Hater Box, il dispositivo che odia al posto tuo

Hater Box, il dispositivo che odia al posto tuo

Giulia Pacciardi · 2 anni fa · Design

Anche se non le diciamo ad alta voce, la nostra testa è sempre piena di parolacce.
Contro quello che non ci piace, contro quello che ci infastidisce e anche un po’ per sfogare le nostre lune storte.

Se però, ogni tanto, pensate che non sia il modo giusto, Fabien Bouchard aka Parse/Error, ha trovato un modo che vi farà sentire più leggeri senza dover fare assolutamente nulla.
Il suo Hater Box, fondato sul sistema dei dispositivi split-flap, accosta alla parola FUCK tutto un insieme di cose che effettivamente può provocarci rabbia.
“Fuck Instagram,” “Fuck Art,” “Fuck Lies,” “Fuck Gender”, “Fuck Selfie”.

Questi sono solo alcuni dei 45 improperi che potrebbero funzionare come anti stress, per odiare al posto vostro senza farvi venire il sangue amaro.

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Il VitraHaus diventa un vero e proprio loft

Il VitraHaus diventa un vero e proprio loft

Collater.al Contributors · 2 anni fa · Design

È la casa tedesca di Vitra, firmata da Herzog & de Meuron ed inaugurata nel 2010, ad ospitare il loft firmato dal duo israeliano Raw-Edges, con sede a Londra. I designer hanno ideato lo spazio pensando ai loro figli ed immaginando di viverci insieme:

«Volevamo dimostrare come uno spazio possa funzionare altrettanto perfettamente sia per i genitori che per i figli, sia per il lavoro che per il gioco».

Il risultato è un collage di prodotti Vitra e Artek, caratterizzato dal ricercato accostamento di aree living, proprie dell’abitare familiare, e spazi dedicati al lavoro. Come in altri progetti, i Raw-Edges hanno puntato a tre elementi chiave: movimento, improvvisazione e sorpresa, portati a compimento grazie all’uso di materiali naturali come il legno, il vetro e dei tessuti di tonalità pastello. Grazie a questi elementi lo spazio acquisisce anche imprevedibili allestimenti giocosi, pensati per «una famiglia giovane, indaffarata e creativa».

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Testo a cura di Beatrice Bonetto

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Call Me By Monet, Guadagnino e Monet si incontrano nei collage di Mika Labrague

Call Me By Monet, Guadagnino e Monet si incontrano nei collage di Mika Labrague

Giulia Ficicchia · 2 anni fa · Design

Call Me By Your Name, l’ultimo film di Luca Guadagnino, candidato a diversi Oscar, nonchè vincitore di quello per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, è una poesia cinematografica. Sotto ogni punto di vista. Dalla fotografia di un’Italia finalmente non da cartolina alla musica di Sufjan Stevens, dalle parole conclusive di Michael Stuhlbarg agli interni.

Immaginate di prendere dunque tutta questa bellezza e farla vivere nei quadri impressionisti di Monet: è quello che ha fatto l’artista filippina Mika Labrague nei suoi collage, dove Elio, Oliver e altri protagonisti si trasformano in personaggi di quadri dai toni pastello.

Nonostante Monet abbia dipinti quei luoghi tra l’800 e il ‘900, i due mondi si uniscono alla perfezione in un unico momento di bellezza visivo.

Mika raccoglie le sue creazioni in un profilo Instagram, Call Me By Monet.

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Pantop, i pantone non convenzionali di Isabella Montan

Pantop, i pantone non convenzionali di Isabella Montan

Giulia Pacciardi · 2 anni fa · Design

Isabella Montan è una giovane art director di Parma che ha creato un profilo Instagram in cui racchiude People/Animals/Nonsense/Things/Objects/Pieces of life tutti sotto forma di colore, tutti soprannominati Pantop.

La differenza tra il suo progetto, e tanti altri di cui vi abbiamo parlato anche noi, ad esempio questo e questo, sta nel fatto che Pantop non racchiude un solo mondo, ma i più disparati.
Ci sono gli attori e i film che hanno vinto gli Oscar, ci sono musicisti, ci sono personaggi che hanno fatto la storia, ci sono personaggi inventati e anche tante cose che hanno ragione di esserci già solo per il loro aspetto.

Noi ne abbiamo selezionati un po’, ma voi dovete assolutamente andare a guardare tutto il suo profilo.

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Pantop, i pantone non convenzionali di Isabella Montan | Collater.al

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999. domande sull abitare contemporaneo alla Triennale di Milano

999. domande sull abitare contemporaneo alla Triennale di Milano

Collater.al Contributors · 2 anni fa · Design

La mostra 999. Domande sull’abitare, curata da Stefano Mirti negli spazi della Triennale di Milano, si interroga sul concetto di casa e di abitare, in particolar modo in relazione alle trasformazioni tecnologiche, digitali ed energetiche sempre più attuali. Le domande sono molte e probabilmente non sono nemmeno tutte, le risposte, proposte anche attraverso installazioni interattive, tendono ad offrire nuovi punti di vista su ciò che noi definiamo semplicemente “casa”. Abitare significa fare esperienza di uno spazio, diverso e personalizzabile, non solo fisico ma anche digitale. Per queste ragioni anche la mostra in sé diventa esperienza fisica per l’utente, in quanto : “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.

Per i più curiosi è stata aperta anche una pagina Facebook ed Instagram omonima al titolo dell’esposizione; qui il link ufficiale della mostra qui di seguito, invece, la nostra intervista al curatore Stefano Mirti.

L’allestimento è stato pensato come una casa di cui tutti possano farne esperienza, un grande laboratorio. In che modo è stato concepito?

Siamo partiti dalla necessità di avere un contenitore modulare flessibile. Un meccanismo tipo Lego, tio Meccano, che fosse allo stesso tempo molto versatile e anche d’effetto.
In Italia, la casa è sempre stata un palcoscenico. Da cui bisognava trovare una soluzione pratica e di impatto.
Da un lato abbiamo dunque la semplicità assoluta dei tubi Innocenti su cui si sono innestati i panneggi fonoassorbenti di Caimi e le preziosissime lampade disegnate da Francesco Librizzi per Fontana Arte.
È una stratificazione. C’è l’illuminazione (le illuminazioni), il tappeto sonoro, il percorso, l’alternanza tra pieni e vuoti, attività e quiete.
Il tutto è stato concepito come un’enorme libreria modulare che andavamo a riempire mano a mano dei contenuti più diversi.
Proprio perché il progetto vive nei mondi digitali e social, l’allestimento è stato per noi di importanza cruciale. Probabilmente il tassello più importante di tutto il progetto.

Come è nata la collaborazione con Petra Tikulin per la realizzazione dell’allestimento?

Con Petra ci conosciamo da anni. Lei ha lavorato in Italia e in Croazia. Rispetto a questo progetto, siamo stati fortunati e siamo riusciti a convincerla di trasferirsi a Milano per i lunghi mesi di preparazione. La collaborazione con lei e con Miriester Robles e Masha Chigvinadze è sata eccellente. Mettere assieme tutti i vari elementi del progetto di allestimento è stata operazione molto complessa. I budget, i diversi fornitori, i mille contenuti e l’infinito palinsesto di attività da mettere in scena e in mostra. Senza la sofisticazione e l’intelligenza delle nostre tre progettiste, sarebbe stato difficile arrivare a buon termine.

Pensa che la tendenza al “coabitare” sia positiva ed in essa risieda il futuro delle nostre case?

È una delle tendenze dell’abitare contemporaneo. E’ positiva o negativa? Dipende. Diciamo che è come per il sesso, dipende dai gusti. Se ti piace, ottimo. Se non ti piace, non facile fartela piacere.
Sicuramente è uno dei modi di abitare in questo momento più interessanti (per le innumerevoli conseguenze sociali e di costume che si porta dietro).

Nel coinvolgere figure provenienti da paesi diversi, ha notato delle sostanziali differenze o punti in comune in merito al tema dell’abitare?

Rispetto alle persone coinvolte nella mostra non mi sembra che il passaporto o la provenienza geografica fosse motivo di grandi differenze. Abbiamo avuto ospiti israeliani, americani, diversi svizzeri, fino ad arrivare al Guatemala, al Messico, alla Thailandia e Taiwan. Presenze dalla Romania, Gran Bretagna, Germania. Nell’insieme, un ventaglio molto ampio. Dal punto di vista del curatore c’erano più punti in comune che differenze.

Da segnalare il fascinosissimo lavoro sugli “spiriti” sviluppato dai colleghi e amici di all (zone) di Bangkok. Dato il tema dell’abitare, loro si sono concentrati sugli “spiriti”, le presenze “altre” nelle nostre case. Da cui, abbiamo nove micro-installazioni che sono dislocate in diversi punti dello spazio espositivo (a proteggere la mostra e i suoi abitanti dagli spiritelli cattivi che abitano nel palazzo di Muzio).

La mostra parla dell’abitare contemporaneo, ma quali sfide la casa di oggi affronterà per adattarsi al futuro?

La sfida è in corso perché il futuro è già tra noi. Come dice il celebre scrittore di fantascienza WIlliam Gibson: “Il futuro è già qui. Solo che non è stato equamente distribuito”. Il futuro è in tutto e per tutto un concetto del passato. Adesso, dopo duecento anni di Jules Verne, Star Trek e fantascienze assortite, siamo arrivati a questo eterno presente che è la nostra nuova condizione. Semplicemente, dobbiamo abituarci. Non facile, non impossibile. Con un po’ di sforzo, sicuramente fattibile.

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Testo e intervista a cura di Beatrice Bonetto

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