Lo stile di Johnny Depp, un pirata contemporaneo

Lo stile di Johnny Depp, un pirata contemporaneo

Andrea Tuzio · 1 mese fa · Style

A meno che non siate stati sulla Stazione Spaziale Internazionale nell’ultimi mesi e abbiate appena fatto ritorno sulla Terra, immagino che siate a conoscenza del processo dell’anno – almeno in termini di rilevanza e attenzione mediatica – quello che vede coinvolti gli ex-coniugi Johnny Depp e Amber Heard.
In questa sede non entreremo nello specifico delle beghe processuali, anche perché basta scrollare qualunque dei vostri feed per ottenere quante più info possibili, vi dico soltanto che oggi sono previste le arringhe finali, quindi siamo in dirittura d’arrivo.

Non sono mai stato attratto dalla morbosità che si scatena attorno a certe questioni, ma ho scelto di prendere spunto dalla storia del momento e provare a raccontare l’evoluzione dello stile unico e senza tempo di uno degli attori più eclettici dello show biz hollywoodiano, John Christopher Depp II.

Sin dal suo esordio sul grande schermo, avvenuto quasi per gioco e per sostenersi nella sua carriera da musicista, nel primo episodio della saga horror di culto dedicata a Freddy Krueger e creata da Wes Craven, Nightmare on Elm Street, Johnny si è imposto al grande pubblico come attore bellissimo e carismatico, un potenziale teen idol. Questo status si è poi consolidato grazie al suo ruolo in Platoon di Oliver Stone e soprattutto nella serie TV 21 Jump Street.

L’aura da ragazzo ribelle acquisita in 21 Jump Street venne ulteriormente alimentata dal suo stile di vita fuori dal set e dalla sua estetica da rocker consumato che gli “costò” la fama di bad boy.

Carismatico, eccentrico, eclettico, versatile, sfrontato, negli anni Johnny Depp ha settato uno standard di stile inimitabile (anche perché è l’unico a potersi permettere di essere Johnny Depp) legato a doppio filo alla musica e precisamente al rock – ha iniziato come musicista e continua a suonare la chitarra negli Hollywood Vampires – costruendo uno stile che rispecchiasse a pieno quel mood: capelli lunghi e arruffati, tatuaggi, giacche di pelle, jeans strappati, stivali, item vintage, magliette consumatele etc.

Quello che però più di ogni altra cosa ha contraddistinto lo stile di Johnny Depp, sono i suoi accessori. Un vero e proprio marchio di fabbrica che continua ad essere un tratto estetico distintivo del buon Johnny: spille di ogni genere, bracciali e braccialetti, collane in classico stile Cherokee o che richiamo quello bohémien, i cappelli a tesa larga, le sciarpe in lino, gli immancabili occhiali da sole con lenti azzurre/viola.

Un pirata contemporaneo che ha delineato il suo stile anche grazie all’esperienza fatta come protagonista della saga I Pirati dei Caraibi nei panni di Jack Sparrow, suo alter-ego sul grande schermo, e personaggio quasi completamente ispirato al leggendario chitarrista e fondatore dei Rolling Stones, diventato suo amico e mentore. 

Depp ha costantemente ignorato le mode del momento, esprimendo se stesso e conservando la sua eclettica e peculiare estetica lungo tutti questi anni. Non si è mai avvalso dell’aiuto o della consulenza di stylist ed è sempre e comunque consapevole di ciò che esprime attraverso i suoi look estremamente divisivi, esattamente come lo è la persona.

C’è soltanto un unico e inimitabile Johnny Depp.

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La “shocking life” di Elsa Schiaparelli

La “shocking life” di Elsa Schiaparelli

Andrea Tuzio · 1 mese fa · Style

A partire dal 6 luglio 2022, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi aprirà i battenti una nuovissima mostra dedicata a Elsa Schiaparelli che, insieme a Coco Chanel, viene reputata come una delle figure più importanti e decisive della moda nel periodo che è intercorso tra i due conflitti mondiali. 
Shocking Chic: Les mondes surréalistes d’Elsa Schiaparelli, questo il titolo di questa retrospettiva sulla stilista – di cui potete acquistare i biglietti qui – costumista e sarta italiana naturalizzata francese, che sarà possibile visitare fino al 22 gennaio. 

Approfitto di questa interessante e splendida iniziativa per raccontare la vita, la storia e la carriera di una delle donne più influenti della storia della moda.

“Disegnare abiti, sia detto di sfuggita, non è una professione ma un’arte. È una delle arti più difficili e deludenti perché appena il vestito è nato, già appartiene al passato. Un vestito non rimane attaccato al muro come un quadro e nemmeno conduce la lunga esistenza intatta e preservata di un libro”. 
Le parole pronunciate da Elsa Schiaparelli per definire il suo lavoro è una summa perfetta del suo modo di vedere la moda e il mondo. L’arte prima di tutto, codificata attraverso il suo stile anticonformista e originalissimo, che iniziò a manifestarsi sin da subito, ma iniziamo dall’inizio. 

Elsa Luisa Maria Schiparelli nasce a Roma, a Palazzo Corsini, il 10 settembre del 1890 in una famiglia di intellettuali piemontosi: sua madre, Giuseppa Maria de Dominicis, era di origini napoletane mentre il padre, Celestino Schiaparelli, piemontese, fu il primo bibliotecario dell’Accademia dei Lince, una delle istituzioni scientifiche più antiche d’Europa. Per non considerare suo zio Giovanni Schiaparelli, famoso astronomo e suo cugino egittologo e senatore, Ernesto Schiaparelli.

All’età di 6 anni, per rispondere alla madre che le diceva continuamente quanto fosse brutta, Elsa pensò bene di ricoprirsi il volto di fiori, o almeno quella voleva essere la sua intenzione. Riuscì a farsi dare dal giardiniere dei semi e se li mise in bocca, nelle orecchie, in gola perché pensava che con il calore sarebbero cresciuti. Ovviamente così non andò, rischiò soltanto di soffocare. 

Studiò filosofia e sognava di diventare una poetessa – pubblicò anche una raccolta di poesie – ma la famiglia era contraria e fu mandata in un convento Svizzero. La passione per la filosofia però le permise di incontrare a Londra, durante una conferenza della Società Teosofica dove si recò in viaggio nel 1913, Wilhel de Wendt, un conte ormai caduto in disgrazia appassionato di filosofia. 

I due si sposarono un anno dopo e si trasferirono, nel 1916, a New York dove nacque Maria Luisa Yvonne Radha detta “Gogo” nel 1920 e dove Elsa conobbe personalità del calibro di Marcel Duchamp e Man Ray. Il matrimonio finì con un divorzio nel 1922, a causa dei continui tradimenti del marito, ed Elsa rimase da sola con Gogo. 

Tornata in Europa e stabilitasi a Parigi conobbe lo stilista Paul Poiret per puro caso durante una passeggiata, di cui divenne allieva praticamente nell’immediato. È la stessa Schiap, suo soprannome con il quale era abituata a riferirsi a se stessa, a raccontare dell’incontro che le cambiò la vita: “Un giorno accompagnai una ricca amica americana nella piccola e coloratissima sartoria di Paul Poiret. Era la prima volta che entravo in una maison de couture. Indossai un cappotto dal taglio largo, morbido, che avrebbe potuto essere stato disegnato oggi. ‘Perché non lo prendete Mademoiselle? Sembra fatto apposta per voi’. ‘Non posso permettermelo’, dissi, ‘è senz’altro troppo caro, e inoltre, quando potrei indossarlo?’ ‘Non vi preoccupate per il denaro’, rispose Poiret, ‘voi potete indossare qualunque cosa in qualunque situazione’”.

I suoi primi lavori come disegnatrice di modelli non ebbero molto successo, le aziende con le quali lavorava non volevano avere a che fare con una principiante, ma decise che non si sarebbe arresa e nel 1927 aprì il suo atelier in un appartamento al 4 di rue de la Paix a Parigi.

Le sue creazioni furono incredibili e pazzesche: Il suo primo maglione, completamente nero e con un grande fiocco bianco trompe-l’oeil; la maglia “chic melancholy of italian morbidezza”, così definita da Janet Flanner del New Yorker; i temi dei suoi capi come i cuori trafitti, i tatuaggi tipici dei marinai furono una novità assoluta; i “pullover ai raggi X”, chiamati così perché ripercorrevano le ossa del corpo; il “cappello matto”, un piccolo cappello in maglia che poteva assumere qualsiasi tipo di forma; e i suoi primi iconici abiti da sera. 

La sua popolarità crebbe a dismisura tanto che il 13 agosto del 1934 il Time la mise in copertina – prima stilista donna a ricevere questa “onorificenza”, descrivendola come “più folle e originale della maggior parte delle sue contemporanee, Schiaparelli è colei per cui il termine ‘genio’ è usato più di frequente. Anche per i suoi amici più intimi la signora rimane un enigma”.

Come dicevo all’inizio l’arte ebbe sin da subito un ruolo fondamentale nell’atto creativo per Elsa Schiaparelli e infatti, dal 1935 iniziò a realizzare collaborazioni con Christian Bérard, Léonor Fini, Jean Cocteau, Salvador Dalí, Alberto Giacometti, Mere Oppenheim e Pablo Picasso

Le sue presentazioni non erano semplici sfilate, ma spettacoli a tutti gli effetti come in una sorta di nuova forma teatrale. Il tema della maschera e del gioco erano molto presenti nel suo lavoro dell’epoca, sperimentazioni di tutti i tipi dominavano le sue provocazioni. 

L’invenzione del rosa shocking arrivò proprio dalla sua capacità di sperimentare. Fu lanciato nel 1937 e venne utilizzato in moltissime collezioni. 
Nel ’35 arrivò il primo accessorio realizzato insieme a Dalí e da lui progettato: un portacipria a forma di quadrante telefonico su cui si poteva “scrivere il proprio nome”, una vera e propria opera d’arte. 

Elsa Schiaparelli fu anche la prima stilista a ideare collezioni a tema come: Papillon del 1937,  Cirque del ’38 e Pagana della Fall del 1938, ispirata ai dipinti del Botticelli. 

La seconda guerra mondiale portò la Schiaparelli a trasferirsi negli Stati Uniti, dove viveva la figlia Gogo, continuando però a mantenere aperto il suo atelier parigino, trasferito al numero 21 di Palace Vendôme. 

Il grande successo di Christian Dior e del suo New Look e la fine della Seconda guerra mondiale, iniziò il crepuscolo dell’incredibile carriera di Elsa Schiaparelli. Il viaggio cominciò ad essere parte imprescindibile della vita di Elsa: Roma, Hammamet, New York erano tappe fisse.

Nonostante Hubert de Givenchy avesse iniziato a lavorare nel suo atelier, la fama del brand si affievolì pian piano anche a causa della lontananza di Elsa, che ormai aveva deciso di passare la sua vita tra ala Tunisia e Parigi sempre più lontana dalle cose della moda. 

Elsa Luisa Maria Schiparelli morì il 13 novembre del 1973, a 83 anni, lasciando una legacy indissolubile e che ha ispirato in maniera decisiva geni del calibro di Yves Saint Laurent, John Galliano, Alexander McQueen, Miuccia Prada, Rei Kawakubo e chi ne ha più ne metta.

Stravagante, eccentrica, sognatrice, artista, Elsa Schiaparelli è stata una visionaria atipica e tremendamente avanti tanto da rendere il suo lavoro intaccabile anche allo scorrere del tempo, rendendo le sue creazioni immortali. 

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Lo stile di Notorious B.I.G.

Lo stile di Notorious B.I.G.

Andrea Tuzio · 1 mese fa · Style

Il 1° marzo del 2022 la piattaforma di streaming Netflix ha rilasciato “Biggie: I Got a Story to Tell”, il docu-film che mostra il dietro le quinte della carriera e della vita di uno dei più importanti e apprezzati artisti della scena rap di tutti i tempi, forse il più grande, Christopher George Latore Wallace aka Notorious B.I.G..

Grazie a un accesso esclusivo e senza precedenti a un immenso archivio, il documentario ripercorre il viaggio di Biggie Smalls dagli esordi fino alla grandezza con clip mai viste e documenti inediti, oltre a interviste a persone molto vicine a Notorious e che mai avevano raccontato la loro storia. 

KITH ha anche presentato una capsule collection dedicata al rapper newyorkese e lanciata con un video meraviglioso. 

Oggi, a distanza di 24 anni esatti dalla scomparsa di Notorious B.I.G., abbiamo deciso di rendergli omaggio attraverso un viaggio nello stile che ha contraddistinto Big Poppa. 

Forse la foto più famosa mai scattata a Notorious B.I.G.è quella della fotografa e regista olandese Dana Lixenberg che ritrae l’artista di New York mentre conta banconote da 50 dollari con addosso l’iconico maglione COOGI, diventato sinonimo del suo stile. COOGI è un brand fondato nel 1969 a Toorak, in Australia con il nome di “Cuggi”, rinominato poi con il naming attuale nel 1987 e famoso per i maglioni intrecciati e coloratissimi. Quello che era percepito soltanto come un “souvenir australiano” è diventato un must assoluto proprio grazie a Biggie che li abbinava a jeans o panta sportivi e agli immancabili Yellow Boot di Timberland, un vero simbolo di New York.

“I put hoes in NY onto DKNY
Miami, D.C. prefer Versace
All Philly hoes, dough and Moschino
Every cutie wit a booty bought a COOGI”

Un’altra foto entrata nell’immaginario collettivo è quella scattata dal fotografo e fotoreporter Shawn Mortensen nel 1994, con Biggie che indossa una giacca camo di BAPE, brand giapponese fondato da NIGO nel 1993 a Ura-Harajuku, Shibuya, Tokyo, che a breve diventerà uno dei brand più conosciuti della scena streetwear globale. C’è una piccola leggenda però su questa foto, pare che la giacca in questione non appartenesse a Biggie ma a Mortensen, questo non toglie che grazie anche a questo scatto BAPE è diventato il brand che conosciamo oggi.

Per descrivere lo stile di Notorious non possiamo non parlare dell’amore vero e proprio che il rapper aveva nei confronti di Karl Kani, fondato nel 1989 da Carl Williams a Brooklyn, considerato giustamente brand pioniere del mondo streetwear e che meglio ha rappresentato la cultura hip hop degli anni ’90 e dell’inizio dei ’00. 

“I got the funk flow to make your drawers drop slow 
So recognize the dick size in these Karl Kani jeans”

Notorious B.I.G.

Durante la registrazione del suo secondo album, che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi “Life After Death… ‘Til Death Do Us Part”, poi abbreviato in “Life After Death”, Biggie venne coinvolto in un incidente stradale in cui si ruppe in maniera molto seria la gamba sinistra e che lo costrinse ad un lungo periodo su una sedia a rotelle. Dopo l’episodio, sarà costretto ad appoggiarsi a un bastone da passeggio per il resto della vita. 
Questo episodio cambiò definitivamente lo stile di Notorious B.I.G.: vestiti su misura, tanto velour e il suo bastone con il manico d’oro. 

Notorious B.I.G.

Ha anche reso popolari item come gli occhiali Versace Shades e le camicie di seta della maison italiana, i maglioni a collo alto e il cappello Kangol Wool 504 Driver

Notorious B.I.G.

Non basterebbe un libro per raccontare quanto Notorious B.I.G. abbia influenzato la cultura, la musica e lo stile della nostra contemporaneità, un iconoclasta degli anni ’90 che ha segnato per sempre la storia della musica di tutti i tempi. 

Notorious B.I.G.
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“L’odio” e lo streetwear anni ’90

“L’odio” e lo streetwear anni ’90

Andrea Tuzio · 1 mese fa · Style

L’odio di Mathieu Kassovitz è uno di quei film che non può invecchiare. Girato in bianco e nero, racconta la routine svogliata di tre amici lungo le 19 ore durante le quali la storia si sviluppa. 

I tre protagonisti sono Hubert, un pugile nero con un forte codice morale, Saïd, un ingenuo di origini algerine e Vinz, un ebreo della classe operaia con un carattere molto difficile. Tutti nati in Francia da genitori immigrati, vivono nella banlieue parigina, costantemente arrabbiati e in contrasto con la società per il modo in cui la società stessa li tratta da sempre.

Nonostante il tempo passato dall’uscita del film, L’odio sembra essere più attuale che mai, le lotte razziali e di classe, l’abuso di potere da parte della polizia e il contrasto con l’autorità costituita di cui il film è permeato, sono ancora oggi problematiche al centro del dibattito politico e sociale a tutte le latitudini e ci ricordano quanta strada ci sia ancora da fare per cambiare rotta.

Oltre al messaggio crudo e diretto che Kassovitz lanciò con il film, L’odio è stato anche un incredibile esempio dell’estetica streetwerar degli anni ’90 immortalandone gli schemi. 

Il modo in cui i tre protagonisti sono vestiti è intrinsecamente connesso alla loro caratterizzazione: Vinz, represso ed emotivamente arido, resta tutto il tempo “chiuso” nella sua tracksuit Nike. Hubert esprime il suo conflitto interiore fatto di rabbia e violenza indossando brand diversi come Carhartt, Fila, Everlast e una shearling jacket mentre Saïd personaggio turbato, confuso e smarrito, indossa capi semplici come un polo Lacoste sotto la tuta no brand.

Le tute messe sotto i cappotti, quasi una sorta di uniforme, sono una vera e propria anticipazione del concetto anti-luxury che domina un certo tipo di moda maschile contemporanea.

L’esperto di abbigliamento vintage Kevin Soar ha spiegato: “L’odio ha una risonanza enorme per il suo stile e il suo contesto politico. Il film rimane rilevante concentrandosi sul rapporto tra la polizia, il governo e i giovani dei sobborghi, poiché ci sarà sempre una lotta tra i giovani e la polizia nella maggior parte delle grandi città del mondo. L’abbigliamento tra gruppi di persone, e soprattutto tra i giovani, rappresenta un’affermazione importante, non si tratta solo di apparire belli, ma anche di dire ‘Siamo una cosa sola’.

Una delle immagini più iconiche del film è quella in cui Vinz, Saïd e Hubert vengono immortalati su un balcone con vista su Parigi: Vinz indossa un MA-1 su una giacca di una tuta Nike e un paio di jeans, Saïd un bomber in pelle su una tracksuit e Hubert la sua classica shearling jacket, un paio di pantaloni cargo camo e un beanie Carhartt.

L’odio di Mathieu Kassovitz con Vincent Cassel è un film controverso, unico, iconico e potente, uno sguardo crudo e reale sulle difficoltà sociali che purtroppo continuiamo a vivere, ma è anche un film premonitore, che è riuscito a catturare perfettamente l’estetica streetwear anni ’90 che rappresenta il riferimento principe della moda contemporanea.

“L’odio” e lo streetwear anni ’90
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Breve storia del durag

Breve storia del durag

Andrea Tuzio · 1 mese fa · Style

Cos’è il durag?
Se volessimo rispondere a questa domanda in modo letterale, il durag è un semplice pezzo di stoffa, un foulard per capelli per intenderci – in nylon o in poliestere – utilizzato in modi diversi, ma che ha una storia importante che non deve essere dimenticata.

Possiamo collocare l’inizio di tutto durante un periodo molto triste e cupo della storia americana, quello che va tra il XVI e il XIX secolo e durante il quale la schiavitù negli Stati Uniti era al suo punto più alto di sfruttamento. Si stima che in quel periodo circa 12 milioni di africani siano stati deportati negli Stati Uniti d’America, e di questi almeno 645.000 sono stati destinati nei territori che successivamente fecero parte della nazione statunitense. Nel 1860 la popolazione di schiavi negli USA era cresciuta fino a 4 milioni. 
Ed è proprio in questo contesto storico-culturale che il durag fa la sua prima apparizione, veniva indossato principalmente dagli schiavi e dai lavoratori afroamericani durante le ore di lavoro.
Utilizzato principalmente per mantenere i capelli in ordine e puliti, per quanto si potesse, è soltanto con la Grande Depressione e il Rinascimento di Harlem, siamo all’inizio degli anni ’30, che il durag diventa un accessorio nella sua accezione più contemporanea. 

Verso la fine degli anni ’60, e quindi dopo il movimento per i diritti civili degli afroamericani (1960s Civil Rights Movement) – i cui obiettivi erano porre fine alla segregazione razziale e alla discriminazione contro gli afroamericani, per garantire il riconoscimento legale e la protezione federale dei diritti di cittadinanza elencati nella Costituzione – che le sorti del durag presero una piega completamente diversa rispetto agli anni precedenti.
Divenne un accessorio quasi imprescindibile dagli afroamericani di qualsiasi estrazione sociale, rapper, atleti, semplici cittadini di qualsiasi età, trasformandosi in un vero e proprio simbolo di appartenenza. 

L’estetica del durag conquistò rapidamente tutta la gioventù afroamericana al punto che alcuni stati ne vietarono l’utilizzo nelle scuole all’interno di quello che fu un giro di vite sui codici di abbigliamento dei studenti.
Questo perché l’immaginario sviluppatosi attorno al durag era quello associato al mondo criminale (membri di gang, spacciatori, criminali di ogni sorta lo indossavano anche come segno di riconoscimento e di appartenenza) e come conseguenza gran parte della popolazione, soprattutto tra i bianchi, dava un’accezione estremamente negativa a questo accessorio.

L’ingerenza dell’opinione pubblica e allo stesso tempo l’espandersi della moda del durag portarono la National Football League (NFL) nel 2001 e dalla National Basketball Association (NBA) nel 2005 a bandire il durag. Questa scelta suscitò non poche polemiche: per moltissimi infatti la scelta delle due leghe sportive professionistiche statunitensi con il più alto tasso di atleti afroamericani, venne presa per demonizzare un’espressione della cultura nera quindi una scelta a sfondo razzista.

In questo modo il durag assunse un valore intrinseco ancora più forte, da un semplice accessorio di moda che rappresenta la cultura afroamericana, divenne un simbolo vero e proprio della lotta al razzismo – basti pensare alla copertina di Vogue con protagonista Rihanna che indossa un durag, accompagnato da un editoriale anti razzista incarnando un nuovo esempio di impegno socio-politico contro le discriminazioni e a favore di un progresso collettivo da un punto di vista di accettazione di ciò che si ritiene diverso per qualsiasi motivo.

Col tempo il durag si è preso il proprio posto nella cultura americana, diventando un must have della moda contemporanea entrando di diritto nel mondo dello show-biz americano e principalmente in quello rap, con artisti del calibro di ASAP Rocky, Jay-Z, Tyler the Creator e tantissimi altri, che lo hanno indossato spesso o che lo indossano costantemente. 

Un pezzo di stoffa (nylon o poliestere che sia) che ha scritto e continua a scrivere la storia della cultura nera degli Stati Uniti d’America. 

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