Art Tutte le installazioni del Desert X 2025 
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Tutte le installazioni del Desert X 2025 

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Giulia Guido

Ha inaugurato ufficialmente lo scorso 8 marzo (e durerà fino all’11 maggio), il Desert X 2025 Coachella Valley, il festival artistico che ogni anno porta nel paesaggio desertico della California una serie di installazioni site specific che non verranno mai dismesse. Quest’anno la mostra, che vede la direzione artistica di Neville Wakefield e co-curata da Kaitlin Garcia-Maestas, riflette sulle evoluzioni del tempo profondo del deserto, riformulando le idee di natura selvaggia ed esplorando temi come il futurismo indigeno, l’attivismo nel design, l’impronta dell’umanità sulla terra e il ruolo delle tecnologie emergenti nella nostra società contemporanea. Proprio questo weekend, la collezione di opere d’arte si è ampliata, accogliendo nove nuove installazioni, scopriamo insieme quali sono. 

Agnes Denes – The Living Pyramid

The Living Pyramid è una scultura monumentale e un intervento ambientale creato dall’artista e attivista Agnes Denes. L’opera unisce le terre pubbliche artistiche di Denes con la sua continua esplorazione della piramide, una forma centrale nella sua carriera lunga oltre cinquant’anni.
La piramide rappresenta sia un simbolo di gerarchia sia un organismo in evoluzione, in costante mutamento grazie alla vegetazione nativa piantata al suo interno. In sei mesi, le piante cresceranno, fioriranno, e alcune moriranno, illustrando il ciclo naturale del deserto e il cambiamento continuo.
L’opera diventa così un’esperienza sociale e educativa, promuovendo consapevolezza ambientale e conservazione. Grazie ai suoi programmi, The Living Pyramid si trasforma in una microsocietà che si occupa della sua costruzione, piantagione e cura continuativa.

Muhannad Shono – What Remains

Muhannad Shono esplora temi di identità, memoria e patrimonio culturale attraverso installazioni su larga scala, trasformando materiali comuni in opere complesse. Ispirato dalla sua esperienza nella Penisola Arabica, combina tecniche tradizionali e moderne per affrontare il concetto di trasformazione e instabilità.
Nella sua opera What Remains, il vento diventa parte dell’installazione, muovendo strisce di tessuto impregnate di sabbia per rappresentare un paesaggio in continua evoluzione. L’opera riflette una terra mutevole, simbolo di una casa e di una narrazione impossibili da fissare.

Alison Saar – Soul Service Station

Alison Saar intreccia narrazioni personali e culturali, ispirandosi a tradizioni spirituali, miti e storie della diaspora africana. Il concetto di recupero è centrale nel suo lavoro, sia come pratica artistica che come metafora: trasforma materiali di scarto in opere cariche di memoria e significato, con un’attenzione particolare all’identità femminile nera.
Soul Service Station reinterpreta un’installazione del 1986, ispirata alle stazioni di servizio americane. Qui, però, l’energia offerta è spirituale: un luogo di guarigione, speranza e riflessione. All’interno, una figura femminile scolpita funge da guardiana, circondata da oggetti votivi e medaglioni creati con studenti locali. Un distributore di benzina riadattato riproduce poesie di Harryette Mullen, arricchendo l’esperienza. L’opera si presenta come un rifugio per i viaggiatori, un’oasi di forza, memoria e rinnovamento.

Sanford Biggers – Unsui (Mirror)

Sanford Biggers è un artista multidisciplinare che intreccia storia e simboli culturali per ridefinire narrazioni consolidate. La sua pratica, influenzata dall’arte di strada a Los Angeles e dalla sua esperienza in Giappone, unisce tradizione e innovazione.
Per Unsui (Mirror), Biggers presenta due imponenti sculture di nuvole ricoperte di paillettes, alte oltre 9 metri, che brillano alla luce del deserto. Ispirate al concetto buddista di unsui (“nuvole e acqua” in giapponese), rappresentano libertà, cambiamento e interconnessione.
Situata al James O. Jessie Desert Highland Unity Center di Palm Springs, l’opera riflette sulla memoria e sull’identità, inserendosi nel contesto di una comunità Black storicamente segnata dalla segregazione e ancora impegnata nella lotta per le riparazioni.

Ronald Rael – Adobe Oasis

Ronald Rael, architetto, artista e attivista, recupera e reinventa antiche tecniche artigianali in legno, pietra, terra e tessuti, integrandole con tecnologie moderne per soluzioni sostenibili. Radicato nella tradizione costruttiva indigena del San Luis Valley, il suo lavoro esplora oltre 10.000 anni di architettura in terra cruda come alternativa ecologica all’edilizia contemporanea.
Adobe Oasis incarna questa visione, utilizzando la stampa 3D e la robotica per creare strutture interamente in fango, ispirate alle palme della Coachella Valley. Il design crea passaggi che incorniciano il paesaggio, offrendo uno spazio di connessione e riflessione. Questo progetto, alimentato a energia solare, è sia un’opera d’arte che una ricerca su abitazioni sostenibili, con ogni struttura che perfeziona la precedente.

Sarah Meyohas – Truth Arrives in Slanted Beams

Sarah Meyohas unisce tecnologie analogiche e digitali per esplorare i sistemi che plasmano la società contemporanea, indagando il potenziale estetico della scienza e della tecnologia. La sua installazione immersiva utilizza la luce per creare pattern luminosi generati dalla rifrazione o riflessione su superfici curve.
In questo lavoro, Meyohas trasforma un fenomeno naturale in un’opera interattiva, permettendo ai visitatori di proiettare la luce solare su una struttura a nastro che si estende sul deserto. I pannelli specchianti, progettati con algoritmi per manipolare la luce, formano la frase poetica “truth arrives in slanted beams”.
L’installazione richiama antichi strumenti di misurazione del tempo e l’arte ambientale del XX secolo. Seguendo il percorso del sole, i visitatori possono regolare i riflessi, scoprendo illusioni ottiche che evocano l’acqua nel paesaggio arido.

Raphael Hefti – Five things you can’t wear on TV

Cresciuto sulle Alpi svizzere, Raphael Hefti, affascinato dall’orizzontalità del deserto, in Five things you can’t wear on TV esplora percezione e immaterialità attraverso la scienza, riadattando tecnologie e materiali industriali per effetti inaspettati.
L’opera utilizza una fibra polimerica intrecciata, solitamente impiegata per tubi antincendio, con un lato riflettente. Tesa tra due punti distanti, forma un’unica linea orizzontale che oscilla con il vento, evocando la vibrazione di una corda di chitarra. Questo movimento altera la percezione dello spazio, creando un effetto ottico che ricorda l’orizzonte tremolante del deserto sotto il calore.

Cannupa Hanska Luger – G.H.O.S.T. Ride / (Generative Habitation Operating System Technology)

Cannupa Hanska Luger unisce narrazione visiva e prospettiva indigena per ridefinire il concetto di umanità collettiva. Nato nella riserva di Standing Rock, il suo lavoro mescola materiali tradizionali e contemporanei per esplorare connessioni tra conoscenza ancestrale e cultura materiale moderna.
G.H.O.S.T. Ride espande la sua serie Future Ancestral Technologies, immaginando futuri sostenibili basati sulla terra e sull’acqua. Per Desert X 2025, Luger trasforma la sua iconica opera Repurposed Archaic Technology vehicle (RAT Rod) in un’installazione nomade che attraversa la Coachella Valley per nove settimane. Il veicolo, rivestito di vinile riflettente, si mimetizza nel paesaggio e incorpora detriti industriali, ceramiche e un tipì, oltre a sistemi sperimentali per raccogliere acqua e luce.
I visitatori possono incontrare i suoi occupanti, una famiglia proveniente da un futuro indefinito, che offre visioni alternative di sopravvivenza. L’opera invita a ripensare il rapporto tra esseri umani e natura, apprendendo dal deserto e dalla sua resilienza nel tempo profondo.

Jose Dávila – The act of being together

Jose Dávila esplora densità materiale, gravità e tempo attraverso sculture che bilanciano forze opposte. Per Desert X 2025, ha realizzato un’opera con blocchi di marmo grezzo estratti da una cava oltre il confine tra Stati Uniti e Messico, creando un dialogo tra assenza e presenza.
Ispirandosi alla dialettica site/nonsite di Robert Smithson, Dávila collega il luogo d’origine della pietra con il nuovo contesto della Coachella Valley. Nel loro viaggio, i blocchi attraversano confini fisici e simbolici, evocando il passaggio tra visibile e invisibile, passato e futuro.
Disposti come rovine in divenire, queste forme suggeriscono un ciclo continuo di trasformazione. L’installazione invita i visitatori a riflettere sulla propria esistenza all’interno dell’immensità dello spazio e del tempo.

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Scritto da Giulia Guido

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