Negli anni ’70, mentre il mondo stava iniziando a guardare con sospetto alle conseguenze dell’industrializzazione, un fotoreporter americano fece qualcosa che pochi prima di lui avevano il coraggio di fare: vivere tra le persone colpite da un disastro ambientale e raccontarne la verità attraverso la fotografia. Quel fotografo fu W. Eugene Smith.

Smith e sua moglie Aileen Mioko Smith arrivarono a Minamata, in Giappone, nel 1971 e rimasero lì per oltre tre anni, immersi nella vita della comunità afflitta dalla minimata disease, una terribile forma di avvelenamento da mercurio causato dallo sversamento di metalli pesanti da parte dell’industria Chisso nel mare e nel cibo locale.


È qui che nacque una delle immagini più potenti e famose della storia della fotografia: Tomoko Uemura in her bath, lo scatto in bianco e nero che ritrae la giovane Tomoko, vittima della malattia, tra le braccia della madre durante il bagno quotidiano. Un’immagine intima, dolorosa e profondamente umana, che non si limita a documentare la sofferenza, ma ci forza a guardarla in faccia.

Smith non fu un semplice testimone: si immerse completamente nella comunità, guadagnandosi fiducia e rispetto, e usò la sua arte per dare una “voce” visiva a chi spesso veniva ignorato dai media internazionali.

La loro testimonianza è stata ripercorsa anche nel film Minamata risalente al 2020, che ha riportato questa storia al centro dell’attenzione globale: un promemoria di quanto la fotografia possa diventare un atto di coraggio e verità.


Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga aka @super8otto.