Style Il pile, storia di un tessuto nato per la montagna e finito ovunque
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Il pile, storia di un tessuto nato per la montagna e finito ovunque

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Giulia Guido

Molti dicono che le idee migliori vengono mentre si è seduti sul gabinetto. La storia del pile non nasce proprio così, ma il gabinetto ha sicuramente avuto un ruolo chiave. 

Erano gli anni Settanta quando Yvon Chouinard, fondatore di Patagonia, cercava qualcosa con cui poter sostituire i suoi maglioni di lana, amatissimi, ma pesantissimi da bagnati e lunghissimi da asciugare. La svolta, il lampo di genio, venne quando sua moglie tornò a casa con un rotolo di poliestere da utilizzare come copriwater. Chouinard lo prese e lo portò in una sartoria chiedendo di farne un maglione. Ovviamente quello realizzato fu solo la base di partenza, perchè nonostante fosse leggero e con un’asciugatura più veloce, il tessuto comprato dalla moglie faceva un sacco di quei fastidiosi pallini.
Il tessuto giusto arrivò grazie alla Malden Mills, storica azienda del Massachusetts guidata da Aaron Feuerstein. Nasce così la Synchilla, la “chinchilla sintetica”, venduta ancora oggi prima sotto il nome di PolarFleece e poi con quello di Polartec. Forse la popolarità di questo materiale, oltre alla comodità, fu dovuta anche al fatto che Feuerstein scelse di non brevettarlo, permettendo così a chiunque di produrlo in proprio.

Parlando di caratteristiche tecniche, dietro la morbidezza e la comodità del pile si nasconde semplicemente del poliestere (quello che sembra essere il grande nemico dei nostri giorni), lavorato per formare uno strato in grado di mantenere dell’aria al suo interno. È proprio grazie a quest’aria che qualsiasi capo in pile riesce a essere leggero e caldo allo stesso tempo.
Ovviamente ci sono anche dei lati negativi, come il fatto che non protegge dal vento o che si carica di elettricità statica, ma soprattutto che il poliestere altro non è che plastica. Ben presto, quindi, è sorta la necessità di realizzare i pile con plastica di riciclo. Nel 1993 Patagonia fu la prima del settore a farlo con bottiglie riciclate, tanto che il primo pile aveva il verde delle bottiglie di soda. Ovviamente il riciclato non risolve da solo tutto. Una bottiglia può tornare bottiglia più volte, mentre un pile a fine vita finisce quasi sempre in discarica, dando buon materiale a chi vuole comunque criticare, tanto da arrivare a parlare di downcycling, ovvero quel processo in cui i materiali di scarto vengono riciclati in prodotti di qualità e valore inferiori rispetto a quelli originali. 

A questo si aggiunge anche il problema legato alle microfibre, che secondo uno studio commissionato da Patagonia ne vengono rilasciate circa centomila a ogni lavaggio. Con gli anni sono riusciti a lavorare il materiale in modo tale che la dispersione sia portata al minimo possibile, ma nessuno è ancora riuscito a portare quel numero a zero.

Tornando alla sua storia, invece, il vero boom arriva, poi, negli anni Ottanta. Nel 1985 Patagonia lancia la Synchilla Snap-T, ovvero il pullover con i bottoni a pressione sul colletto che diventerà un simbolo dello stile di quegli anni. Nel 1988 The North Face presenta la Denali, nata come strato da agganciare alla giacca Mountain e messa alla prova da due alpinisti sulla Salathé Wall, in Yosemite. 

Poi arrivano gli anni Novanta e le loro stampe pazze. Patagonia comincia a stamparci sopra motivi navajo e geometrie da maglia Coogi, con il risultato di un pile che sembra un maglione. Ma non è l’unica: Columbia, Woolrich e REI pescano nello stesso immaginario del Sud-Ovest americano, e persino Carhartt ci dedica una Southwest Collection. Aztec, navajo, southwestern, i rivenditori usano i termini come sinonimi, e quei capi sono oggi tra i più cercati nel mondo vintage e dell’usato. 

Solo alla fine degli anni ’10 entra in campo lo streetwear con collaborazioni che allontanano il pile dal mondo della montagna e lo portano per le strade delle grandi città come  Supreme x The North Face, KAWS x Gucci, o brand come Palace, Aimé Leon Dore, Cactus Jack e Rier. Il legame con lo streetwear è figlio del dilagare del gorpcore, termine coniato nel 2017 da Jason Chen su The Cut che deriva da gorp, il mix di frutta secca che gli escursionisti portano nello zaino, e che definisce quello stile che trasforma i capi tecnici in item lifestyle, che vista la loro comodità si fa fatica a farne a meno.
La prova è che il pile è sempre più presente nei nostri armadi, sotto forme diverse, da quelli più casual a quelli con linee più eleganti, ma anche nei look che vediamo fuori casa e non più solo in montagna. 

In copertina: Yvon Chouinard e l’alpinista Peter Hackett in Alaska


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Scritto da Giulia Guido

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