A metà novembre del 2016, pochi giorni dopo l’elezione di Trump, gli Oxford Dictionaries scelsero “post-truth” come parola dell’anno. La definizione indicava la condizione in cui gli appelli alle emozioni e alle convinzioni personali influenzano l’opinione pubblica molto di più dei fatti oggettivi.
La parte più interessante di quella parola è il prefisso. A Oxford spiegavano che “post” qui è diverso da quello di “dopoguerra”. Indica un tempo in cui un concetto è diventato irrilevante, superato. Post-verità vuol dire quindi qualcosa di più sottile del falso, è una condizione in cui la differenza tra vero e falso ha smesso di interessare. Il bugiardo ha ancora bisogno della verità per nasconderla, la post-verità può farne a meno.
Nel 2016 questa idea faceva paura proprio perché sembrava nuova, ma dieci anni dopo è diventata così normale che quasi nessuno ci fa più caso, come succede all’aria che respiriamo.
Nel mondo prima del 2016 potevamo litigare su tutto (certo lo facciamo anche oggi), ma lo facevamo partendo più o meno dagli stessi fatti. Li fornivano i telegiornali della sera e le prime pagine dei quotidiani, cioè un numero limitato di soggetti che decidevano che cosa era una notizia e che cosa no. Era un sistema pieno di difetti, verticale e spesso stronzo, ma ci dava una base condivisa su cui costruire il disaccordo. Il senatore americano Daniel Patrick Moynihan lo aveva riassunto dicendo che ognuno ha diritto alle proprie opinioni, ma i fatti appartengono a tutti.

In quel mondo la menzogna politica esisteva, ovviamente, come è sempre esistita, ma la vivevamo come una violazione. Chi veniva scoperto finiva col dimostrare imbarazzo (ve lo ricordate Clinton paonazzo?) doveva smentire o dimettersi, e proprio per questo mentiva di nascosto.
In Italia, a dire il vero, il berlusconismo aveva anticipato in parte l’abitudine alla menzogna, dal milione di posti di lavoro al contratto con gli italiani firmato a Porta a Porta nel 2001, fino a Vittorio Mangano e a Ruby nipote di Mubarak. Allora sembrava l’eccezione quasi da barzelletta di un paese quaquaraqua, mentre era un’anticipazione di quello che sarebbe arrivato.
C’era anche una fiducia quasi ingenua nell’ internet. Pochi anni prima i social network erano stati raccontati come gli strumenti che avevano acceso le primavere arabe, che davano voce a chi non l’aveva, di scavalcare i “custodi” dell’informazione e permetterci di liberare la verità. Credevamo che più informazione avrebbe prodotto cittadini più informati. Quando la post-verità e poi “l’infodemia” sono diventate parole di uso comune si è pensato che a quella malattia ci fosse una cura che allora sembrava essere il fact-checking. Se si rimettevano i fatti al loro posto, tutto sarebbe tornato come prima. Quanto eravamo ingenui…
Oggi ognuno di noi apre il telefono e trova un mondo costruito su misura, con le sue notizie, le sue bolle e i suoi nemici. Due persone sedute sullo stesso divano possono vivere in due realtà diverse senza accorgersene, perché i loro feed non si incontrano mai. Il disaccordo riguarda direttamente i fatti ma senza fatti in comune è impossibile litigare in modo utile.
Quello che è cambiato poi è soprattutto il rapporto con la bugia. Prima del 2016 le notizie false si travestivano da notizie vere e cercavano di essere credute. Oggi molte immagini e molti video dichiarano apertamente di essere falsi, come i contenuti generati con l’AI che la Casa Bianca pubblica sui propri account, e funzionano lo stesso, perché il loro scopo è un altro. Servono a dire da che parte stai e a far arrabbiare chi sta dall’altra. Ne abbiamo scritto a marzo raccontando la guerra in Iran trasformata in reel (War is the content). La domanda “è vero?” è stata sostituita da “di chi è?”.
Il filosofo Harry Frankfurt con il saggio “On Bullshit” aveva descritto questa condizione molto prima dei social, distinguendo il bugiardo da chi dice stronzate. Il primo conosce la verità e lavora per nasconderla, quindi in qualche modo la rispetta. Il secondo è semplicemente indifferente, usa la verità quando gli serve e la ignora quando è un ostacolo. Che poi è alla base della strategia “Flood the Zone” di Bannon, saturare lo spazio informativo con una quantità enorme, incessante e caotica di contenuti, notizie, dichiarazioni incendiarie e fake news, un’evoluzione della classica propaganda e della disinformazione.
C’è un dettaglio che riassume bene questo passaggio. Il social network che Trump ha fondato nel 2022, dopo essere stato espulso da Twitter e da Facebook, si chiama Truth Social. TRUTH, capite? Sembra uno scherzo e invece è un programma politico, perché propone una verità che coincide con quello che dice il suo proprietario. Trump si è preso la parola per ridefinirla, e nel farlo l’ha svuotata. Una verità che appartiene a una sola persona smette di essere verità e diventa una versione dei fatti, la sua.

L’effetto più profondo riguarda noi che guardiamo perchè quando qualsiasi immagine può essere falsa, chiunque può liquidare come falsa anche un’immagine vera che lo mette in difficoltà. Il risultato è una stanchezza diffusa, che assomiglia più al cinismo che alla credulità.
Ci sono un po’ di ragioni che possiamo guardare velocemente.
La spiegazione più comoda è dare la colpa a Trump, o agli algoritmi, o a entrambi. È vera solo in parte, perché Trump è stato più un sintomo che una causa, e gli algoritmi fanno esattamente quello per cui sono stati costruiti. Le piattaforme guadagnano con il tempo che passiamo sopra di loro, e niente ci trattiene come l’indignazione e la paura.
Un’altra ragione riguarda la fiducia. Molte persone hanno smesso di credere ai giornali e agli esperti perché quelle stesse fonti, in passato, le avevano ingannate. Le armi di distruzione di massa che giustificarono l’invasione dell’Iraq nel 2003 non c’erano. La crisi finanziaria del 2008 colse di sorpresa proprio chi avrebbe dovuto prevederla.
A tutto questo si è aggiunta la tecnologia, che ha reso la finzione gratuita. Fino a pochi anni fa una foto falsa richiedeva tempo e competenze, oggi basta una frase scritta in un’app.

Resta però la ragione più scomoda di tutte, cioè noi. Credere a ciò che conferma quello che già pensiamo ci fa sentire parte di un gruppo e ci risparmia la fatica del avere dei dubbi. La post-verità ha vinto anche perché è comoda.
E adesso? Le elezioni di midterm e le proteste in giro per l’Europa offrono uno spiraglio?
Dieci anni fa abbiamo dato un nome a una malattia convinti di poterla curare. Forse oggi la domanda giusta è un’altra, e cioè se vogliamo tornare a vivere in quel vecchio mondo o scoprire cosa c’è dopo il dopo-verità.
