Quando ho scoperto Karel Balcar pensavo dipingesse solo autopsie e scene sadomaso. Il che mi ha entusiasmata. Attenzione, non perchè sia una fan di bdsm e macabro, quanto per la delicatezza che, nonostante i temi, continuavo a percepire.

Poi quella delicatezza è venuta fuori, oggettiva e calda, quando ho visto i suoi nudi femminili, dipinti con gli stessi toni di colore usati per i soggetti citati prima, con la stessa luce che ricorda l’intimità di una stanza in penombra, oltre che Caravaggio. E, insieme alla delicatezza, l’ironia – di questa sono fan di sicuro – negli autoritratti in biancheria da donna, lo stesso pizzo indossato dalle modelle.
Poi l’erotismo – che stuzzica l’umano indipendentemente dalle inclinazioni – non necessariamente quello di un cunnilingus inquadrato da una bizzarra angolazione, ma anche ciò che più mi ha lasciato il segno: la sensualità di una coscia femminea fasciata da un’autoreggente e due mani che rammendano un reggiseno, in un’armonia ritmica perfetta colta da uno “scatto” rubato.


















