Art Matteo Urbani dà un senso critico all’AI
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Matteo Urbani dà un senso critico all’AI

Giorgia Massari

L’Intelligenza Artificiale è sempre più diffusa e il suo utilizzo divide l’opinione. In particolare, in campo artistico è spesso contestato l’utilizzo di questo mezzo, accusato di soppiantare la creatività e l’immaginazione. Ma c’è un artista che tenta di svincolare l’AI da questa relegazione e di dare un senso critico al suo utilizzo. Si chiama Matteo Urbani (su Instagram @nurabi_lab) e la sua ricerca in questo campo è volta tanto più alla comprensione del funzionamento dell’AI piuttosto che fermarsi all’aspetto illustrativo – che costruisce la parte più mainstream del suo utilizzo – con l’obiettivo di oggettivare, dunque rendere visibili, i dati digitali nascosti all’interno di un sistema, altrimenti inespressi. In senso lato, la ricerca di Urbani ragiona sull’incontro e sulla collisione tra il mondo antropico e quello natura, sulle alterazioni e sulla conseguente creazione di ecosistemi ibridi complessi. Su questa scia, è evidente come l’approccio all’AI sia stato pressoché automatico e funzionale per la sua indagine. L’AI diventa in questo modo co-creatrice diretta e attiva di un immaginario condiviso, generato dalla stessa collisione tra uomo-artista e artificio-strumento informatico.

Matteo Urbani tende dunque alla stimolazione dell’AI andando a ricercare quei dati nascosti che altrimenti non verrebbero espressi e rimarrebbero in un limbo informatico. È qui che si inseriscono la creatività e la riflessione dell’artista, in grado di elaborare con una personale chiave interpretativa le informazioni esistenti ma intangibili. In questo senso è esemplare la serie Quantum, tramite la quale l’artista compie una ricerca iconografica che ricalca la sua stessa ricerca installativa. Urbani genera ecosistemi ibridi in cui la natura – qui rappresentata dalla componente animale, come pesci e mucche, ma anche vegetale nel caso dei fiori – viene inglobata dalla tecnologia e dal progresso digitale. Ne risulta un immaginario cupo, dal sapore apocalittico che stimola la riflessione e che esplicita il bisogno di prendere coscienza del funzionamento digitale, piuttosto che guardare al risultato finale. Lo stesso artista dichiara: «Tutta la discussione che ruota intorno all’utilizzo dell’AI come strumento creativo non deve finire in un ostacolo alla diffusione del mezzo stesso, che comunque è irreversibile, ma anzi può essere parte anch’essa di un processo critico che ci porta, da artisti, a riflettere sui meccanismi che la governano e, perchè no, a speculare sulle possibili applicazioni, esasperandone anche gli output.»

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Scritto da Giorgia Massari
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