C’è un momento preciso in cui, percorrendo le strade bianche dell’entroterra pugliese, una fortezza di pietra emerge da un mare di ulivi argentati. Da molti anni il fotografo pugliese Roberto Sibilano cercava quell’istante, seguendone le tracce con la lentezza di chi non vuole solo vedere, ma capire davvero.
Il risultato è la mostra “Masserie di Puglia” – aperta fino al 20 maggio presso la Biblioteca Comunale di Gioia del Colle (BA) -, una ricerca visiva che ci mette di fronte a un pezzo di storia che probabilmente stiamo dimenticando e non riusciamo più a comprendere fino in fondo.
Guardando le foto di Sibilano non si vedono solo semplici edifici, ma costruzioni che sfuggono alla retorica romantica in cui oggi le abbiamo relegate: le masserie come risposta brutale e pragmatica a un territorio difficile, presidi difensivi prima ancora che agricoli.

Nelle immagini emergono con forza i volumi chiusi, le alte mura di cinta e i cortili interni destinati a proteggere i raccolti e le persone dagli attacchi. In questi scatti, osserviamo l’architettura senza la necessità di ricondurla agli architetti, un sistema ante litteram fatto di strutture funzionali e autosufficienti. Qui non c’era nulla di lussuoso: ogni pietra obbediva a una rigida legge di necessità.
C’è un dualismo che queste fotografie riescono a isolare, dialogo tra geometrie, contrasto netto tra pulizia formale e ingegno vernacolare. Da un lato la rigorosa linearità del corpo principale e spesso delle altre costruzioni annesse come le chiese. La chiesa che qui non era intesa solo come spazio religioso, ma soprattutto come fulcro attorno al quale ruotava l’ordine sociale e affettivo della comunità rurale. Dall’altro le forme organiche e primitive dei trulli che originariamente erano i ricoveri dei braccianti e successivamente diventati parte integrante del complesso principale.


Il bianco e nero di Sibilano è come una radiografia. Rinunciare al colore, in una terra così vividamente cromatica come la Puglia, è una decisione radicale. Togliendo il rassicurante azzurro del cielo e il verde degli ulivi, il fotografo ci costringe a guardare lo scheletro degli edifici. L’architettura diventa ciò che è nella sua essenza: un sapiente gioco di volumi, materia, luce e ombra. Muri e archi che si stagliano contro cieli pesanti e tempestosi.
Il lavoro di Roberto Sibilano è uno specchio.
Non si tratta né di pura documentazione né di sterile nostalgia. È una presa di posizione.
Guardare queste immagini è ricordare le nostre origini: non solo ci spingono a non consumare il patrimonio rurale come mero sfondo, ma anche a riconoscere la severa, silenziosa dignità della nostra storia.




Articolo di Roberta Ruggieri
