Scusate, ma c’è ancora qualcuno che pensa che la censura non esista? O che sia ormai qualcosa appartenente al passato, a un’altra epoca, quando gli artisti dovevano fare i conti con istituzioni, autorità religiose e convenzioni sociali? Forse dovremmo ripensarci.
Tre uomini incappucciati hanno fatto irruzione nella Galleria Rosso20sette di via del Sudario, a Roma, dove è in corso la mostra The Collapse of Democracy dell’artista Laika. Dopo aver immobilizzato e minacciato il gallerista Stefano Ferraro, hanno imbrattato con vernice spray nera le opere esposte. Lavori che affrontano temi come la giustizia sociale, i diritti umani, l’antirazzismo e le ingiustizie internazionali, con particolare attenzione a Gaza e alle contraddizioni della democrazia contemporanea. Non una recensione negativa, non una contestazione pubblica, ma un’aggressione fisica ai danni di chi gestisce lo spazio e un attacco diretto al lavoro di un’artista. L’identità degli aggressori e le loro eventuali appartenenze non sono ancora state accertate. Ma quello che è successo riporta inevitabilmente al centro una questione: quanto è ancora libera l’arte di disturbare, provocare e mettere in discussione il presente?
Quello che è successo a Laika nella giornata di martedì 27 ottobre, alla Galleria Rosso20sette di Roma, è una dimostrazione piuttosto evidente di quanto la censura sia ancora una questione attuale. E di come, a volte, possa assumere forme decisamente più violente di una semplice rimozione digitale.
La stessa Laika ha raccontato l’accaduto attraverso i propri canali social, definendolo un’«aggressione squadrista» e un attacco non soltanto alla propria produzione artistica, ma a chiunque scelga di raccontare le guerre, il genocidio a Gaza e le ingiustizie attraverso l’arte. «Fa paura ma non abbiamo paura», ha scritto l’artista, ribadendo di essere ancora più convinta della propria posizione e del percorso intrapreso. Una presa di posizione a cui si è aggiunta la solidarietà di altri artisti, tra cui Tvboy, che ha espresso il proprio sostegno a Laika invitandola a non arrendersi: «La sua arte e la sua voce sono più forti dell’odio».

Censura dell’arte nel 2026: quando il dissenso diventa violenza
Siamo ormai abituati a una censura che spesso non vediamo: immagini rimosse, contenuti segnalati, profili che spariscono per decisione di un algoritmo, proprio sugli stessi strumenti che utilizziamo ogni giorno per comunicare e condividere. Eppure non è una dinamica nuova e non riguarda soltanto i contenuti che circolano sui social. Nel 2011, per esempio, il profilo Facebook di Frédéric Durand-Baïssas, un insegnante francese appassionato d’arte, venne disattivato poco dopo la pubblicazione di una riproduzione di L’Origine du monde di Gustave Courbet, il dipinto del 1866 oggi conservato al Musée d’Orsay. Facebook negò che la chiusura fosse legata all’immagine, ma ne nacque una battaglia legale durata anni, conclusasi nel 2019 con un accordo tra le parti. Una vicenda che racconta molto bene il rapporto complicato tra arte, nudità, algoritmi e libertà di espressione.
Un’opera d’arte riconosciuta come un capolavoro poteva quindi diventare, agli occhi di una piattaforma digitale, un contenuto problematico. Del resto, la storia dell’arte è attraversata da episodi simili. La stessa L’Origine du monde rimase per oltre un secolo in mani private, lontana dallo sguardo del grande pubblico, prima di entrare nelle collezioni del Musée d’Orsay nel 1995. Nel 1917, invece, Marcel Duchamp si vide rifiutare Fountain dalla mostra della Society of Independent Artists di New York: un orinatoio capovolto e firmato con lo pseudonimo R. Mutt, che avrebbe messo in discussione la stessa definizione di opera d’arte. Sono episodi diversi, ma raccontano tutti una questione comune: chi decide che cosa può essere mostrato e che cosa, invece, deve restare fuori? La censura cambia strumenti, ma il meccanismo di esclusione continua a ripresentarsi.
Siamo talmente abituati a consumare immagini, scorrerle, condividerle, mettere like e passare alla successiva che rischiamo di dimenticare quanto un’opera d’arte possa ancora avere un impatto reale. L’arte non è necessariamente qualcosa che deve piacerci, rassicurarci o confermare quello che già pensiamo. A volte deve farci arrabbiare. Deve metterci a disagio, farci porre domande, mostrarci una realtà che preferiremmo non vedere. Possiamo criticare un’opera, contestarne il messaggio o non condividerne il contenuto. Ma quando si passa alla violenza, non siamo più nel campo del dissenso: siamo davanti a un tentativo di intimidazione e censura. È proprio questa la differenza rispetto agli episodi precedenti: questa volta il gesto è sotto gli occhi di tutti, non può essere nascosto né archiviato come un contenuto rimosso da un algoritmo. Ed è anche per questo che ne scrivo. Alcune opere vengono censurate silenziosamente, ogni giorno, altre subiscono un’aggressione che chiunque può vedere.

Cosa dice questo gesto, e chi lo compie
Non sappiamo chi siano gli autori del gesto né possiamo attribuire loro un’appartenenza politica precisa senza elementi verificati. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il significato politico di un’aggressione di questo tipo. L’intimidazione di chi esprime un pensiero scomodo, la volontà di imporre con la forza ciò che può o non può essere mostrato, la violenza contro chi racconta le ingiustizie: sono dinamiche che appartengono a una cultura autoritaria e che richiamano, senza troppi giri di parole, una matrice neofascista. Non è necessario trovare una bandiera, un simbolo o una rivendicazione per riconoscere la natura squadrista di un metodo. Perché il fascismo non è soltanto un capitolo dei libri di storia: è anche una cultura della sopraffazione, dell’intimidazione e della negazione del dissenso. E quando qualcuno pensa di poter entrare in una galleria, minacciare una persona e distruggere delle opere perché non ne condivide il messaggio, non possiamo limitarci a parlare di vandalismo. Il problema non è soltanto il danno materiale alle opere, ma il tentativo di imporre un limite alla libertà attraverso la paura.
Quando un’opera d’arte fa arrabbiare, forse sta facendo il suo lavoro
Possiamo guardare un’opera che raffigura Trump e pensare che sia una provocazione banale. Possiamo non apprezzarne il linguaggio o non condividerne il messaggio politico. Ma la possibilità di esporla, discuterla e contestarla è parte integrante della libertà artistica. E qui torna una domanda: quale legittimazione può avere chi decide di rispondere a un’opera con la violenza?
La risposta, naturalmente, non può essere quella di attribuirsi il diritto di distruggerla.
Forse, paradossalmente, chi ha imbrattato i lavori di Laika ha finito per amplificare proprio il messaggio che voleva colpire. Le immagini sono diventate una notizia, il caso ha superato i confini della galleria e il tema della censura è tornato sotto gli occhi di tutti. Laika ha già dichiarato di non avere intenzione di fermarsi. Anzi, di sentirsi ancora più convinta del proprio percorso.
La libertà di espressione non si misura dalla possibilità di dire ciò che piace a tutti, ma dalla capacità di proteggere anche ciò che dà fastidio. E se nel 2026 c’è ancora qualcuno che pensa di poter decidere, attraverso la minaccia e la distruzione, quali immagini possiamo vedere, forse il problema non è soltanto la censura. È il fatto che ci siamo abituati troppo facilmente alla sua presenza. E allora viene da chiedersi: quanto è fragile la libertà d’espressione che qualcuno pensa di poter sospendere semplicemente entrando in una galleria con una bomboletta spray?




