Creators – La scienziata dei materiali, intervista a Sabine Marcelis

Creators – La scienziata dei materiali, intervista a Sabine Marcelis

Claire Lescot · 2 anni fa · Design

Con ”Tiki-Tour” i Neozelandesi definiscono un viaggio o un’escursione senza una precisa destinazione. Attraverso questa espressione possiamo sintetizzare anche il processo creativo di Sabine Marcelis fatto di vincenti intuizioni e di quella beata inconsapevolezza (a suo dire) che l’ha portata a diventare uno dei volti femminili più promettenti del panorama del design mondiale.

Trasferita all’età di 10 anni con la famiglia in una piccola comunità della Nuova Zelanda cresce tra montagne, oceano e foreste bucoliche prima di tornare in Olanda per intraprendere gli studi alla Design Academy di Eindhoven ed aprire il proprio studio a Rotterdam. La poetica di Sabine è racchiusa nella natura, nella comunicazione fluida tra elementi in continuo mutamento, tradotti in originali oggetti dai materiali antitetici portati al limite della sperimentazione.

Cerchi che attraversano blocchi di resina in grado di diffondere la propria luce attraverso il colore, tavoli che sembrano saponette dalle tinte pastello, specchi che sfruttano la stratificazione dei diversi pigmenti per creare effetti ottici dinamici. Originale, eclettica e coraggiosa. A chi si ispira? Helen Pashgian, Robert Mangold, Julio Leparc e Anish Kapoor.

Qual è stato il tuo punto di partenza?

Devo ammettere che non ho mai avuto un piano nella vita. Seguo semplicemente ciò che amo e lo faccio con passione e positività e mi ritengo molto fortunata nel potermi guadagnare da vivere facendo esattamente quello che mi piace. Sono sempre stata incoraggiata dai miei genitori nel creare oggetti e già in tenera età cercavo di vendere borse e gioielli fatti a mano nei mercati in cui loro vendevano fiori. Ho iniziato gli studi di design industriale in una scuola dove insegnavano anche architettura, moda e grafica; ho realizzato tutte le possibilità in cui si può essere un designer ed ho capito che non devi essere messo in una scatola, puoi lavorare con gli altri in modo da espandere il tuo campo.

Ti hanno definito un’alchimista o una scienziata per la tua sperimentazione sui materiali. Cosa ne pensi?

Ho rapporti molto stretti con le fabbriche che producono i miei lavori. Penso che se vuoi fare progetti nuovi ed unici devi continuamente sperimentare. Da alcuni anni sto lavorando su una tecnica di produzione che si sta rivelando molto difficile, ma una volta che la svilupperemo sarà sorprendente. Ne sarà valsa la pena aver subito costanti battute d’arresto.

Pensiamo che tu sia tra le designer donna più influenti in questo momento. I tuoi lavori delineano una forte personalità ma anche eleganza e originalità. Come definisci quello che fai?

wow, grazie mille! Il mio lavoro è un mix di decisioni deliberate e consapevoli, intuizioni e beata inconsapevolezza. Non voglio mai sapere cosa stanno facendo e guardare nello stesso verso nel quale stanno guardando tutti gli altri. Il mio scopo è rimanere originale, superare i limiti delle capacità materiali e produttive e suscitare momenti di meraviglia attraverso oggetti o spazi. Se qualcosa sento sia troppo facile o troppo ovvio di solito ci sto alla larga. Anche la mia scelta riguardo i collaboratori è molto attenta. Voglio lavorare con persone e aziende con cui mi sento connessa in termini di visione e carattere. Quando qualcosa mi sembra scorretto o non genuino passo.

Hai un gran numero di clienti eterogenei. Quali sono le differenze tra un progetto sviluppato per un’azienda e una galleria?

In questo momento bilanciamo progetti tra case di moda, collaborazioni con studi di architettura e lavori liberi. Amo questo mix in quanto crea costanti sfide che mi forzano a ridefinire scopi, intenti ed applicazioni. Se qualche lavoro non va bene per una galleria potrebbe essere una perfetta scoperta da sviluppare per una casa di moda e viceversa. Penso che lavorare su una combinazione di scale e varietà di mercati crei una polivalenza di possibilità. Ho sicuramente bisogno della varietà perchè sono una persona molto impaziente ed è importante per la mia salute mentale lavorare su molti progetti contemporaneamente – ride.

Cosa vuoi lasciare al futuro, in termini di emozioni, attraverso ciò che fai?

Spero che i miei pezzi durino molto a lungo, vivano attraverso generazioni e mantengano il loro senso di meraviglia.

Da SOAP a HULA, puoi dirci di più sui tuoi ultimi progetti?

Questi progetti sono la continuazione dell’esplorazione sugli effetti materiali della resina. La serie SOAP è incentrata sulla creazione di superfici curve che ricordano gli avanzi delle saponette. Ho cercato di creare volume da una superfice piana. Lo stesso vale per il lampadario HULA, formato da lastre estruse ma con una diversa finitura; la serie SOAP è opaca mentre quella di HULA è trasparente e lucida. Sebbene abbia lavorato con questo materiale per così tanto tempo, mi sembra che ci siano ancora un’infinità di cose da scoprire e da fare ancora.

Quali sono le tue passioni extra-lavoro ? E le tue ossessioni?

Sono ossessionata dagli occhiali da sole, sono l’oggetto perfetto secondo me! e sono anche decisamente ossessionata nel guardare documentari sulle macchine e su come sono fatte le cose. E il sushi.

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“City Benches”, le nuove panchine di Londra

“City Benches”, le nuove panchine di Londra

Emanuele D'Angelo · 2 giorni fa · Design

Come ogni anno in occasione del London Festival of Architecture giovani designer e architetti si sono sfidati per il progetto “City Benches“.
Un concorso di progettazione per una serie di panchine pubbliche da installare a Cheapside nella città di Londra.

Studenti di architettura e design, neolaureati e studi emergenti sono invitati a presentare una proposta di design per una panchina che trasformerà la strada di Cheapside in un luogo dove sedersi e riposare in mezzo al trambusto.

LFA è il più grande festival annuale di architettura del mondo. Di solito si svolge durante tutto il mese di giugno, ma quest’anno è stato costretto a seguire un formato digitale.
Quest’anno, creare nuove sedute nel contesto delle restrizioni di Covid-19 è stata un’ulteriore sfida, consentendo al tempo stesso uno spazio all’aperto socialmente distante.

Sono stati molti i giovani designer che hanno preso parte alla gara, ma alla fine solo in pochi hanno visto la loro idea diventare realtà nelle strade di Londra. Così un ananas diventa una panchina sfaccettata che funge anche da fioriera, progettata da Hugh Diamond, Archie Cantwell e Cameron Clarke. È stata realizzata a mano dal trio del RARA Workshop combinando pezzi grossi di cemento pigmentato.

Nel Cheapside Sunken Garden, il laureato Bartlett Oli Colman ha sistemato due sedute che prendono la forma di coloratissimi bulbi oculari che guardano verso il cielo, chiamate “Look Up”.

La panchina realizzata dalla designer Chim Chim rende invece omaggio alle case vittoriane di Londra, con uno schienale realizzato con quattro tradizionali comignoli residenziali.

Nelle vicinanze si trova la panca The Two-Seater Rule, che si presenta sotto forma di due sedie a forma di trono collegate da una panca lunga due metri. A detta dell’artista una panchina pensata per lunghi faccia a faccia, dove ci si possa confrontare.

E per finire abbiamo “51°30’48.6″ N 0°05’17.9”, la panchina dello Studio Mxmxm costruita con lastre di acciaio verniciato a polvere tagliate al laser, che rappresentano ciascuna un asse nel sistema di coordinate geografiche.


“City Benches”, le nuove panchine di Londra
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La Porsche 911 Turbo di Daniel Arsham

La Porsche 911 Turbo di Daniel Arsham

Emanuele D'Angelo · 1 giorno fa · Design

Dopo due anni di ricerca, sviluppo e produzione Daniel Arsham ha svelato la sua nuova versione Porsche 911 Turbo.

La macchina è un modello del 1975, una versione dalla potenza straordinaria, soprattutto grazie a una sovralimentazione con turbocompressore. Dal suo lancio sul mercato nel 1975, la 911 Turbo divenne il modello di punta della gamma 911 (agli inizi denominata internamente anche 930).

Daniel Arsham per questa sua seconda collaborazione con la casa automobilistica tedesca ha creato una versione unica.
L’auto è stata ricostruita da zero, utilizzando una 911 Turbo (930) originale dell’86, e ogni aspetto della vettura è stato personalizzato.

L’esterno dell’auto è caratterizzato da un’elegante verniciatura bianca con decalcomanie nere tonali per auto da corsa, tra cui Arsham Studio e Dior vinyls. I cerchi a forma di Fuchs sono prodotti da Matt Crooke di Fifteen52, contengono un monogramma di Arsham Studio con tratteggio incrociato che rende omaggio agli iconici cerchi in lega di magnesio della RSR del 1974.

Gli interni rigorosamente in pelle italiana sono stati realizzati da Objects For Living. La tappezzeria è impreziosita dal volante in pelle personalizzato con la scritta “Porsche-Arsham” e dai davanzali delle Porte Turbo in alluminio. I manometri personalizzati dipinti a mano nel cruscotto fanno riferimento a un design che Porsche ha creato solo per le 930 giapponesi, tutte filtrate attraverso il reparto di design dello Studio Arsham. Il motore e la trasmissione turbo sono stati tolti e completamente ricostruiti.

Porsche insieme ad Arsham studio si è regalata un vero e proprio tuffo nel passato, dando vita a gioiello.

La Porsche 911 Turbo di Daniel Arsham
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“The Cove”, un nuovo molo per San Francisco

“The Cove”, un nuovo molo per San Francisco

Emanuele D'Angelo · 7 ore fa · Design

Lo studio Heatherwick ha rilasciato i primi mock-up del loro ultimo progetto “The Cove”.
Il progetto prevede la riqualificazione dei moli 30-32 nel porto di San Francisco andati bruciati 36 anni fa circa.

Il sito, attualmente utilizzato come parcheggio, verrebbe trasformato in qualcosa di unico, ripensato per essere più accessibile e diventare un nuovo punto di riferimento della città americana.

Lo studio guidato da Thomas Heatherwick ha pensato ad una struttura a ferro di cavallo che ospiterà varie attività sono previsti infatti circa 26 padiglioni. Tutto corredato da una piazza centrale polifunzionale, capace di trasformarsi a seconda dei vari eventi che ospiterà.

Il progetto non poteva non avere un’anima green, ormai dettaglio essenziale di ogni nuova struttura.
Il tetto avrà i pannelli fotovoltaici per essere completamente autonomo, tutti i capannoni realizzati saranno in legno per diminuire l’impatto ambientale.

Ancora però per farci un giro in “The Cove” dovremmo attendere parecchio. Se i piani vengono approvati e i lavori inizieranno in tempi relativamente brevi, il completamento del progetto è previsto per il 2026.


“The Cove”, un nuovo molo per San Francisco
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Casa Atibaia, un’abitazione modernista nascosta nella foresta

Casa Atibaia, un’abitazione modernista nascosta nella foresta

Giulia Guido · 17 minuti fa · Design

I creativi Charlotte Taylor, che gestisce Maison de Sable, e Nicholas Préaud, co-founder dello studio Ni.acki, hanno unito la loro passione per l’architettura modernista Brasiliana e hanno immaginato Casa Atibaia

Il punto di riferimento di questa collaborazione è la famosissima Casa de Vidro progettata dall’architetto e designer italiana naturalizzata brasiliana Lina Bo Bardi e costruita nel 1951. Non mancano però riferimenti a lavori di altri architetti, come la Casa Das Canoas di Oscar Niemeyer. 

Casa Atibaia è stata concepita come una moderna casa nascosta nella foresta poco fuori San Paolo e affacciata sul fiume Atibaia, da cui prenderebbe il nome. La casa immaginata da Charlotte Taylor e Nicholas Préaud si presenta come un cubo di cemento bianco con le pareti completamente vetrate. Se nel progetto della Bo Bardi la casa è sopraelevata dal suolo grazie all’utilizzo di sottili colonne, nella Casa Atibaia questi elementi strutturali sono stati sostituiti con enormi massi che penetrano anche all’intero, andando a formare parte dell’arredamento. 

Inoltre, esattamente al centro della casa si trova un cortile pensato per dividere la zona giorno dalla zona notte e che permette alla natura circostante di abbracciare tutti i luoghi della casa. 

Casa Atibaia, un’abitazione modernista nascosta nella foresta
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