia testa come un tarlo, che piano piano si è fatto strada nella mia mente.
Nel 2020 mi sono ritrovato sbalzato in una realtà dove l’unica cosa che avevo in abbondanza era il TEMPO. Quindi ho deciso di usare questo periodo di stallo per costruire qualcosa di positivo, come nel 2010 ho cercato di trovare il modo di reagire a un momento di forte crisi.
Alla fine ho deciso di dare un nome al mio “tarlo”, e così è nata la collana “Luminous Phenomena”. Il nome si ispira deliberatamente e sfacciatamente a “The Pencil of Nature” di Talbot, rendendogli omaggio e rivisitandone il pensiero – lo studio dei fenomeni luminosi! – in chiave contemporanea.

Aleksey D’Havlcyon


La parola d’ordine di questa collana è AVVICINARE; vorrei creare nuovi collezionisti di fotografia. Proprio per questo nell’edizione Deluxe (DE) dei Luminous Phenomena c’è una fotografia in tiratura dell’artista. Immagino la mia parete di casa dedicata alla collana piena di fotografie in formato 10×15 cm.

Qual è il tema che accomuna i fotografi scelti? 

Guya: Non mi sento di dire che ci sia un tema ricorrente nei fotografi che abbiamo selezionato sino ad ora. Forse l’unica nota che li accomuna è il corpo.La collana, infatti, non voleva essere legata a un unico soggetto, ma volevamo si potessero raccontare luoghi, persone e storie ogni volta diverse, nuove, volevamo che ogni artista ci potesse portare liberamente nel suo universo onirico.

Per il momento i volumi usciti sono quattro. Dobbiamo aspettarcene altri? Potete svelarci qualcosa? 

Amedeo: Dico sempre che spero che questa collana mi accompagni fino alla pensione! Il mio desiderio sarebbe poter continuare a impegnarmi su questo progetto per ancora molto tempo; lo trovo estremamente stimolante e gratificante, in più questi libri sono così belli!
In questi giorni stiamo lavorando al vol. 5 dedicato a Cloro, con un testo di Lorenzo Castore e di Martha ter Horst.
Il vol. 6 sarà particolare, celebrerà il primo anno di “Luminous Phenomena”, e proprio per questo abbiamo deciso di raccontare qualcosa di molto vicino alla nostra sede riminese. Non voglio svelare troppo dei prossimi volumi, vi dico solo alcuni dei paesi da cui “ruberemo” fotografi per i prossimi volumi: Inghilterra, Messico e Marocco.

Come avviene la selezione dei fotografi per questa collana? 

Guya: Chi si aspetta una scelta ponderata, sbaglia! La selezione dei fotografi è fatta di emozioni, di farfalle nello stomaco e di stupore.
Ogni artista ci ha colpiti per una peculiarità e ha fatto scaturire in noi la curiosità, la voglia di saperne sempre di più, la necessità di voler raccontare una storia. I fotografi che abbiamo scelto sono quelli che ci hanno fatto fermare, che ci hanno fatto riflettere, e che ci hanno lasciato senza fiato. Alcuni artisti li conoscevamo già, altri li abbiamo trovati girovagando per il web.

Ogni volume è un’esperienza nuova, per noi e per loro: vogliamo che l’artista sia coinvolto a 360 gradi, dalla scelta di chi sarà a scrivere l’essay, agli scatti da mettere nel libro, al colore della copertina che sarà la prima parte emozionale di ogni volume (la scelta è tra 27 tonalità della Fedrigoni Sirio Color).
Vogliamo che ogni volume di Luminous Phenomena racconti una storia nuova, che ci faccia sognare.

Giulia Agostini

Ogni volume è un’esperienza nuova, per noi e per loro: vogliamo che l’artista sia coinvolto a 360 gradi, dalla scelta di chi sarà a scrivere l’essay, agli scatti da mettere nel libro, al colore della copertina che sarà la prima parte emozionale di ogni volume (la scelta è tra 27 tonalità della Fedrigoni Sirio Color).

Vogliamo che ogni volume di Luminous Phenomena racconti una storia nuova, che ci faccia sognare.

Sfogliando i volumi ne ho apprezzato molto il piccolo formato. La sensazione è stata quella di avere in mano una raccolta di cartoline o, se vogliamo rimanere al passo coi tempi, una galleria di Instagram stampata. C’è un motivo particolare per il quale avete scelto questo formato? 

Amedeo: Sono un nostalgico, a me i libri piacciono di carta, mi piace poterli tenere in mano, sentire il loro peso e poter annusare l’odore dell’inchiostro nelle loro pagine. Ho creato una collana dove ad essere coinvolti sono più sensi, non solo la vista ma anche il tatto e l’olfatto. La carta della copertina, delle risguardie e della parte non fotografica del libro è una Fedrigoni Sirio Color, una carta soffice al tatto, delicata, preziosa, che profuma di libro nuovo, ogni volume in un colore differente. Il formato dei LP è “a misura di mano”, scomodo da sfogliare, ma è una scelta ben precisa: volevo dei volumi belli da vedere, oggetti che invoglino ad essere toccati. Non voglio che vengano sfogliati molte volte, non voglio che vengano rovinati. Non è solo la foto l’oggetto da collezione, ma anche e soprattutto il libro!

Luminous Phenomena, una collana dedicata alla fotografia internazionale
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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

Giulia Guido · 2 settimane fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle.
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @_aneres_guizzo, @jacopo_cerchi, @andycaraway, @valentinagaiph, @andrea_cocoo_ph, @martinabarbon, @allenmigliore, @lollo_169, @monica_lighthouse, @underratedlia.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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I ritratti analogici e surreali di Kate Hook

I ritratti analogici e surreali di Kate Hook

Giulia Guido · 1 settimana fa · Photography

Cinematografici e surreali. Quasi futuristici. Gli scatti di Kate Hook fanno questo effetto, portano lo spettatore in luoghi lontani, non geograficamente, ma nel tempo e nello spazio. La fotografa con base nel sud del Regno Unito ci fa viaggiare con la mente nel tempo e nello spazio. 

Kate Hook ha studiato Art Direction all’University of Arts London, Filmmaking alla Staffordshire Uni e oggi è una fotografa specializzata in fotografia analogica. Allontanandosi da molti colleghi che fanno affidamento soprattutto sulla post produzione e su Photoshop, Kate realizza tutto in macchina e guardando i risultati ottenuti non possiamo che rimanere senza parole. 

Noi la abbiamo fatto qualche domanda e Kate Hook ci ha raccontato come ha cominciato a scattare e qualcosa in più sulla sua tecnica. Non perderti l’intervista qui sotto e seguila su Instagram e sul suo sito.

Raccontaci come ti sei avvicinato alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

Non c’è un momento particolare che mi viene in mente, è stata più una sequenza organica di sviluppo di un interesse per la fotografia che è iniziato con una Canon AV-1 che mio padre mi ha dato quando ero un’adolescente, oltre a giocare con le altre fotocamere digitali in casa. Quando avevo circa 14-15 anni mi sono appassionata e verso i 16 anni è diventato abbastanza evidente che avevo un talento per la fotografia. Una cosa che ricordo di quel periodo era qualcuno che mi diceva che stavo scattando foto “sbagliate”, il perché è che a quell’età avevo poca idea di ciò che stavo facendo, dato che non avevo avuto alcun insegnamento o qualcuno che mi mostrasse come usare bene una macchina fotografica. Così ho iniziato a leggere libri su fotocamere e fotografia perché volevo imparare a scattare correttamente e poi farlo “male” di proposito.

Descrivi il tuo stile fotografico. Come sei arrivato a questo punto?

Magico e vivido. Non chiaro o scuro, è luminoso e onirico. Ho passato anni a giocare con vari metodi e tecniche diverse. Quando ero più giovane ero molto attratta dal surrealismo, quindi sento che ha avuto un impatto su di me a livello creativo. Ho sempre creduto che la magia sia reale e che ci sia molto di più nella realtà di quello che ci viene insegnato, così cerco di mostrarlo nel mio lavoro. Dopotutto la realtà è ciò che tu fai con essa. 

Secondo te qual è la cosa da considerare più importante mentre si realizzano dei ritratti fotografici?

Il mood e il messaggio… Se ce n’è uno, dipende un po’ dalla foto. Di solito ci sono un bel po’ di elementi da considerare e che dipendono da set che si sceglie. Per quanto riguarda il modello, bisogna considerare il modo in cui è presentato, la sua espressione, ma anche ciò che indossa. Poi ci sono altri elementi come l’illuminazione e l’attrezzatura. Così come i temi e il simbolismo. Tutto questo è come un’equazione matematica con vari fattori diversi che danno vita alle immagini finali.

Quali attrezzature utilizzi per scattare? Quali strumenti porti con te quando scatti e perché?

Scatto interamente su pellicola e ho iniziato a usare più filtri nel mio lavoro. Le principali fotocamere che uso sono Nikon F100, Fm2 e F3. Recentemente ho ricevuto una Pentax 645N con la quale sono entusiasta di lavorare di più. Di tanto in tanto uso la tecnica del “film soup, ovvero immergo la pellicola di un rullino 35mm in un liquido, questo distorce l’equilibrio chimico della pellicola e provoca alcuni effetti interessanti. Assolutamente nessuno dei miei lavori è photoshoppato, tutto è fatto praticamente nella macchina fotografica. Faccio solo qualche piccolo ritocco prima di caricarlo, tutto qui. Passiamo un sacco di tempo a fissare gli schermi, quindi per me è importante dal punto di vista artistico scattare e creare immagini senza l’ausilio di un computer e di un software di editing. Inoltre scattare su pellicola rende tutto un po’ più reale. 

Ci sono artisti che segui o ai quali ti ispiri?

Pete Turner e Benoit Debbie sono stati le maggiori influenze per me nel corso degli anni. Turner è stato essenzialmente il padrino della fotografia su pellicola a colori e Debbie è un maestro del colore per la cinematografia. 

Continua la frase: per me la fotografia è…

La verità. È tutto lì per una ragione. L’occhio umano non può e forse non vuole vedere tutto. La fotografia può dirci quanto sia impressionante e allo stesso tempo quanto sia bello il mondo.

Kate Hook | Collater.al
Kate Hook | Collater.al

Leggi anche: Gli autoritratti surreali di Alice Milewski

I ritratti analogici e surreali di Kate Hook
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Lavinia Cernau fotografa l’essenza dell’estate

Lavinia Cernau fotografa l’essenza dell’estate

Giulia Guido · 6 giorni fa · Photography

È in giorni come questi, in cui le temperature iniziano ad alzarsi e le giornate ad allungarsi, che proviamo una strana nostalgia per l’estate. Un sentimento duplice che si manifesta sia come mancanza delle estati passate, sia come impazienza nell’aspettare quella che sta per cominciare. Poi, ogni volta che finalmente arriva ci sembra strano, ma bastano pochi giorni, giusto un fine settimana al mare, per tornare a sentirsi a proprio agio con le gambe scoperte e con il sole che accarezza la pelle.
In questo periodo, però, in cui anche una gita fuori porta sembra un’impresa colossale, le fotografie di Lavinia Cernau ci vengono in aiuto e curano la nostra nostalgia. 

Lavinia Cernau è una fotografa con base in Transilvania, Romania, e sebbene questa terra offra dei paesaggi unici ai quali la fotografa è molto legata, la fotografia l’ha portata ad esplorare altri luoghi. 

Dalle isole greche alle spiagge spagnole, dal sud della Francia alle coste italiane, Lavinia va là dove l’estate si esprime nel migliore dei modi e con la sua macchina fotografica è sempre pronta a catturarla, a imprimerla per sempre in immagini che potrebbero far parte dell’album delle vacanze di ognuno di noi. 

Non importa in che luogo si trovi, ma elemento fondamentale della produzione artistica della fotografa è la luce, calda e avvolgente. I colori che sprigionano all’alba e al tramonto ricoprono ogni cosa con una patina che trasforma vedute e scorci in luoghi magici.

“Come fotografa sono attratta dal contrasto tra luce e ombra che si crea all’alba o al tramonto – entrambi i miei momenti preferiti per scattare.”

Scorrendo il suo portfolio ci tornano alla mente i profumi dell’estate, il rumore dei pini marittimi scossi dal vento, il sale che rimane sulla pelle, il piacere che si prova bevendo una bevanda ghiacciata, le ore trascorse ad abbronzarsi.

Gli scatti di Lavinia Cernau si distinguono per un’estetica particolare che sembra uscita da film come “Il talento di Mr. Ripley”, dove la vita sembra più bella e più facile solo perché vissuta a due passi da una scogliera che si tuffa nel blu del mare.
In effetti, il mondo del cinema non è lontano dall’immaginario della fotografa che ci ha detto “Credo di pensare a ciò che sto per fotografare come a dei fotogrammi di una pellicola, perché voglio sempre che le mie immagini raccontino qualcosa. Voglio che le persone si commuovano, che si mettano in relazione con una sensazione dentro di loro quando guardano le mie foto.”

Leggi anche: Le foto di Guillaume Gaubert, ricordi di un’estate passata

Lavinia Cernau riesce a racchiudere in un’immagine tutta l’atmosfera dell’estate. Qui sotto potete trovare alcuni dei suoi scatti, ma per scoprirne di più visitate il suo sito e seguitela su Instagram

Lavinia Cernau fotografa l’essenza dell’estate
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Lavinia Cernau fotografa l’essenza dell’estate
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