Art Maschere e anonimato nell’arte: perché ne siamo affascinati?
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Maschere e anonimato nell’arte: perché ne siamo affascinati?

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Leila Stabile
Daft Punk | Collater.al

In questi giorni il nome di Banksy è tornato a circolare ovunque. Di nuovo. L’ennesima speculazione sulla sua identità, alimentata da tabloid, thread Reddit e creator che costruiscono interi video su chi potrebbe celarsi dietro quella firma. Sul fronte musicale, è il turno di TonyPitony, l’artista italiano con la maschera di Elvis, che ha acceso la stessa curiosità ossessiva sui social. Noi avevamo in serbo questo approfondimento da tempo, e il momento non potrebbe essere più giusto.

Perché siamo così attratti da chi si nasconde? E soprattutto: siamo attratti dalla persona che non vediamo, o da quello che produce? Sono due domande diverse, e tenerle separate è l’unico modo per capire davvero cosa succede quando un artista sceglie di sparire o di diventare qualcun altro.


La maschera nell’arte: una storia antica di fascinazione

Non abbiamo lo spazio per ripercorrere la nascita e l’etimologia della maschera, un discorso che richiederebbe un articolo a sé, considerando che i primi esempi documentati risalgono a oltre 9.000 anni fa. Quello che ci interessa è la sua funzione simbolica, che attraversa i secoli senza perdere potenza.

La maschera è, da sempre, lo strumento dell’abbattimento delle convenzioni. Nel Carnevale medievale indossarla significava sospendere le regole sociali: i ruoli si invertivano, la morale si allentava, il corpo collettivo si liberava, non era inganno era libertà codificata. 

Questo legame tra maschera e identità ha affascinato l’arte moderna in modo quasi ossessivo. James Ensor, pittore belga che tra la fine dell’Ottocento e inizio Novecento ha anticipato l’Espressionismo e il Surrealismo, ne ha fatto una firma stilistica inconfondibile: nei suoi quadri le maschere circondano il pittore, lo guardano, lo sostituiscono. In Ensor la maschera non è un travestimento: è il vuoto dell’immagine pubblica, l’alienazione di chi si sente estraneo alla propria rappresentazione sociale. Dipingere maschere era il suo modo di dire che i volti scoperti mentono quanto quelli coperti.

Pochi decenni dopo, il Surrealismo ha radicalizzato questa intuizione. Man Ray è l’esempio più preciso: nelle sue sperimentazioni rayografiche con maschere di carnevale e nella serie di litografia Les six masques voyants realizzata per Elizabeth Arden nel 1932, la maschera rivela. È il confine tra realtà e finzione, tra il volto sociale e quello interiore. I Surrealisti erano affascinati dalla maschera proprio perché destabilizzava la certezza dell’identità: se puoi coprire il volto e diventare qualcun altro, cos’è davvero il sé?

Graciela Iturbide, fotografa messicana tra le più importanti del Novecento, ha documentato la maschera come rito collettivo nel Día de los Muertos: la sua fotografia più celebre, Novia Muerte (1986), trasforma l’identità in transizione. La maschera qui è ponte tra mondi: poesia visiva che non chiede di essere spiegata.


La maschera e l’anonimato non sono la stessa cosa

Prima di andare avanti è necessario fare una distinzione che nel dibattito pubblico viene quasi sempre ignorata: la maschera e l’anonimato sono scelte diverse, con intenzioni diverse. Trattarle come sinonimi è il primo errore che commettiamo quando parliamo di artisti “nascosti“.

La maschera è una presenza. È un’identità costruita, visibile, deliberata, un personaggio che prende spazio e lo occupa con forza. L’anonimato è un’assenza: la scelta di non dare un volto, un nome, una persona fisica a cui agganciare l’opera. Sono strategie opposte che portano allo stesso apparente risultato, spostare l’attenzione dall’individuo all’opera. 


La maschera: costruire un altro sé

I Daft Punk non sono nati robot. Prima dell’iconografia cromata di Discovery, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo erano due ragazzi parigini che nascondevano l’imbarazzo del successo dietro maschere di carnevale e costumi improvvisati. Il passaggio ai caschi definitivi nel 1999 è stato un atto di ingegneria dell’immagine: eliminare l’umano per lasciare spazio al ritmo puro. Un world-building così riuscito da trasformare due produttori in icone senza tempo, permettendo alla loro musica di viaggiare mentre i loro volti invecchiavano in privato.

Se i Daft Punk hanno scelto la tecnologia, MF DOOM ha scelto la mitologia. La sua maschera metallica ispirata al Dottor Destino (e poi al Gladiatore) non era un travestimento era una vera e propria armatura narrativa. Dopo la morte del fratello DJ Subroc nel 1993 e un lungo silenzio, Daniel Dumile è tornato come un villain dei fumetti: la maschera serviva a separare l’uomo dal mito, rendendo il corpo dell’artista intercambiabile. Quando mandava impostori a esibirsi al suo posto portava il concetto alle estreme conseguenze: se il personaggio è tutto, chi c’è sotto il metallo è irrilevante.

I Gorillaz hanno fatto il passo successivo, eliminando il corpo reale del tutto. Damon Albarn e Jamie Hewlett hanno creato una band che esiste solo nel tratto della matita: 2-D, Murdoc, Noodle e Russel non sono maschere che proteggono un individuo sono l’identità stessa. Questo ha liberato Albarn da qualsiasi aspettativa di coerenza tra artista e opera, aprendo un formato narrativo che ancora oggi non ha equivalenti.


L’anonimato: sparire per restare liberi

L’anonimato funziona diversamente. Non costruisce un personaggio lo evita, e le ragioni possono essere politiche, esistenziali, o semplicemente umane nel senso più concreto del termine.

Romain Gary (nato Roman Kacew) è l’unico scrittore ad aver vinto il Prix Goncourt due volte: nel 1956 con Le radici del cielo e nel 1975 con La vita davanti a sé. La seconda volta lo vinse sotto il nome di Émile Ajar, fingendosi un autore esordiente e creando una delle più grandi mistificazioni letterarie del Novecento. Non era una maschera nel senso visivo: Gary non si travestiva, non costruiva un personaggio pubblico. Era un’identità completa, architettata per sfuggire alle aspettative che il successo aveva cristallizzato intorno al suo nome. Quando la truffa fu rivelata, dopo la sua morte, aveva lasciato un testo in cui spiegava tutto: voleva dimostrare che un autore già celebre poteva ancora sorprendere, a patto di non essere riconosciuto. L’anonimato come atto critico contro un sistema letterario che premia i nomi prima delle opere.

Banksy opera sulla stessa logica, ma nello spazio pubblico. I suoi murales sono visibilissimi, esposti, fotografati milioni di volte eppure l’autore non esiste come persona verificabile. È una firma senza corpo. Ogni tentativo di smascheramento non è solo una violazione della sua volontà: è un atto che contraddice il senso stesso del progetto, che vive esattamente su quella tensione tra opera visibilissima e autore invisibile.

Blu è un caso ancora più radicale. Artista italiano attivo sotto pseudonimo, segnalato dal Guardian nel 2011 tra i migliori street artist al mondo, ha costruito il suo anonimato non come strategia di hype ma come coerenza di vita. Ha rifiutato il mercato dell’arte, evitato lobby e istituzioni, scelto un isolamento che non è mistero costruito a tavolino ma una posizione ben precisa. A differenza di Banksy, che ha trasformato l’invisibilità in un brand riconoscibilissimo, Blu ha scelto di scomparire davvero, senza lasciare nemmeno l’ombra di un personaggio da inseguire.

Liberato si colloca da qualche parte tra i due mondi. Nessuno sa con certezza chi sia, e questo è esattamente il punto: ha dimostrato che è possibile costruire una carriera significativa senza mai concedere il volto, senza mai cedere all’intervista, senza mai firmare con il proprio nome. Che sia maschera o anonimato, la sua è prima di tutto un manifesto.


Siamo attratti da chi si nasconde o da quello che produce?

Nell’era in cui un algoritmo può diventare uno strumento di doxing collettivo, dove ogni neo, ogni riflesso in un paio di occhiali, ogni inflessione vocale viene analizzata da migliaia di utenti in tempo reale, mantenere il segreto è diventato uno sport estremo. Ma questa ossessione per lo spoiler dell’identità rivela qualcosa di preciso su come siamo cambiati come pubblico: abbiamo imparato a consumare le persone prima ancora delle opere. Eppure, se ci fermiamo un momento, la domanda vera è un’altra. Seguiamo i Daft Punk perché vogliamo sapere chi si nasconde sotto i caschi, o perché Around the World è ancora inarrestabile a distanza di trent’anni? Siamo ossessionati dall’identità di Banksy perché ci interessa il suo nome anagrafico, o perché i suoi murales continuano a dire qualcosa che il resto del sistema dell’arte fatica ad articolare? Leggiamo La vita davanti a sé pensando a Romain Gary o a Émile Ajar e cambia qualcosa, nella lettura, sapere che sono la stessa persona?

Ogni caso è a sé. C’è chi usa la maschera per proteggere uno spazio creativo, chi sceglie l’anonimato come atto politico, chi costruisce un personaggio per liberarsi dalle aspettative del proprio nome. Ma in tutti questi casi quello che dovremmo chiederci non è chi c’è sotto, è perché quello che fanno ci colpisce così tanto da spingerci a volerlo sapere.

C’è un’espressione che non sopportiamo: ti è caduta la maschera. Come se sotto ci fosse sempre qualcosa di più vero da svelare, come se l’opera fosse meno reale della persona. Ma per gli artisti di cui abbiamo scritto, la maschera, o l’assenza di un nome, è lo spazio in cui la verità artistica esiste senza essere divorata dalla macchina della visibilità. Continuare a volerla strappare non ci dice niente di interessante su di loro. Ci dice qualcosa su di noi.

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Scritto da Leila Stabile

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