Nelle fotografie di Kevin Bubriski non ci sono gli aerei, né le torri avvolte dal fumo, né l’istante preciso in cui New York cambia per sempre. Al centro delle foto ci sono persone che guardano e questo sposta completamente il modo in cui l’11 settembre può essere raccontato.


Nella sua World Trade Center Series, New York City, che fa ora parte delle collezioni dello Smithsonian American Art Museum, Bubriski fotografa Ground Zero nelle settimane successive agli attentati del 2001. Il luogo è ancora segnato dalla distruzione, ma la macchina fotografica non sembra interessata a trasformarla in spettacolo. Si ferma piuttosto davanti a chi è venuto a guardare quello che rimane delle torri: uomini, donne, bambini, persone sole o riunite davanti alla distruzione.
È nei loro volti che Kevin Bubriski trova la vera misura dell’evento. Il fotografo lavora sul dopo, quando l’evento non è più soltanto cronaca e comincia a diventare memoria. Lo shock non viene rappresentato, viene osservato mentre accade a qualcun altro, gli sguardi sono spesso rivolti fuori campo, verso un punto che noi non possiamo vedere, ma la loro forza sta anche in ciò che non mostrano. Non c’è bisogno di vedere il momento della collisione, il fumo o la caduta delle torri per capire che qualcosa di irreparabile è accaduto. Lo sguardo diventa così una sorta di seconda immagine dell’evento, indiretta ma profondamente umana.

È una prospettiva particolarmente significativa anche pensando alla quantità enorme di immagini prodotte l’11 settembre. Quella tragedia è entrata nella memoria collettiva attraverso fotografie e filmati diventati quasi archetipici. Bubriski si sottrae a quella grammatica visiva e sceglie un’immagine più fragile, cioè quella di chi non sa ancora cosa dire davanti a ciò che vede.
Le fotografie della serie sono stampe alla gelatina d’argento in bianco e nero. In una di queste vediamo due donne guardano verso l’alto. Una porta la mano davanti alla bocca, quasi a trattenere una parola; l’altra tiene le braccia incrociate e appoggia il mento sulla mano. Dietro di loro, una terza figura osserva nella stessa direzione. In un’altra fotografia, due uomini anziani sono ritratti molto da vicino, uno porta una mano al viso, l’altro tiene le braccia raccolte sul petto. Entrambi guardano fuori campo, con espressioni concentrate, quasi sospese. La città rimane sullo sfondo, ma è il loro gesto a occupare tutta la fotografia: due corpi fermi davanti a qualcosa che non vediamo. Sui volti non c’è una sola emozione, ma una sospensione: incredulità, dolore, smarrimento, talvolta una calma quasi irreale. Sono espressioni trattenute, lontane dalla teatralità, che restituiscono la dimensione intima di un evento collettivo.
Non fotografa soltanto ciò che è accaduto, ma il modo in cui gli occhi cercano di comprenderlo. Perché davanti a ciò che non si può spiegare, a volte, guardare è già una forma di memoria.



Le sue fotografie sono state realizzate tra ottobre e novembre 2001, quando Ground Zero era già diventato contemporaneamente un luogo di distruzione, commemorazione e osservazione pubblica. Kevin Bubriski non fotografa ciò che tutti stavano guardando, ma fotografa il fatto stesso di guardare, e in questo passaggio, l’11 settembre smette di essere soltanto una sequenza di immagini conosciute e diventa un’esperienza umana più difficile da fissare.
Un volto davanti a una rovina non racconta soltanto una perdita individuale. Racconta anche il momento in cui una comunità cerca di dare una forma a qualcosa che, fino a poche settimane prima, non apparteneva ancora alla propria memoria.
Per questo le fotografie di Bubriski sembrano avere bisogno di meno spiegazioni rispetto alle immagini più spettacolari dell’attacco. Non mostrando tutto lasciano uno spazio vuoto tra chi guarda e ciò che è fuori dall’inquadratura. Ed è proprio in quello spazio che entra lo spettatore. L’11 settembre, nelle sue fotografie, non è quindi soltanto un’immagine da ricordare. È uno sguardo che continua a interrogare ciò che è successo.




