Photography Simone Falcomer fotografa ciò che accade quando il tempo rallenta
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Simone Falcomer fotografa ciò che accade quando il tempo rallenta

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Arianna Maria Leva

Non è soltanto una storia di cucina siciliana, né il ritratto di una coppia che ha lasciato Londra per tornare a casa. Nel progetto Via delle Palme, Simone Falcomer osserva qualcosa di complesso da fotografare: la costruzione di un tempo fatto di attese, gesti, persone e materia, dove il cibo diventa il modo più concreto per parlare di appartenenza.

Via delle Palme comincia ai margini della tavola, nei muri, negli oggetti, nell’orto, nelle automobili, nei pescatori, nella casa e nei corpi. La fotografia sembra procedere per avvicinamenti successivi, come se prima di fotografare ciò che viene servito a tavola fosse necessario capire il mondo che rende possibile quel cibo.

Il fotografo arriva a Santa Maria del Focallo per raccontare Giuliana Puccio e Salvuccio “Buccio” Cappello, il duo dietro Via delle Palme. Dopo gli anni trascorsi a Londra, i due sono tornati in Sicilia e hanno trasformato il rapporto con la cucina, la memoria e il territorio in un progetto professionale. Il nome viene proprio dalla strada legata alla casa di famiglia di Buccio. La loro attività si muove tra private dining, ricerca sulle ricette tradizionali e una forma di ospitalità costruita intorno alla relazione.

È una storia che, raccontata superficialmente, potrebbe facilmente diventare una delle tante narrazioni contemporanee sul “ritorno alle origini”, ma le fotografie di Simone Falcomer sembrano sottrarsi proprio a questa formula.

Simone Falcomer

Il fotografo non cerca la Sicilia-cartolina, al contrario, mette sullo stesso piano un ortaggio raccolto dalla terra, un vecchio interno domestico, una barca, una pompa di benzina, una strada vuota, una tavola apparecchiata. La Sicilia che emerge è concreta e contemporanea, sono presenti tatuaggi, plastica, automobili, attrezzi da lavoro, abiti casual, conserve, vino, mare e cemento. Falcomer parte da un’idea apparentemente semplice: il cosiddetto slow living rischia di diventare un’altra immagine da consumare, un’estetica fatta di lentezza confezionata per i social. Per questo decide di non fotografare la “vita lenta” come un ideale, ma di osservare persone che hanno concretamente modificato il proprio rapporto con il tempo. Qui il concetto acquista una dimensione fotografica.

Falcomer racconta di aver iniziato fotografando molto e di avere progressivamente rallentato e di cercare una relazione prima dell’immagine. La macchina fotografica non serve più soltanto a mostrare come sono Giuliana e Buccio, ma serve a restituire come ci si sente a stare con loro.

Una delle scelte più riuscite della serie è infatti quella di non trasformare i protagonisti negli unici personaggi della storia. Possiamo osservare il lavoro nell’orto, le uova raccolte, la preparazione degli ingredienti molti altri processi, la narrazione quindi, si allarga continuamente dai due protagonisti alle persone e agli oggetti che li circondano.

Per Simone Falcomer raccontare Via delle Palme significa fotografare una rete di relazioni, e il cibo, in questo senso, non è il soggetto finale ma il punto di connessione. Collega chi coltiva a chi cucina, chi pesca a chi mangia, chi produce il vino a chi lo versa, una madre alla ricetta che ha tramandato, un territorio alla memoria di chi lo abita.

Buccio e Giuliana non vengono presentati attraverso i codici tradizionali della fotografia gastronomica. Non sono semplicemente “lo chef” e “la sommelier”, i loro corpi occupano una parte importante della narrazione. In una delle immagini più immediate della serie, i due sono nell’orto: il corpo tatuato di Buccio, la camicia chiara di Giuliana, la carriola, le piante e la terra costruiscono una scena che non sembra voler dimostrare nulla. Non c’è la posa professionale del cuoco al lavoro. C’è piuttosto la sensazione di una giornata qualsiasi, di una routine. Il contrasto tra il loro aspetto contemporaneo e il contesto rurale evita che la storia cada nella nostalgia. Il ritorno, dunque, non è un azzeramento. È una trasformazione.

Nel lavoro di Falcomer, la cura compositiva rimane un punto focale di tutta la sua fotografia, così come l’attenzione per i corpi, il colore e la presenza scenica degli oggetti. Ma invece di costruire un’immagine, Falcomer sembra progressivamente disinnescarla.

Una mano che raccoglie qualcosa dalla terra può precedere un ritratto. Una strada vuota può stare accanto a un piatto. Una pompa di benzina può diventare parte dello stesso racconto della tavola. La serie funziona perché attribuisce valore narrativo anche a ciò che normalmente rimarrebbe fuori campo.

E forse è proprio questo il punto: la lentezza non viene mostrata attraverso l’assenza di movimento, ma attraverso una diversa attenzione al movimento delle cose.

Quando finalmente si arriva al pasto, tutto quello che è venuto prima torna dentro l’immagine. Il tavolo non è più soltanto il luogo in cui il cibo viene consumato, diventa il punto in cui tutte le relazioni precedenti si incontrano. Forse il titolo Via delle Palme può essere letto allora in un modo diverso. Non indica soltanto un indirizzo. È un punto geografico che diventa un punto di vista. Da Londra alla Sicilia. Dalla città alla campagna. Dalla professione alla ricerca. Dal ristorante alla casa. Dalla velocità alla durata.

In questo progetto la fotografia smette di voler essere “bella”. Un pomodoro raccolto e mangiato sotto un albero può avere lo stesso peso di una cena elaborata. Simone Falcomer racconta proprio questa esperienza: la gerarchia abituale tra momenti importanti e momenti secondari sembra dissolversi.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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