Un manichino in vetrina, una donna che imita il proprio riflesso, un assistente vocale che risponde con voce femminile a qualunque domanda. Evelyn Bencicova lavora da anni su questo cortocircuito, il punto in cui il corpo umano e la sua imitazione tecnologica smettono di essere due cose distinte. La fotografa e artista slovacca, nata a Bratislava nel 1992 e oggi attiva tra Berlino e una rete di collaborazioni internazionali che spazia dal teatro alla moda alla ricerca scientifica, costruisce quelle che lei stessa definisce narrazioni simboliche, mondi visivi costruiti a partire da una domanda teorica precisa e poi tradotti in immagini, video, installazioni VR.


Il progetto Second Virgin, il più recente della sua ricerca sull’intelligenza artificiale, nasce come prosecuzione di un lavoro più vecchio, Artificial Tears, avviato otto anni fa seguendo il suo istinto. In quella prima serie Evelyn Bencicova fotografava gesti ripetuti, pose imitate, la messa in scena di comportamenti appresi, un modo per interrogare la differenza tra pensiero autonomo e imitazione meccanica, in un momento in cui l’intelligenza artificiale cominciava appena a entrare nella vita quotidiana. Solo più tardi, rivedendo il lavoro in occasione di una mostra a Kraftwerk Berlin, l’artista si è resa conto di un’assenza: aveva costruito una figura ibrida, a metà tra umano e macchina, e l’aveva resa femminile senza porsi la domanda del perché. Una scelta che le è apparsa a posteriori tutt’altro che neutra, e che ha spinto il progetto verso una seconda fase, più esplicitamente legata alla rappresentazione di genere nell’intelligenza artificiale.

Se Artificial Tears guardava agli assistenti domestici e alle loro voci femminili preimpostate, Second Virgin sposta lo sguardo sui compagni artificiali e sul lavoro sessuale robotico, un territorio in cui la tecnologia più recente rende ancora più esplicito un meccanismo antico, quello per cui il corpo femminile viene programmato per compiacere, rispondere, servire. Bencicova lavora su questa zona grigia interrogando l’oggettivazione dei corpi, delle emozioni, e in ultima istanza di sé stessi, chiedendosi fino a che punto ciascuno di noi stia diventando, nel proprio rapporto con la tecnologia, uno strumento, un progetto o semplicemente un cliente.


Quello che distingue il lavoro di Evelyn Bencicova è il metodo di lavoro con cui procede. Prima arriva un’intuizione, spesso legata a un’osservazione quotidiana o a una sensazione difficile da nominare. Segue una fase di studio più rigorosa, fatta di letture, sopralluoghi, conversazioni, in cui l’artista prova a immergersi nel tema tanto sul piano fisico quanto su quello teorico, passando anche per riferimenti come le riflessioni di Turing sul confine tra pensiero e imitazione. Solo alla fine arriva la traduzione in immagine.













