Quando aveva solo tre anni, Hannah Modigh (poi diventata fotografa in età adulta) si è trasferita con la sua famiglia in India, dove è rimasta per circa quattro anni. In quel periodo, mentre i genitori lavoravano, lei e le sue sorelle venivano accudite da Sivagami, una donna che, per un tratto di strada, è diventata parte della loro famiglia. Una figura centrale, presente e amorevole, ma priva di qualsiasi diritto reale all’interno della loro vita.

Secondo la fotografa, un equilibrio precario, fatto di affetto e dipendenza, in cui ogni gesto era sincero ma inevitabilmente segnato da una profonda asimmetria. Quando la famiglia Modigh tornò in Svezia, Sivagami pianse. Hannah, allora bambina, pensava fossero lacrime per la loro partenza. Oggi si chiede se non fossero piuttosto per il proprio futuro incerto.
A distanza di trent’anni, Hannah Modigh torna in India per cercare Sivagami. Il suo progetto fotografico, diventato un libro, si intitola Searching for Sivagami ed è un’indagine tanto fisica quanto emotiva. Non c’è alcuna certezza di trovarla, nessuna traccia concreta, solo ricordi vaghi e sensazioni. Ma è proprio a partire da questi frammenti che Hannah costruisce il suo racconto visivo, muovendosi tra le strade che forse avevano percorso insieme, sulle spiagge che forse avevano condiviso, nei quartieri dove forse Sivagami aveva vissuto.



Nel suo viaggio, la fotografa incontra donne che non assomigliano a Sivagami in senso stretto, ma che ne condividono la condizione sociale, il vissuto, le fragilità. Le fotografa, e in ciascuna di loro cerca qualcosa: un riflesso, un’eco, una possibilità.

Queste immagini diventano ritratti doppi, in cui Modigh cattura sia la figura della donna davanti all’obiettivo, sia una versione immaginata — e forse anche idealizzata — di Sivagami. Il risultato è una narrazione potente e malinconica, che parla di perdita, di memoria, ma anche del modo in cui le relazioni formano — e deformano — la nostra identità.



La riflessione di Hannah Modigh
Searching for Sivagami non è un reportage né un diario, ma una riflessione sulla distanza, sull’infanzia e su ciò che resta delle persone che ci hanno amato. Un tentativo delicato di colmare un vuoto che nessuna fotografia potrà davvero riempire, ma che, attraverso la fotografia, può almeno essere guardato.








