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Nastasia Felici · 10 anni fa · Art

Certi artisti possono solo essere definiti come parecchio strani.

Lauren Barfield, in arte Laurenontheinternet è una ragazza parecchio strana, sicuramente ironica e con una particolare ossessione per il junk food.

Nei suoi disegni, che lei butta per caso su fogli qualunque mentre è in coda al Mc ad aspettare il suo cheese burger, dei loschi figuri incredibilmente brutti, cicciosi e spesso nudi, hanno comportamenti socialmente deviati e divinizzano cibo spazzatura, feticcio di un mondo superficiale e privo di senso.

Il sentimento che si ha è quello di un disgusto divertito. La bruttezza dei corpi e le situazioni grottesche ci consentono di prendere le distanze da questi osceni personaggi, che però rappresentano in maniera caricaturale larga parte della società di cui facciamo parte.
Del resto chi di noi non è “Just a guy who loves hamburger”?

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Gli oggetti impossibili di Katerina Kamprani

Gli oggetti impossibili di Katerina Kamprani

Giulia Pacciardi · 1 settimana fa · Design

Provate ad immaginare come sarebbe la vostra vita se tutti gli oggetti che la compongono cambiassero, all’improvviso, la loro forma. Se da utili diventassero irrimediabilmente e incredibilmente inutili. Questo esperimento, dal nome The Uncomfortable, lo ha fatto l’architetto atenese Katerina Kamprani e il risultato è molto peggio di quanto possiate aspettarvi. Gli oggetti, tutti progettati con gli stessi materiali di cui sono fatti nella realtà, perdono la loro funzione diventando complicatissimi da utilizzare. Il motivo per cui sono nati, secondo le parole della designer stessa, è solo ed unicamente per infastidire chi li vede e chi vorrebbe anche provarli. Non deve essere semplice mangiare con una forchetta di catena, bere del vino da un bicchiere siamese o uscire in un giorno di pioggia con degli stivali bucati sulla punta. Eppure c’è chi vorrebbe provare.

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MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

MOTOREFISICO e RBSN insieme per una live performance

Giulia Guido · 1 settimana fa · Design

MOTOREFISICO, il duo composto da Lorenzo Pagliara e Gianmaria Zonfrillo – due architetti e designer romani – ha realizzato “Fog Of War”, un’installazione pensata per il live di “Spiritural Leader”, un brano di RBSN. Il risultato è una vera e propria esperienza immersiva dove a separare musicisti e spettatori c’era solo l’opera d’arte. “Spiritual Leader” è un brano di RBSN ispirato al dub poet Linton Kwesi Johnson e contenuto in “Stranger Days”, il suo primo album pubblicato con l’etichetta americana Ropeadope.

Chi è RBSN

RBSN, nome d’arte di Alessandro Rebesani, è un musicista fortemente influenzato da suggestioni internazionali che vanta un sound personalissimo e originale. Il suo stile combina jazz, musica elettronica, psych/soul e pop. Nel corso della sua formazione collabora con l’etichetta Tight Lines e con Sofar London ma una delle partnership più interessante è sicuramente quella con Tate Modern. Nel 2022 è il primo artista italiano nonché il più giovane a essere messo sotto contratto dall’etichetta newyorchese Ropeadope, che dà alle stampe il suo primo disco “Stranger Days”, apprezzato dagli addetti ai lavori e non solo. Oggi fa parte di ODD Clique, collettivo ed etichetta musicale nata a Roma per celebrare e diffondere ovunque la sua ricca scena musicale caratterizzata da un respiro internazionale.

Design e musica

La sintonia – palpabile durante la performance – è dovuta dal rapporto sinergico fra Lorenzo Pagliara e RBSN che collaborano dal 2018 su perfomarce AV. La sonorizzazione dei vari mapping in concomitanza alla performance è sicuramente uno dei punti di forza di questo happening.

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La nuova frontiera del Flower Design

La nuova frontiera del Flower Design

Giorgia Massari · 1 settimana fa · Design

Le piante e i fiori sono ormai un must have nelle nostre case. Negli ultimi anni spopola la figura del flower designer, sempre più richiesta. Non solo per ambienti privati, ma anche per shooting commerciali, allestimenti espositivi e per decorare location eventi. Le installazioni organiche hanno un enorme potenziale visivo oltre che portatrici di significati. Creare combinazioni equilibrate non è un lavoro semplice, ci siamo chiesti: cosa c’è dietro il lavoro del flower designer? Come si applica alle nuove tendenze? Lo abbiamo chiesto a Anastasiya Goncharova, fotografa, art director ed esperta floreale nata in Ucraina e fondatrice del progetto Hedoniya, con base a Milano.

Com’è cominciato tutto? Da dove proviene la passione per i fiori?

Come per ogni storia, anche la mia inizia dall’infanzia. Entrambi i miei nonni, sia dalla parte di mia madre che di mio padre, vivevano in villaggi nel sud dell’Ucraina. Ho trascorso le estati lì, aiutandoli con i lavori agricoli, coltivando frutta e verdura, occupandomi di piante e terreno. Anche mia madre è molto brava nel giardinaggio. Il giardino dei miei genitori è stato – e continua a essere – la mia più grande gioia a Mykolayiv, la mia città natale. Ho conosciuto ortensie, glicine, una varietà di tulipani e rose (e così tante altre piante che non riesco nemmeno a pronunciare) grazie a mia madre. La connessione con la natura significa “essere a casa” per me. Sentirsi al sicuro e in armonia.

Quando hai deciso di diventare una flower designer?

Prima di lanciare Hedoniya Floristry, ho lavorato come fotografo di moda e nudo, responsabile dei social media e direttore artistico. Nel 2022, quando è iniziata la guerra in Ucraina, è stato uno shock tremendo per me, così come per milioni di altre persone. Tutta la mia famiglia era lì, mio padre si è offerto volontario per unirsi alle forze militari. A quel tempo ero già a Milano. Non potevo tornare a casa né potevo cambiare la situazione della mia famiglia. È stato un periodo davvero difficile. Approcciarmi a questo mondo è stato il mio modo di affrontare il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Nel giro di sei mesi ho capito di aver trovato una nicchia dove potevo sentirmi a casa di nuovo. Il flower design è stato per me una salvezza, per continuare a vivere e riscoprire un nuovo aspetto della me artista.

Cosa significa lavorare come flower designer? Come si sviluppa il tuo lavoro?

Voglio rispondere a questa domanda con due aspetti secondo me fondamentali per il lavoro dei flower designer, opposti e complementari come yin e yang. Il primo è molto pratico e richiede una grande forza mentale e fisica, sto parlando dell’aspetto gestionale e organizzativo che va dalla gestione del team fino a trasportare secchi d’acqua. La seconda parte del lavoro è, al contrario, molto creativa. Riguarda energia, percezione e intelligenza emotiva. È una pratica spirituale per me, che ti richiede di essere presente nel momento, un “qui e ora”. La filosofia dell’Ikebana lo spiega molto bene. Parla di creatività consapevole, piena presenza e accettazione delle imperfezioni. Affrontare queste due polarità, un po’ agli antipodi, è stato difficile all’inizio. La parte creativa è molto più facile per me, ma quella pratica è essenziale. Mi sento un artista, la cui missione è servire le persone con ispirazione e luce e secondo me non c’è mezzo migliore che i fiori e la fotografia.

I fiori hanno una forte estetica che può essere applicata in vari campi, dalla moda al cibo. Quale aspetto ti stimola di più?

Sicuramente l’interior design. Amo integrare il mio lavoro con gli spazi, penso che gli elementi floreali hanno il potere di cambiare la vitalità di qualsiasi ambiente. Possono dettare il mood e raccontare una storia. La moda, così come gli eventi, sono campi molto interessanti in cui il design floreale può essere applicato. L’obiettivo è sempre lo stesso: creare un’atmosfera armoniosa che possa ispirare.

Passiamo al pratico. Qual è il progetto che finora ti ha più appassionato?

Uno dei progetti recenti che ho realizzato è stato una collaborazione con la ceramista Linda Calugi, fondatrice di AMORAW studio. Linda crea splendide opere in ceramica. Quando ho visto per la prima volta il lavoro di Linda ha risuonato con la mia anima. I suoi prodotti sono tutto quello che ho sempre immaginato per le mie composizioni. Con lei ho creato tre tipi diversi di composizioni per tre delle sue ceramiche. Finora è il mio lavoro preferito.

INFLORESCENT editorial, Ph Veronika Orlova

Quali sono le tue ispirazioni? Quali tipi di fiori preferisci?

Sono ispirata dalla diversità che la natura ci offre. Ogni fiore, ogni pianta ha una struttura molto complessa, è come se il mondo intero si nascondesse in ogni fiore. Credo che la natura sia geniale. Percepire il contatto con la natura è per me un grande onore e una grande ispirazione. Sono ispirata dal minimalismo, dalla sua capacità di calmare il sistema nervoso e mi aiuta a concentrarmi su ciò che è più importante. Applico questo principio non solo nei miei progetti, ma anche nella vita di tutti i giorni. Al momento, i miei fiori preferiti sono i papaveri e i giacinti d’uva. Eleganti, teneri, unici.

Quanto è importante per te la sostenibilità?

La sostenibilità è uno dei miei primi valori fondamentali. Fin dall’inizio, ho deciso di lavorare solo con fiori di stagione e fornitori locali. Con i fiori di stagione è facile ma, a essere onesta, non è sempre possibile reperire tutti i materiali localmente semplicemente a causa delle condizioni meteorologiche o della fertilità del suolo. Durante la primavera e l’estate è molto più facile. Ecco perché non vedo l’ora che arrivi la stagione calda! Un’altra decisione importante è stata quella di lavorare solo con materiali sostenibili, per esempio non uso la schiuma floreale perché è fatta di plastica monouso non biodegradabile, ed è anche tossica per il sistema respiratorio. Lavoro principalmente con il kenzan, uno strumento giapponese per l’ikebana, composto da rete metallica e muschio. Oltre ai materiali, è fondamentale per me creare condizioni di lavoro sostenibili per il mio team. Essere onesta e trasparente, pagare equamente, essere di supporto e incoraggiamento. Ho avuto varie esperienze in diverse sfere come libera professionista, dopo essere stata sfruttata, farò del mio meglio per creare non solo un prodotto bello, ma anche un team soddisfatto.

Courtesy Anastasiya Goncharova

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Come arte e design rispondono all’inquinamento

Come arte e design rispondono all’inquinamento

Giorgia Massari · 2 settimane fa · Art, Design

«Mi preoccupo, ma non me ne occupo», con una citazione del suo barbiere, Ferdinando Cotugno termina l’articolo su Rivista Studio a tema inquinamento dell’aria, riassumendo in modo schietto e sincero l’atteggiamento dei più nei confronti del problema. La pessima qualità dell’aria è un tema caldo già dall’inizio del nuovo anno ma è negli ultimi giorni, soprattutto a Milano e in tutta la Pianura Padana, a diventare protagonista. I dati mostrati sono allarmanti, sui social tutti sembrano condividere le infografiche. Quel colore viola intenso ci preoccupa, soprattutto se guardiamo al resto d’Europa, colorata di verde e blu, persino nelle grandi metropoli come Londra e Parigi la situazione sembra essere stabile. Ciò non significa che il resto d’Europa – o del mondo – si comporti meglio rispetto a noi, il motivo di questa sostanziale differenza è la conformazione geografica, ma questo non toglie che la situazione è grave e va affrontata.

L’ansia diffusa sui social sottolinea un allarmismo dal basso che non sembra essere recepito dai piani alti. L’inquinamento dell’aria, lo smog, le polveri sottili – così come il cambiamento climatico in senso lato -, non sono di certo un tema nuovo. È un problema decennale che nascondiamo sotto lo zerbino, chi per rassegnazione chi per indifferenza, da tirare fuori solo quando diventa un trend, forse perché ce lo sbattono davanti agli occhi?

In questo senso, l’infografica assume un ruolo determinante. Un’immagine visiva può far scattare in noi un meccanismo di consapevolezza del problema, da invisibile e impercettibile a tangibile ed evidente. Se l’aspetto visivo è in quest’ottica fondamentale, chi meglio dell’arte può contribuire a diffonderlo? Oltre ai grafici che stanno circolando sui social, anche l’arte prova a inserirsi in questo contesto, ma non con poche difficoltà. Cercando sul web non è facile imbattersi in progetti davvero significativi, o meglio, che comunichino in modo efficace il problema ambientale. Qualche anno fa, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh pubblicava La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, interrogandosi sulle ragioni per cui gli artisti contemporanei trovassero difficile affrontare il tema delle catastrofi naturali. Una prima risposta la abbiamo avuta dalla recente mostra Everybody talks about the weather, nella sede veneziana di Fondazione Prada. Il curatore Dieter Roelstraete sostiene che il mondo dell’arte sembri prestare scarsa attenzione alla tematica, dunque tutti parlano del tempo tranne che il mondo dell’arte. O almeno, non come dovrebbe. In quest’ottica Roelstraete insiste sulla collaborazione tra scienza e arte, sfruttando la forza estetica del sapere scientifico e il protagonismo dell’arte contemporanea. La potenza dei meta dati e delle infografiche ritorna. «Questa mostra è preziosa perché potrebbe essere una delle prime di una nuova generazione capace di non fermarsi all’arte ma di “usarla” come occasione per lavorare su quella disattenzione socio-politica della società odierna che appare come il sintomo della nuova sindrome Don’t Look Up», facendo riferimento al film di Adam McKay del 2021, Nicola Davide Angerame su Artribune commenta lo sforzo comune dell’arte e della scienza nel delineare una forma di qualcosa che non la ha, ma non per questo può essere ignorata. Dunque, ora che il problema ha una forma potrà essere affrontato o, come in Don’t look up, lasceremo che il meteorite colpisca la Terra fino a distruggerla?

Verosimilmente, quest’ultima domanda non può avere una risposta univoca. Senza dubbio sono in molti a essersi attivati. Se da un lato l’arte – con uno sguardo scientifico e documentaristico – tenta di farsi portavoce di un messaggio, dall’altro sono l’architettura e il design a provare a rispondere in modo concreto al problema. In questo terzo paragrafo vogliamo essere possibilisti, riportando alcuni esempi significativi che fanno sperare in un futuro più sostenibile. Se pensiamo che più del 10% delle emissioni di anidride carbonica sono prodotte dal settore edile, rimanendo in territorio milanese è impossibile non citare il Bosco Verticale e prenderlo come esempio di un progresso ancora in corso. «Ormai sappiamo che le città giocano un ruolo importante nel plasmare il futuro del nostro Pianeta, essendo responsabili del 75% delle emissioni di CO2. E nelle città dobbiamo agire.» ci ha spiegato l’architetto del Bosco Verticale Stefano Boeri in un’intervista dell’anno scorso durante la Milano Design Week. «Le grandi città hanno l’opportunità di diventare parte integrante della soluzione al cambiamento climatico e alle problematiche ambientali che stanno influenzano la nostra vita di tutti i giorni, integrando la natura, salvaguardando quella esistente e aumentando il numero di foreste». Quello che Boeri suggerisce è una pratica che negli ultimi anni sta prendendo piede nella progettazione, ovvero quella di trarre ispirazione dalla natura per trovare materiali alternativi. In passato abbiamo già parlato del micelio, uno dei biomateriali più adatti a sostituire la fibra di vetro e il calcestruzzo, quest’ultimi tra i materiali più inquinanti. In quest’ottica è interessante citare il documentario di Netflix Verso il futuro, che nell’episodio 10 (I grattecieli) ipotizza uno scenario futuro in cui i grattacieli saranno completamente costruiti con materiali vivi che si inseriranno nel metabolismo della Terra, aumentando così la produzione di ossigeno e riducendo al massimo gli sprechi.

Gardens By The Bay, Singapore

Se in Verso il futuro viene citato sia il Bosco Verticale di Milano sia i Gardens by the Bay di Singapore, è il terzo episodio di Abstract – sempre su Netflix – a chiarirci ancora di più le idee. La protagonista dell’episodio è Neri Oxman, una designer israelo-americana ed ex professoressa nota per combinare arte, design, biologia, informatica e ingegneria dei materiali. Oxman lavora con un team multidisciplinare al MIT Media Lab, con una vision ben delineata: immaginare un futuro di completa sinergia tra la Natura e l’umanità. Il suo obiettivo è infatti quello di «creare materiali nuovi per la natura, con essa e derivati da essa», come per esempio il Silk Pavilion. Si tratta di una struttura metallica sulla quale dei robot – da lei progettati – hanno tessuto una rete di seta, completata dalla presenza di più di seimila bachi da seta che agiscono come “stampanti 3D biologiche” ricoprendo interamente la struttura iniziata dai robot fino a completarla.

Sono molti gli esempi che potremmo riportare dal campo della progettazione, ma anche la street art – nel suo piccolo – porta un contributo per contrastare l’inquinamento. Pensiamo alla vernice antismog utilizzata da alcuni, in grado di assorbire le polveri sottili presenti nell’aria. Uno dei più grandi d’Europa è a Roma, nel quartiere Ostiense, realizzato da Iena Cruz e assorbe la stessa quantità di smog di un bosco di trenta alberi. A Milano vi riportiamo un vecchio murales del 2019 di Camilla Falsini in Corso Garibaldi.

Indifferenza e attivismo. Due facce della stessa medaglia che caratterizzano l’atteggiamento socio-politico a un problema più che rilevante per la nostra sopravvivenza. Arte, architettura, design provano a inserirsi in una corrente ambientalista e offrono soluzioni alternative, ma basteranno a salvarci? Non ci resta altro che provare a ricordarcene sempre, non solo quando il nostro algoritmo lo decide. In questa scia critica verso noi stessi, chiudiamo questa riflessione con un cortometraggio dell’illustratore britannico Steve Cutts, che con un linguaggio crudo e diretto esplora la distruzione dell’ambiente per mano dell’uomo, forse spingendoci ad agire.

Come arte e design rispondono all’inquinamento
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Come arte e design rispondono all’inquinamento
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