Quando si parla di fotografia documentaria, pochi progetti contemporanei hanno generato un dialogo critico così intenso come Yakuza – The Secret World of Japan’s Mafia di Anton Kusters. Il fotografo belga, è riuscito a ottenere un accesso rarissimo all’interno di uno dei clan più chiusi e ritualizzati della criminalità organizzata giapponese. Il suo lavoro non è un reportage sulla violenza, ma un esercizio di attenzione, rispetto e osservazione paziente.

Per due anni, Kusters ha seguito la vita quotidiana di un gruppo di uomini che la società giapponese considera allo stesso tempo presenti e invisibili. Ma il suo accesso non è stato immediato: è arrivato dopo mesi di incertezza, mediazioni e un equilibrio delicatissimo tra fiducia e distanza.

Il momento decisivo avvenne durante il suo primo incontro formale con i membri del clan. Entrando in una stanza e mostrando un visibile nervosismo, Kusters venne immediatamente ripreso. Come racconta in questa intervista a The Malestrom, uno dei presenti gli disse: «Ti è permesso fotografarci per due anni. Il fatto che tu sia nervoso ci mostra che non ti senti al sicuro, e questo è un segno di mancanza di rispetto verso di noi. La nostra parola è il nostro impegno, non ti può succedere nulla finché sei con noi».

Quella frase cambiò la traiettoria del progetto: per fotografare la Yakuza non bastava essere osservatore; bisognava entrare in una forma particolare di presenza, in cui emozioni e pregiudizi venivano messi tra parentesi.Le immagini di Kusters non gridano mai. Sono fotografie che parlano per sottrazione: inquadrature strette, angoli scomodi, luce notturna, pelle tesa sotto camicie stirate, finestre opache che lasciano filtrare una porzione minima del mondo esterno.


A differenza delle rappresentazioni cinematografiche — ricche di tatuaggi, rituali e violenza — Kusters decide di restare nell’ordinario, nel quotidiano, dove il potere è suggerito più che mostrato.


Nel progetto di Kusters, l’unico vero affiorare di violenza non arriva da armi o scontri, ma da un dettaglio che parla silenziosamente: le mani fotografate con una o più dita amputate. Si tratta di un segno profondamente radicato nella tradizione della Yakuza, un gesto rituale noto come yubitsume. In passato, quando un membro commetteva un errore grave o metteva a rischio il gruppo, era tenuto a recidere una parte del proprio mignolo come forma di scusa e responsabilità personale.



Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga aka @super8otto.