Dal 17 al 22 novembre torna a Milano Linecheck Music Meeting & Festival, che con l’edizione 2025 intitolata “a beautiful presence” si afferma come un ecosistema dove la musica diventa forza viva e trasformativa. Tra live, incontri e progetti speciali distribuiti tra BASE Milano, l’Auditorium San Fedele e DumBO Bologna, c’è un momento in cui il festival smette di essere semplice programmazione e si apre a un territorio fragile e potentissimo in cui il suono si fa racconto, corpo e archivio: è TAKKUUK, l’installazione audiovisiva che attraversa il Social Change Summit e che proprio da BASE ridefinisce lo sguardo del pubblico su cosa possa essere oggi la musica.

Il progetto nasce dall’incontro tra Bicep, EarthSonic, In Place of War e un gruppo di sette artistə indigeni provenienti da Groenlandia, Norvegia, Svezia e Canada. Non un semplice lavoro collaborativo, ma un equilibrio intimo di voci, memorie e territori. TAKKUUK ti costringe così a entrare dentro a qualcosa di più grande. È un film-installazione che diventa spazio, un paesaggio emotivo dove le lingue indigene convivono con suoni elettronici, dove il movimento delle immagini ha il ritmo di una tradizione che resiste.

Ed è proprio la parola resistenza a sostenere l’intero progetto. Katarina Barruk lo dice con una semplicità spiazzante: «Combattiamo ogni giorno per mantenere viva la lingua e la cultura». È una frase che pesa, soprattutto quando la si ascolta dentro un contesto come Linecheck, che quest’anno riflette su capitalismo culturale, nuove economie dei festival, politiche del suono e tecnologie emergenti. Di fronte a queste traiettorie, TAKKUUK riporta tutto all’essenziale: chi siamo quando il nostro paesaggio cambia? Cosa rimane, quando l’Artico si scioglie e con lui si dissolvono storie, gesti, parole?

Charlotte Qamaniq, performer Inuit, lo riassume con lucidità: da una parte la celebrazione di una cultura straordinaria, dall’altra la consapevolezza urgente degli effetti del cambiamento climatico. È proprio in questo doppio sguardo che TAKKUUK trova la sua potenza. Non un messaggio, ma un’alleanza. Non un allarme, ma un invito a guardare.

Bicep, da parte loro, evitano l’estetizzazione del tema: ascoltano, amplificano, creano un terreno d’incontro. Il loro approccio fa sì che il progetto funzioni come un dispositivo di attenzione, un modo diverso di avvicinarsi a storie spesso fraintese o raccontate da lontano. Lo dice anche Niilas, uno degli artisti coinvolti: quando un duo così riconosciuto sceglie di collaborare con performer indigeni, normalizza una relazione che troppo spesso viene considerata “esotica”. E questa normalizzazione è un atto politico, prima ancora che artistico.
Dentro Linecheck, TAKKUUK diventa così una sorta di contrappunto: mentre i talk esplorano IA, dati, mercati e sostenibilità, l’installazione riporta la discussione sul suono come memoria incarnata. Ricorda che la musica non nasce mai in astratto: nasce in un corpo, in un territorio, in una lingua che rischia di scomparire. E ricordarlo non è soltanto un esercizio poetico: è un gesto di responsabilità culturale.
A risuonare, alla fine, è soprattutto il senso di “presenza” che il festival assume come tema della sua undicesima edizione. Una presenza che TAKKUUK rende concreta: viva, vulnerabile, necessaria.
Linecheck quest’anno chiede di pensare alla musica come motore di trasformazione. Takkuuk, semplicemente, lo dimostra.

