Design Joyce Lin e gli oggetti che non sono più quello che sembrano
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Joyce Lin e gli oggetti che non sono più quello che sembrano

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Arianna Maria Leva

E se proteggere un mobile antico significasse renderlo impossibile da toccare? È da questo paradosso che nasce For Now We See Through a Glass Darkly, il progetto realizzato nel 2019 da Joyce Lin insieme a Emeric Tchatchoua, fondatore e direttore creativo di 3.PARADIS. Sedie, tavoli, lampade e altri elementi d’arredo vengono racchiusi all’interno di una superficie in acrilico traslucido azzurro che, a prima vista, sembra vetro. Gli oggetti restano visibili, ma la loro presenza viene alterata: ciò che prima poteva essere utilizzato diventa qualcosa da osservare a distanza.

La serie, presentata alla Sabine Street Studios di Houston, nasce proprio dall’incontro tra il lavoro di Joyce Lin sul mobile e la ricerca di Tchatchoua, mettendo insieme storia, memoria, surrealismo e una certa idea di trasformazione dell’oggetto quotidiano.

Il primo elemento che colpisce è il colore, quel blu pallido non si limita a rivestire i mobili: li separa dal mondo circostante, come se una lastra di nebbia si fosse solidificata attorno alle loro forme. Le decorazioni dei mobili di gusto europeo rimangono leggibili, ma non completamente. Intagli, gambe, superfici e dettagli ornamentali sembrano affiorare e contemporaneamente scomparire dietro il guscio. L’acrilico rende l’oggetto presente e irraggiungibile nello stesso momento.

È una trasformazione che modifica anche il rapporto con la funzione, perchè una sedia continua ad avere l’aspetto di una sedia, ma non può più essere usata. Un tavolo mantiene la propria struttura, ma non è più disponibile come superficie sulla quale appoggiare qualcosa. L’oggetto conserva la propria identità mentre perde il comportamento che ci aspetteremmo da esso.

Artista e furniture maker con studio a Houston, Joyce Lin lavora proprio sulla relazione tra superficie e struttura, mettendo in discussione il confine tra ciò che un oggetto mostra e ciò che nasconde. La sua pratica combina lavorazione artigianale e sperimentazione con materiali diversi, dal legno ai materiali trovati fino alla fibra di vetro. Sedie, tavoli e altre forme familiari diventano per lei strumenti per studiare trasformazione, ricostruzione e imitazione.

La sua formazione aiuta a comprendere questa posizione ibrida: Lin ha studiato Furniture Design alla Rhode Island School of Design e Geology-Biology alla Brown University attraverso il programma dual degree Brown|RISD. Due ambiti apparentemente lontani che nel suo lavoro finiscono per incontrarsi nella materia, nella struttura e nei processi di trasformazione.

Sedie costruite con legno di recupero e rampicanti di kudzu, tavolini che sembrano assemblaggi impossibili di granito, resina e oggetti quotidiani, mobili ricavati dal driftwood modellato dall’acqua e poi annerito dal fuoco. Nel lavoro di Lin, il design parte spesso da qualcosa di riconoscibile per portarlo altrove. La designer e artista di Houston lavora sul rapporto tra superficie e struttura, ma anche sul confine sempre più sottile tra ciò che è naturale e ciò che è costruito dall’uomo. Il suo percorso comprende serie come Kudzu, Ghostwood, Wood Chair e Table Works, oltre a progetti in cui sedie e mobili vengono smontati, ricomposti o letteralmente trasformati.

È una ricerca che rende difficile stabilire dove finisca il mobile e dove inizi la scultura. Lin parte infatti da archetipi familiari, una sedia, un tavolo, una lampada, per modificarne struttura, materiali o significato. In Exploded Chair, realizzata tra il 2017 e il 2019, una sedia in acero e acrilico sembra essere stata aperta dall’interno, come se la sua struttura fosse esplosa mantenendo però riconoscibile la silhouette originaria. In Negative Chair, invece, il vuoto diventa protagonista: il mobile viene trasformato attraverso PETG termoformato e monofilamento. E con Fused Chair cinque sedie trovate vengono fuse in una nuova configurazione, facendo emergere quanto la funzione di un oggetto dipenda anche dalla forma che gli attribuiamo.

Questa ambiguità attraversa anche altri lavori di Lin. Il suo interesse non sembra essere quello di rendere il mobile più funzionale, ma di chiedersi cosa succeda quando la sua funzione viene modificata, sospesa o completamente messa in discussione. La ricerca di Joyce Lin si muove così tra design, artigianato e scultura senza dover scegliere una sola categoria. I suoi lavori partono da oggetti che conosciamo, ma li sottopongono a processi di dissezione, ricostruzione, imitazione e trasformazione, come spiega la stessa artista presentando la propria pratica.

È questo il filo che unisce una sedia avvolta dal kudzu, un tronco modellato dall’acqua, cinque sedie fuse insieme e un antico mobile nascosto dietro un involucro blu. In tutti questi casi Lin non cerca semplicemente di cambiare l’aspetto dell’oggetto. Cambia il modo in cui siamo costretti a guardarlo. Il design smette di essere soltanto una questione di funzione e diventa una domanda sulla materia, sulla memoria e sulle cose che, anche quando sembrano immobili, continuano a trasformarsi.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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