Art Le sculture di capelli di Laetitia Ky parlano di libertà
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Le sculture di capelli di Laetitia Ky parlano di libertà

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Collater.al Contributors

Cosa può un capello, o il ricamo luminoso delle più belle trecce intessute dalle mani e nei millenni, dinanzi alla Storia scritta «da tentati padroni, mai padroni»? Il sogno della chioma di Laetitia Ky (Abidjan, Costa d’Avorio, 1996) si fa spazio nell’immaginazione giovane di una stanzetta di Abidjan, illuminata da aspirazioni e da una forte creatività.

Sulla ricca storia delle chiome, prima dell’arrivo dei mercanti e degli eserciti europei, Laetitia ha nel tempo osservato volumi in bianco e nero, che ne mettono in luce l’ingegno e la mirabile grazia. Negli anni Sessanta il fotografo nigeriano J.D. Okhai Ojeikere (Ovbiomu-Emai, Nigeria, 1930- Lagos, 2014), è stato a sua volta, l’autore di una preziosa raccolta di acconciature e simbolismi ad esse legati nell’intreccio vitale di una millenaria tradizione africana. 

Dopo un breve periodo trascorso a studiare le strategie della comunicazione dentro un orizzonte capitalistico e distante, Ky capisce chiaramente che la sua strada prende altre direzioni, seguendo una forza della radice che la sua arte vuole attivare con gesti ulteriori e, in modo decisamente controcorrente. Rielaborando a modo suo l’estetica di una comunicazione autoctona che passa dalle acconciature di una lunga tradizione, Laetitia Ky trasforma i suoi capelli in forma di dialogo e in una forte rivendicazione femminista e terzomondista.

Come ha raccontato nel corso dell’intervista rilasciata nel 2023 allo staff della Fondazione Imago Mundi: «[…] prima della colonizzazione […] quei capelli erano sculture, sculture astratte. Facendo delle ricerche ho appreso che nell’antica società africana i capelli non servivano solo a rendere una persona bella ma erano uno strumento per comunicare. La gente poteva usare i capelli per dire, per esempio, “sono una donna sposata” o “sono single”, oppure “questa è la mia religione”; “questa è la mia tribù”.»

Se, come ha scritto Alice Borgna nel saggio Tutte storie di maschi bianchi morti (2022), il capello afro, sottomesso agli ipse dixit del canone estetico occidentale (rigido nella sua idea ormai datata di decoro professionale), diventa residuo dei sogni di gloria degli imperi nazionalisti decaduti, allora le rivendicazioni estetiche delle Black Panthers restituiscono all’immaginario la forza di un’affermazione identitaria netta.

Nella tradizione delle lotte e delle manifestazioni di strada americane degli anni Settanta e Ottanta, i riccioli neri, fitti e profondi come la notte, hanno incanalato un immaginario ancora oggi vivido. Scegliendo di mettere il proprio corpo al centro di una sperimentazione continua, Laetitia Ky da anni trasforma i suoi capelli nella materia prima di una scultura dinamica e in costante mutazione. Dal gesto della lotta anticoloniale, passando per il travaglio e una maternità intensa come il sangue sul finire di un immaginario carico di simboli, la sua arte continua a restituire immagini potenti di una presenza femminile che si muove tra sguardo e azione, tra forma e parola. Il bestiario femminista che ne emerge costruisce le coordinate di una ricerca che si intreccia con pittura e performance, in una rivendicazione di presenza, gesto e parola costante, non silenziata.

In memoria dei giorni della coercizione e della violenza della prigionia, anche l’artista e giornalista curda Zehra Doğan (Diyarbakır, Turchia, 1989), con i suoi capelli e su uno sfondo legato al tema del mestruo, ha costruito la silhouette potente di una donna scorpione dagli occhi socchiusi, consegnati alle terre del sogno. Tra nero e bianco, la figura dello scorpione apre a una lettura che porta verso la possibilità concreta di un cambiamento. Il ghiaccio rovente che attraversa questa immagine tiene insieme paura e trasformazione, tra il richiamo di un possibile pharmakos e una spinta profonda verso una forma di credo originario.

La Scorpion Head di Laetitia Ky, catarticamente immersa nella profondità di uno sguardo corvino, pastoso e stratificato come le labbra carnose tinte della medesima aura, mette in tensione una presenza doppia e molteplice, che per lo spettatore impronterà sempre la necessità dell’enigma e del grido intellettuale più forte e imprescindibile. 

Laetitia Ky
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Articolo di Floriana Savino

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