Photography Quello che ci portiamo dietro secondo la fotografia di Karim El Maktafi
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Quello che ci portiamo dietro secondo la fotografia di Karim El Maktafi

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Anna Frattini

Ci sono fotografi che usano la fotografia per documentare, e poi c’è chi la usa per raccontare storie di vita vissuta. Karim El Maktafi, nato a Desenzano del Garda da genitori marocchini, rientra decisamente nella seconda categoria. La sua è una ricerca visiva costante, che parte da un confine – quello tra due culture – e si muove lungo una linea sottile fatta di ricordi, radici, percezioni e scelte. Essere un “ibrido culturale” non è stato solo il punto di partenza della sua identità, ma la chiave per sviluppare un linguaggio fotografico capace di raccontare concetti invisibili.

Karim El Maktafi

Nel suo artist statement, Karim parla di uno “strano privilegio”: quello di trovarsi a cavallo tra due mondi e poterne attingere consapevolmente i tratti distintivi. Le sue immagini diventano così specchi, ritratti profondi che non chiedono al soggetto da dove viene, ma cosa ha deciso di portarsi dietro. In questo dialogo tra l’Italia e il Marocco, tra i tabù e le libertà, Karim costruisce un’estetica documentaria che è anche un atto politico: mostrare le differenze come dono, non come ostacolo.

Karim El Maktafi

Dopo essersi diplomato all’Istituto Italiano di Fotografia di Milano nel 2013, Karim entra a far parte di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton. Lì nasce Hayati, un progetto intimo che gli vale premi e riconoscimenti internazionali, dal PHMuseum al Kassel Dummy Award. Da quel momento, il suo percorso si arricchisce di collaborazioni significative – dal mentorship con Maggie Steber (VII Agency) alla borsa di studio Magnum Photos con Alex Majoli – ma la sua traiettoria resta coerente: indagare il concetto di appartenenza, con uno sguardo delicato, profondo, mai invadente.

Karim El Maktafi

Le sue fotografie sono state esposte in istituzioni come la Triennale di Milano, il Macro Testaccio di Roma, il Pavillon Populaire di Montpellier e il Museum in der Kulturbrauerei di Berlino. Eppure, più che la vetrina, è la voce dietro ogni immagine a colpire: quella di chi non ha mai smesso di interrogarsi sul significato di casa.

Pubblicato su testate come The Washington Post Magazine, National Geographic USA, Internazionale, Vice e GEO, Karim El Maktafi continua a spostarsi tra l’Italia e il Marocco, lasciando che sia la fotografia a guidarlo, come una bussola sensibile ai cambiamenti dell’identità.

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Scritto da Anna Frattini

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