In Don’t Trust Pretty Girls, Kayin Luys racconta – fra realtà e finzione – di un momento della vita particolare: l’incontro con la famiglia del partner. Se per molti questa non è altro che mera una formalità, Luys riesce ad andare oltre e raccontarci una serie di storie che non solo ci hanno incuriositi ma che ci hanno anche ricordato la complessità dei legami familiari. Soprattutto se visti da fuori.

Il titolo, Don’t Trust Pretty Girls, è un riferimento al tatuaggio sul braccio del nonno del suo partner. Questo dettaglio apparentemente banale diventa il punto di partenza per un’esplorazione più ampia dell’interpretazione soggettiva. Luys è quindi convinto che «le nostre percezioni di queste scene familiari siano inevitabilmente influenzate dalle convenzioni sociali e dai modelli imposti dai media». Riconoscendo l’impossibilità di una visione completamente oggettiva, sfrutta questi modelli a suo vantaggio, creando una drammaturgia controllata e personale, intima e al contempo universale.


Miscelando ricordi autentici e elementi di finzione, Luys crea una narrazione stratificata che spinge gli spettatori a interrogarsi sull’autenticità di ciò che si sta vedendo. La tensione tra realtà, fantasia e ignoto invita a una riflessione profonda, sfidando il pubblico a riflettere sui ruoli che interpretiamo e adattiamo all’interno della famiglia e delle cerchie sociali. Un punto di partenza interessante per riflettere sulle potenzialità narrative della fotografia.







ph. courtesy Kayin Luys
