All’interno di IN/FORM, il progetto che sta trasformando gli spazi di Sebino in un territorio di dialogo tra arte e industria, il lavoro dell’artista Elisa Veronelli parte dal colore. Non come scelta decorativa, ma come strumento di pensiero; un elemento che plasma lo spazio, ne modifica la percezione e stabilisce il tipo di presenza che un’opera può permettersi di avere.
Veronelli si definisce pittrice e muralista. La sua formazione nella pittura a olio ha lasciato una traccia precisa nel modo in cui approccia qualsiasi superficie: la trasparenza, la stratificazione della luce, l’effetto di profondità che emerge dalla sovrapposizione di campiture cromatiche. Questi non sono dettagli tecnici — sono il nucleo della ricerca.

«Il colore è sicuramente l’elemento cardine del mio lavoro. Dalla pittura a olio mi sono portata dietro in particolare l’effetto di trasparenza». Ma il colore, nel suo lavoro, non agisce da solo. Ciò che lo attiva è il dialogo con l’architettura. Prima ancora di dipingere, Veronelli osserva: legge gli spigoli, le superfici morbide o rigide, la luce che entra e quella che rimane. L’opera non viene applicata allo spazio — nasce da esso. Ogni intervento è il risultato di una conversazione continua tra segno e contesto, tra ciò che già esiste e ciò che viene aggiunto.
«Il contesto architettonico espositivo è un altro elemento fondamentale — anzi, direi proprio quello che definisce il mio lavoro. Sono le forme presenti nello spazio, gli spigoli o le forme morbide, che interagiscono col lavoro stesso».

La questione del registro cromatico cambia a seconda del contesto. In esterno, Veronelli si concede cromatismi più intensi; in interno, il criterio diventa la sottrazione — fare in modo che l’opera sia presente senza diventare pesante. È un equilibrio delicato, che richiede una lettura attenta dello spazio prima ancora che una decisione pittorica.

Per IN/FORM, questo principio si è confrontato con un contesto inedito: quello di un’azienda, un contenitore atipico per l’arte contemporanea. L’obiettivo era intervenire sulla rigidità percepita di quegli spazi, ammorbidirne la logica, introdurre una forma di fluidità visiva in un ambiente costruito attorno alla produzione e all’utilità.
«L’idea era in qualche modo di andare proprio a modificare lo spazio, a rendere morbido ciò che mi appariva rigido». Il risultato è un’opera che si inserisce nel progetto collettivo di IN/FORM come una nuova mappatura affettiva degli spazi. Non una decorazione, ma un orientamento: chi vivrà quegli ambienti potrà riferirsi ai lavori come punti cardinali, ciascuno capace di restituire una lettura diversa dello stesso luogo.
