Design Il Design Museum Gent riapre: il nuovo museo tra passato, futuro e design
Designdesignghentmuseum

Il Design Museum Gent riapre: il nuovo museo tra passato, futuro e design

-
Arianna Maria Leva

Per quattro anni il Design Museum Gent è stato un museo in trasformazione, non soltanto un edificio chiuso per lavori, ma un luogo chiamato a ripensare la propria funzione: cosa significa oggi conservare, mostrare e raccontare il design? E soprattutto, come può un museo continuare a essere utile quando cambiano gli oggetti, le tecnologie e il modo stesso in cui abitiamo il mondo?

Il 3 ottobre 2026 il Design Museum Gent riapre le porte dopo un lungo progetto di rinnovamento ed espansione. Nel cuore del centro storico di Gent, il complesso che per decenni ha raccolto edifici di epoche diverse viene ricomposto attraverso una nuova ala progettata da Carmody Groarke e ATAMA, affiancata dal lavoro di restauro degli edifici storici curato da RE-ST. L’intervento non aggiunge semplicemente metri quadrati al museo: prova a modificare il modo in cui le persone possono attraversarlo, utilizzarlo e riconoscersi al suo interno.

Il risultato è un museo che guarda contemporaneamente in due direzioni. Da una parte conserva la propria storia, a partire dall’Hotel de Coninck e dalla collezione nata all’inizio del Novecento; dall’altra costruisce nuovi spazi per il dibattito, la sperimentazione, la formazione e l’incontro. Una trasformazione che diventa particolarmente significativa proprio in un momento in cui il design non riguarda più soltanto la forma degli oggetti, ma sempre più spesso il modo in cui immaginiamo il futuro.

Una nuova ala per ricomporre il museo

Il Design Museum Gent occupa un insieme di edifici costruiti in epoche differenti, una stratificazione che nel tempo aveva prodotto un complesso affascinante ma anche frammentato. La nuova ala rappresenta il tassello mancante di questo insieme: collega le diverse parti del museo e completa il percorso dei visitatori. Il progetto architettonico non ha la prospettiva di costruire un museo da zero, ma di intervenire su ciò che già esiste, restaurando gli edifici storici e introducendo un nuovo volume capace di dialogare con il contesto. La nuova architettura non cerca di cancellare le differenze tra passato e presente ma le rende leggibili e le mette in relazione.

Al centro del progetto c’è il cortile dello storico Hotel De Coninck, il palazzo settecentesco che oggi costituisce una delle parti del Design Museum Gent. In precedenza era una parte del complesso poco utilizzata, mentre con il nuovo intervento diventa un giardino e, soprattutto, un punto di orientamento. Le visuali verso questo spazio attraversano l’edificio e accompagnano il pubblico da una parte all’altra del museo. È un dettaglio architettonico che cambia anche la percezione dell’esperienza: invece di muoversi attraverso una sequenza di stanze indipendenti, il visitatore trova un elemento comune attorno al quale l’intero museo si organizza.

La nuova ala è articolata in sei zone e segue tre principi dichiarati dal museo: essere welcoming, open and adaptable, accogliente, aperta e adattabile. Ci sono la Stadskamer, lo spazio dedicato all’accoglienza e al bookshop, pensata come una vera e propria stanza della città; il Forum per incontri e conferenze; l’Atelier dedicato ai workshop; la Vitrine per le mostre temporanee e, all’ultimo piano, il Loft, uno spazio per eventi con vista sulla città. Anche il lavoro normalmente invisibile del museo trova spazio nell’architettura: al piano interrato, l’area dedicata alla movimentazione delle opere permette di intravedere ciò che accade dietro le quinte.

È un modo per rendere visibile qualcosa che spesso rimane nascosto: un museo non è soltanto ciò che il pubblico vede nelle sale, ma anche tutto il lavoro di conservazione, ricerca, allestimento e produzione che permette a quelle opere di esistere.

Costruire usando ciò che già esiste

Se il progetto parla di futuro, lo fa senza rinunciare alla materia del passato. La nuova ala è costruita in legno e mattoni bianchi, riprendendo materiali e proporzioni legati alla tradizione architettonica di Gent. Ma la facciata introduce anche un elemento particolarmente significativo: i Gent Waste Bricks, mattoni realizzati a partire da rifiuti municipali raccolti localmente e prodotti attraverso un processo di indurimento a calce che non richiede la cottura in fornace. In totale ne sono stati prodotti oltre 82.000, localmente a Het Arsenaal, in un processo che gli abitanti della città hanno potuto seguire.

La scelta non è soltanto tecnica. I mattoni hanno dimensioni compatibili con quelli dell’Hotel de Coninck del XVIII secolo e il loro colore dialoga con le abitazioni storiche di Drabstraat. La nuova ala riesce così a essere contemporanea senza presentarsi come un corpo estraneo. Questa attenzione al riuso e alla circolarità è parte di un programma più ampio. La sostenibilità, quindi, non viene presentata come un elemento aggiunto alla fine del progetto, ma come una condizione attraverso cui ripensare l’intero museo.

Dal museo degli oggetti al museo delle relazioni

La trasformazione più interessante, però, non è necessariamente quella che si vede dall’esterno, perchè il nuovo Design Museum Gent vuole essere un luogo in cui non ci si limita a guardare il design. Il museo lo descrive come un “third space”, uno spazio pubblico nel quale incontrarsi, imparare, creare e scoprire. L’obiettivo è abbassare la distanza tradizionale tra istituzione e visitatore, trasformando alcune aree del museo in luoghi accessibili anche al di là della visita alle collezioni.

Per capire a chi dovesse appartenere questo nuovo museo, nel 2025 è stato coinvolto un gruppo di quaranta abitanti di Gent, riuniti nel panel cittadino DE40. La domanda da cui è partito il confronto era semplice ma tutt’altro che scontata: “Is this a museum for me?”.

Il coinvolgimento degli abitanti non è stato quindi pensato soltanto come un’attività di comunicazione, ma come uno strumento per interrogarsi sull’accessibilità e sulla rilevanza del museo per persone con background e conoscenze differenti. È un passaggio significativo perché sposta l’attenzione dall’oggetto al pubblico: non soltanto cosa deve essere conservato, ma per chi e attraverso quali modalità deve essere raccontato. Anche il governo fiammingo individua nella nuova fase del museo un rafforzamento delle attività di mediazione e outreach, con strumenti rivolti a pubblici diversi, interfacce interattive e un lavoro esplicito per ridurre le barriere di accesso. L’obiettivo dichiarato è fare del design uno strumento di connessione e di empowerment, non semplicemente un contenuto da osservare.

La collezione torna a interrogare il presente

La nuova organizzazione del Design Museum Gent non riguarda soltanto gli spazi, ma anche il modo in cui il museo presenta la propria collezione e costruisce nuovi percorsi attorno al design. Il progetto centrale è Collection. Models from the Past for the Future, curato da Evelien Bracke. Circa 500 oggetti, selezionati da una collezione di circa 24.000 pezzi, costruiscono un percorso,  organizzati attorno a cinque temi: Copy, Comfort, Migration, Folds e Connections. 

Il museo, fondato nel 1903 come model museum, torna così a interrogare la propria storia: tra gli oggetti esposti, circa il 40% non è mai stato mostrato prima. Accanto a nomi come Alvar Aalto, Charles e Ray Eames, Arne Jacobsen, Victor Horta, Henry van de Velde, Gaetano Pesce, Ettore Sottsass, Maarten Van Severen, Tapio Wirkkala ed Eva Zeisel, la mostra introduce anche un dialogo con il contemporaneo attraverso Kana Arioka, OpenStructures e Victor Verhelst.

A questa si affianca Public Matter(s): Design and Democracy, in programma fino all’11 aprile 2027 e curata da Amelie Klein e Vera Sacchetti. La mostra parte da una domanda precisa: quanto delle nostre strutture democratiche è il risultato di scelte progettuali? Il percorso affronta quindi il rapporto tra design, inclusione ed esclusione e comprende anche il Democracy Fitness Trail, un’installazione interattiva pensata per mettere alla prova — e metaforicamente allenare — la partecipazione democratica. Il progetto nasce anche dal lavoro del DE40, il panel composto da 40 abitanti di Gent coinvolti dal museo nella primavera del 2025.

Più sperimentale è Searcher, un progetto di Jon Stam, Valentin Vogelman e Boris Smeenk, curato da Olivier Van D’huynslager. Qui la tecnologia diventa uno strumento per entrare nella collezione in maniera diversa: un’installazione basata sull’AI permette infatti di esplorare gli oggetti attraverso somiglianze di forma, colore e testo, trasformando la ricerca in un’esperienza meno lineare e più esplorativa.

Infine, negli ambienti storici dell’Hotel de Coninck trova spazio CO-LAB, realizzato dal Design Museum Gent in collaborazione con Design Fest Gent e curato da Siegrid Demyttenaere. Il progetto occupa otto sale storiche e mette in dialogo designer e pratiche differenti, coinvolgendo, tra gli altri, Marijs Kempynck e Sadie Williams, Yufei Gao e Victor Verhelst, Biobased Creations e Jaron Vandevelde, Queer Collective Workers’ Union, Marie Verdeil e Maxence Duterne, Studio d-o-t-s e Structure Bâtons, Josef Jakob Rieper ed Egon Watteeuw.

Il risultato è un museo che, alla riapertura, non propone una sola lettura del design. La collezione storica, la democrazia, l’intelligenza artificiale e la sperimentazione contemporanea diventano altrettanti punti di accesso a uno stesso interrogativo: che cosa può ancora fare il design quando smette di essere soltanto una questione di oggetti?

Il design non rimane nelle sale

La riapertura del Design Museum Gent coincide con Design Fest Gent, in programma dal 3 all’11 ottobre 2026, e il festival porta il design ben oltre gli spazi del museo. Il programma si distribuisce infatti in diversi luoghi di Gent, trasformando la città in una sorta di percorso espositivo diffuso.

Tra le sedi ci sono il Gouvernement, dove Under Construction riunisce designer contemporanei attorno al tema della costruzione e del rapporto tra materiali, tecniche e strutture; Trefpunt – Bar Edward, che ospita Common Ground, un progetto dedicato a oggetti e spazi costruiti a partire da materiali, memorie, tecniche e connessioni sociali; e la Dada Chapel, dove LOHO Collabs presenta le sculture di Sharon Van Overmeiren sviluppate insieme a Studio LOHO.

Il percorso arriva anche da BROEI, trasformato per l’occasione in uno spazio dedicato alla nuova generazione del design belga: We Are The Next Generation raccoglie circa trenta progetti selezionati tra quelli sviluppati da studenti di product design, architettura, graphic design e game design.

E il festival continua a espandersi nello spazio urbano. Presso Fluvius, per esempio, il programma presenta Deep Rivers above the Sun di Shirley Villavicencio Pizango e Puffy Portal di Loulou João, due progetti che trasformano l’esperienza dello spazio attraverso l’arte, il movimento e l’interazione.

Il risultato è una manifestazione che non costruisce un unico percorso dentro un museo, ma una rete di luoghi e situazioni diverse. Il Design Museum Gent diventa così uno dei punti di partenza di un’esperienza che continua tra spazi culturali, luoghi indipendenti, studi e altri edifici della città: il design non rimane nelle sale, ma si misura direttamente con i luoghi e con le persone che li abitano.

Un museo costruito tra ciò che resta e ciò che deve ancora arrivare

Alla fine, la nuova ala del Design Museum Gent non sembra voler risolvere la tensione tra storico e contemporaneo, ma la rende il proprio punto di forza. I mattoni ottenuti dai rifiuti locali dialogano con quelli dell’architettura settecentesca. Le tecniche artigianali convivono con sistemi industriali circolari. Gli oggetti della collezione vengono osservati attraverso questioni contemporanee. Il cortile storico diventa un giardino. Il museo apre spazi alla città. E il Design Fest Gent porta questa stessa attitudine fuori dall’edificio.

È forse proprio qui che la riapertura acquista il suo significato più interessante, perchè non si tratta di riportare il museo a ciò che era prima dei lavori, ma di costruire le condizioni perché possa continuare a cambiare.

Il design diviene un modo di osservare ciò che abbiamo ereditato, capire cosa non funziona più e immaginare cosa potrebbe prendere il suo posto. Dopo quattro anni di trasformazione, il Design Museum Gent riapre quindi con una domanda ancora aperta. Non tanto che cosa sarà il design del futuro?, ma quali strumenti del passato possiamo ancora utilizzare per costruirlo?

Designdesignghentmuseum
Scritto da Arianna Maria Leva

Editor's Picks

x
Ascolta su