Abbiamo pianto tutte le nostre lacrime guardando Hamnet.
Il film di Chloé Zhao, uscito in Italia lo scorso 5 febbraio e di cui si sta parlando molto, raccogliendo consensi unanimi, racconta la storia che ha portato alla nascita di uno dei più grandi capolavori teatrali di sempre: l’Amleto.
Da un lato abbiamo William Shakespeare, che ha il volto di Paul Mescal; dall’altro sua moglie Agnes Hathaway, interpretata magistralmente da Jessie Buckley. Nel mezzo troviamo l’Inghilterra di fine Cinquecento, la Natura che ha un ruolo fondamentale nella vita delle persone, la costruzione e il mantenimento di una famiglia, una vocazione da seguire, credenze popolari e una romantica venerazione dell’occulto.
L’aspetto su cui vogliamo soffermarci, però, è quello musicale, in particolare la musica che accompagna il finale del film. Agnes, spinta dalla disperazione e dalla rabbia, ma anche dalla curiosità di vedere ciò che il marito fa a Londra, si ritrova al Globe Theatre, alla prima rappresentazione di Hamlet. Qui, circondata dalla folla, scopre che il marito ha dato al protagonista il nome del loro figlio morto.
Oltre alle parole recitate sul palco non ci sono dialoghi. Tutto ciò che prova lei, la quasi vergogna di lui, la sofferenza, la mancanza, passa attraverso sguardi mai urlati, gesti lenti e misurati. Ed è proprio in questo momento che iniziamo a sentire le note di un violino: una melodia che accompagna la scena e le emozioni che proviamo noi, dall’altra parte dello schermo.
È “On the Nature of Daylight” del compositore inglese Max Richter, che firma l’intera colonna sonora di Hamnet, per cui è candidato agli Oscar.
Ci lasciamo andare, lentamente, al rispettoso crescendo della musica, capace di trasformare la tristezza in leggerezza, la sofferenza in liberazione. Solo dopo, una volta terminati i titoli di coda, ci accorgiamo che quella stessa musica ci ha già accompagnato in altri momenti di rivelazione, sospesi tra il buio e la luce.
“On the Nature of Daylight”, infatti, non è un brano originale realizzato per Hamnet, ma una composizione che Richter ha pubblicato per la prima volta nel 2004, come seconda traccia dell’album The Blue Notebooks, concepito come un disco di protesta contro la guerra in Iraq.
Da allora Hollywood sembra essersi innamorata di questa traccia, che è stata scelta per alcune delle scene più memorabili di film e serie TV.
La più conosciuta e impressa nella memoria del pubblico è sicuramente quella di Shutter Island, nel sogno in cui Leonardo DiCaprio ritrova la moglie, che lo prega di dimenticarla e di svegliarsi. Anche in questo caso, sebbene la scena si trovi nella parte iniziale del film, è carica di pathos ed è costruita su un lento crescendo emotivo.
Qualche anno più tardi la risentiamo all’inizio e soprattutto nella scena finale di Arrival di Denis Villeneuve. In questo film, capolavoro per la sceneggiatura, “On the Nature of Daylight” ha anche un ruolo strutturale: non è un caso, infatti, che le note che si ascoltano in apertura siano le stesse che tornano in chiusura.
Ma non solo film, anche serie TV.
Il brano di Max Richter accompagna il momento in cui, in The Handmaid’s Tale, Nick rivede June dopo che lei è riuscita a liberarsi e incontra per la prima volta la loro figlia Nichole.
Più recentemente, invece, è stato scelto per l’epilogo dell’episodio sicuramente più struggente di The Last of Us, quello dedicato alla storia di Bill e Frank.
Sebbene qualcuno si stia chiedendo se l’utilizzo di “On the Nature of Daylight” (presente anche in
Stranger than Fiction, Disconnect e Togo) non stia diventando un cliché per determinate scene, noi ci sentiamo di dire che in Hamnet si sposa alla perfezione non solo con il finale, ma con l’intera storia. Non sorprende che la stessa Chloé Zhao abbia raccontato come, arrivati a una fase avanzata della produzione e alla registrazione della scena finale ancora priva di una traccia musicale definitiva, la scelta di questo pezzo sia stata quasi naturale.
Insomma, doveva essere così. E il risultato finale lo dimostra.

