Quando il leggendario Massimo Osti fondò il brand Chester Perry nel 1971, era già chiaro a tutti che sarebbe stato l’inizio di una lunga storia fatta di innovazioni all’avanguardia soprattutto nel campo dei tessuti e in quello delle tinture. Osti utilizzava metodi che all’epoca venivano adottati quasi esclusivamente per la carta come l’utilizzo della fotocopiatrice, della stampa serigrafia e della quadricromia, attingendo a piene mani dalla sua esperienza come graphic designer.

Nei due anni successivi sperimentò e perfezionò la tintura in capo che è la denominazione di un processo introdotto dallo stesso Osti e che consiste nella tintura durante la fase finale del processo di produzione di un indumento in tessuto grezzo e non colorato. Questa tecnica si differenzia dal metodo convenzionale che prevede la realizzazione dei capi partendo da tessuti già tinti.
Nonostante la tintura in capo esistesse già da tempo, Massimo Osti e i suoi collaboratori di C.P. Company furono i primi a utilizzarla su capi realizzati con fibre e tessuti diversi. Un processo quasi alchemico che produce una profondità e un’intensità cromatica impossibile da ottenere con tessuti pre-tinti.

Ispirandosi ai metodi della Bauhaus, Osti ha rielaborato i capi militari d’archivio, da lavoro e sportivi attraverso un’intensa ricerca sui tessuti italiani per dare forma a un codice sartoriale completamente nuovo e basato sulla funzionalità.
“Disegno vestiti per un uomo che viaggia attraverso il pianeta, attraverso ambienti diversi; la natura, il traffico, l’inquinamento, l’avventura urbana. Ho sempre pensato che i miei capi dovessero rispondere a bisogni reali”.
L’enorme capacità di C.P. Company di rispettare negli anni i dettami del suo fondatore, ha fatto sì che la legacy, l’eredità di Massimo Osti, fosse sempre al centro del progetto generale.
Piuttosto che inseguire le tendenze, il brand si è sempre concentrato – soprattutto negli ultimi anni – sul DNA che ha contraddistinto C.P. sin dalle origini preservandone l’inestimabile cachet culturale e allo stesso tempo proiettando quell’eredità nella contemporaneità.

L’idea della Goggle Jacket arrivò quando Osti riuscì a recuperare un cappuccio protettivo indossato dalla Difesa Civile giapponese – il suo archivio a Bologna tuttora visitabile è un vero e proprio luogo di culto – che comprendeva al suo interno un paio di lenti protettive e ne studiò i particolari. L’idea di realizzare una giacca con un paio di lenti cucite all’interno del tessuto lo entusiasmò immediatamente.

Il primo prototipo di Goggle Jacket aveva le lenti cucite all’interno di un collo molto lungo e che doveva essere tirato su fino agli occhi e fu prodotto per la Spring/Summer 1988 in quantità limitate. Dopo ulteriori ricerche sui cappucci protettivi utilizzati dall’esercito e sugli indumenti antigas, ebbe l’idea di spostare le lenti all’interno del cappuccio anche per rendere il tutto più comodo e funzionale.

Questa nuova versione della Goggle Jacket vide anche l’aggiunta di un’ulteriore lente sulla manica sinistra all’altezza del polso per consentire a chi indossava la giacca di vedere il proprio orologio.

Probabilmente il pezzo più iconico di C.P. Company, la Goggle Jacket originale è conosciuta dai più con il nome di “Mille Miglia”.
L’azienda decise di sponsorizzare la leggendaria gara d’auto d’epoca e regalò una Goggle Jacket a tutti i partecipanti e organizzatori, da qui prese il suo soprannome non ufficiale ma ormai diventato emblematico. La giacca era un perfetto mix tra sportswear, performance e design di altissima qualità.
Reinterpretata e reinventata a ogni stagione, la Goggle Jacket oggi la vediamo addosso a personaggi come Stormzy, Rejjie Snow, Slowthai, Marracash e tanti altri, a testimonianza del fatto che le idee vincenti non muoiono mai.
Funzionale, senza tempo e con un’estetica audace, questa giacca è stata ed è ancora oggi e con ancora più forza, il simbolo della creatività di Massimo Osti e di C.P. Company.


