IN STUDIO con Noskra – ep.5

IN STUDIO con Noskra – ep.5

Anna Frattini · 3 mesi fa · Style

Per il quinto episodio di IN STUDIO, siamo andati in provincia di Brescia, a Offlaga. Siamo entrati nel mondo di Noskra e insieme al Founder, Andrea Lonigro, abbiamo scoperto qualcosa in più sulla nascita del suo brand e sul suo studio. Nato nel 2020, questo è un progetto diverso dagli altri. Le collezioni racchiudono un guardaroba completo: felpe, camicie, pantaloni e bomber oversize che possiamo vedere indossati da moltissimi artisti musicali italiani. Il rapporto con la musica è centrale ed é tornato spesso durante il nostro incontro con Lonigro. Elisa, Joan Thiele, Studio Murena, Quentin 40 e Guido Cagiva sono solo alcuni degli artisti che vestono Noskra e il risultato sul palco è sempre d’impatto. La ragione sta nella volontà di voler unire arte, design, musica e moda.

Lo studio

Siamo a Offlaga, nella campagna bresciana. Lo studio dove avviene la produzione delle collezioni di Noskra si trova proprio qui e sono molte le professionalità coinvolte. Sarte e artigiani seguono passo passo il processo di confenzionamento dei capi in questo spazio che ospita anche altri laboratori. Un luogo diverso da quello a cui siamo abituati nei nostri IN STUDIO e che ci fa ripensare il modo di vivere lo spazio di lavoro. Il lavoro di Andrea Lonigro si divide in più spazi e noi, visitando questo laboratorio, ci troviamo nel luogo dove accade la magia della confezione.

Vorrei che mi raccontassi un po’ del tuo brand, di come è nato e di che direzione ha preso nel corso del tempo.

Il brand nasce ufficialmente nel 2020. Nel periodo precedente facevo avanti e indietro fra Bari e Mosca, un’esperienza che ritroviamo nel brutalismo di alcune stampe che definisco l’estetica e l’immaginario di Noskra. La realizzazione di questo progetto arriva proprio quando inizio a lavorare in un laboratorio molto simile a questo. Le prime due collezioni non sono state altro che una presentazione di quello che sarebbe poi stata la cifra stilistica e l’estetica di Noskra. Da questo si sono innescate varie attivazioni come la partecipazione al Pitti, una gran sorpresa ma sopratutto una bellissima esperienza formativa. Da qui i primi contatti con i buyer fino all’arrivo da Revolver, a Copenhaghen che ci ha portato dove siamo oggi.

Quali sono i materiali e le textures che prediligi?

Ogni collezione si sviluppa su due mondi che si ricollegano. Uno che nasce su una stampa che gira su più pezzi. Il concept è sempre brutalista rispetto al lato monocromatico della collezione. I tessuti più semplici solitamente sono quelli destinati a stampe più complicate mentre i tessuti più tecnici non presentano questa caratteristica. Cotone o il drill di cotone e la lana tendiamo a tenerli più puliti e più minimali rispetto agli altri. Questo per creare un’estetica riconoscibile ricollegata all’identità di Noskra.

Quale oggetto non può mancare nel tuo studio?

Una cassa. La musica è fondamentale per alimentare la mia creatività.

Come ti relazioni allo studio? Come lo vivi? Come un luogo esclusivamente di lavoro o anche come spazio conviviale per incontrare amici o altri designer o artisti?

Vivo lo studio da nomade. Parte tutto dall’intimità di casa per poi portare la mia creatività in spazi più adatti al lavoro di fashion designer.

Da quanto tempo sei in questo studio? Sei affezionata o hai una concezione più nomade del luogo di lavoro? Te ne andresti domani?

Ci è voluto qualche tempo per adattare il mio modo di lavorare rispetto al nomadismo di cui parlavamo prima. Il fatto di avere uno spazio unico e definito mi bloccava e mi limitava da un certo punto di vista. Ora, essendo più nomade sono anche più a mio agio nell’esprimere le mie idee. Tutt’ora abbiamo un laboratorio più piccolo dove partiamo da una realtà più homemade, invece qui si produce più in larga scala.

Come costruisci una collezione? Da dove parti? Vuoi parlarci del tuo processo creativo?

Come Noskra raramente seguiamo trend e micro-trend. Mi è capitato spesso di trovare ispirazione in quello che indossa la gente e da lì adattarlo a quello che mi piace realizzare e a quali sono i miei gusti. Si parte da strutture ben definite su cui sto lavorando tutt’ora. Abbiamo già pronte delle nuove silhouette che teniamo in serbo per il futuro. Dai primi momenti della concezione della collezione inizio a fare ricerca coi fornitori con cui mi sono abituato a lavorare. Una volta realizzato l’ordine si inizia anche con la parte di campionario e di produzione. Lavoriamo con fornitori che consegnano il tessuto e le certificazioni spiegandoci il processo di realizzazione della fibra. Un aspetto che noi stessi come brand non comunichiamo in maniera efficiente. L’idea di lavorare con tessuti sostenibili nasce dalla volontà di fare qualcosa di propositivo per quanto riguarda la salvaguardia dell’ambiente. Certificare la provenienza delle fibre che utilizziamo è importantissimo per Noskra.

A cosa stai lavorando attualmente? Quali sono i tuoi progetti futuri?

L’obbiettivo ad oggi è di migliorare e continuando a imparare e crescendo nel campo della ricerca e della sostenibilità. Ci vogliamo espandere sulla maglieria, per esempio. Non è un segreto che oltre a questo vorremmo diventare più internazionali. Seguiamo un gusto marcatamente nord-europeo. Abbiamo sicuramente in mente di presentare la nuova collezione in un modo diverso rispetto alle presentazioni fatte fino ad oggi. La nostra volontà è comunque rinfrescare l’approccio del cliente all’acquisto e di interessarsi di più a tutto ciò che c’è dietro alla realizzazione di un capo. Dobbiamo essere coraggiosi per spingere questo tipo di iniziative di apertura.

ph. courtesy Andrés Juan Suarez

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Jamie Nelson, l’edonismo glitterato nella sua Barbie Dreamhouse

Jamie Nelson, l’edonismo glitterato nella sua Barbie Dreamhouse

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Photography

Le sue fotografie sono decisamente erotiche e provocatorie, la sua villa di Los Angeles è tutta rosa, in stile Barbie Dreamhouse degli anni Settanta. Stiamo parlando di Jamie Nelson, Fashion & Beauty photographer, nota per i suoi scatti alle celebrities e per le sue pubblicazioni su Vogue, Allure, Harper’s Bazaar e Vanity Fair. Con la sua estetica iperfemminile, Nelson mette al centro della sua ricerca l’edonismo, attorno al quale ruotano i temi del sesso, del glamour e delle dipendenze, tutto rigorosamente circoscritto in un universo glitterato e scintillante. Alcune delle sue serie più emblematiche sono Hedonism, Self-pleasure e Addicted che mettono in luce gli eccessi del piacere, con una nota di decadenza tra il kitsch americano e l’erotismo senza filtri. Scorrendo il feed del suo profilo Instagram è subito chiaro che il suo stile artistico rispecchia in tutto e per tutto quello personale. Dalla sua pink house – nonché il suo set preferito per gli shooting – alla sua estetica anni Settanta che strizza l’occhio a Madonna. I selfie sulla sua Mustang rosa del ’68, così come quelli in bagno, avvolta da una vestaglia di raso rosa, ci dicono molto della sua personalità eccentrica, legata al passato, al rock and roll e alla ribellione. Ma scopriamo qualcosa in più sulla sua storia e su cosa si nasconde dietro i suoi scatti glitterati.

Jamie Nelson, Pool Party

Dal Texas conservatore alla città degli angeli

La storia di Jamie Nelson è di ispirazione. Da essere bullizzata a scuola per il suo abbigliamento vintage a rivelarsi una trend setter, vista la moda retrò spopolata qualche anno dopo. La sua storia parte dal Texas, dove è nata e cresciuta. Nello specifico a Colorado Springs, una città conservatrice che non lascia spazio agli eccessi, se non quelli dei fast food e dei centri commerciali. Dopo il college a Santa Barbara, Nelson si trasferisce a New York, decisa a diventare una grande fotografa. Con poche risorse economiche, non ha mai mollato, andando personalmente in tutte le redazioni delle riviste a chiedere di essere pubblicata. Il successo è arrivato a piccoli passi, mentre la sua estetica iniziava a consolidarsi. È stata la città di Los Angeles ad accogliere in pieno la sua stravaganza e a sposare la sua visione di una decadenza glamour.

Jamie Nelson, Addicted

La dipendenza è glamour?

Se guardiamo alle sue serie citate sopra, su tutte Addicted, è chiaro che dietro un mondo patinato, Jamie Nelson sta cercando di più. Le immagini di queste serie mostrano la glamourizzazione del consumo eccessivo di una particolare classe sociale, quella più abbiente, alla costante ricerca del piacere. In una società che vuole “tutto e subito“, incapace di accontentarsi, Nelson mostra come il bisogno di dopamina sia la più grande dipendenza dei nostri tempi. Lo stato di euforia dettato dal sesso e dal consumo di droga, alcol e tabacco contribuiscono ad aumentare il rilascio di dopamina che ci rende schiavi dello stesso mondo dell’abbondanza che abbiamo creato. Se da un lato, in particolare con Self-pleasure, Jamie Nelson celebra la libertà e incoraggia a una sessualità disinibita, dall’altro tutto è circondato da un’aura di decadenza che lascia spazio alla riflessione. La stessa Nelson ha dichiarato di star lavorando a una nuova serie che riflette sulle terribili conseguenze dell’inevitabile burnout sociale dettato dall’eccesso di dopamina.

Jamie Nelson, Self-plasure

Courtesy & copyright Jamie Nelson

Jamie Nelson, l’edonismo glitterato nella sua Barbie Dreamhouse
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Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas

Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas

Giorgia Massari · 1 giorno fa · Photography

L’infanzia, per quanto gioiosa e spensierata, nasconde spesso risvolti drammatici. È origine di traumi complessi che si protraggono nella vita adulta e, per questo, è uno dei temi più esplorati dalla psicologia e anche dall’arte. La giovane fotografa polacca Karolina Wojtas (1996) ne è affascinata. I suoi progetti traggono ispirazione dai ricordi e dalle fantasie dei bambini, in un’ottica che oscilla tra l’ironia e la tragedia. La sfera infantile dalla quale Karolina Wojtas attinge la porta ad investigare spesso su se stessa e sul suo passato. Nel progetto dal titolo “We can’t live – without each other”, riflette sul rapporto di odio-amore con il fratello minore. Dinamica estremamente comune e diffusa, nella quale molti possono riconoscersi.

La serie è intima, ironica e cruda allo stesso tempo. Karolina, parlando di questo progetto, racconta come fino all’età di tredici anni era figlia unica, e così voleva rimanere. “Ogni volta che i miei genitori mi chiedevano dei miei fratelli, io dicevo loro: << Prendo un’ascia, li uccido!!! e poi li mangio!!!>>. Un giorno è arrivato lui e la nostra guerra è cominciata…Ora ho 26 anni e la guerra continua, non è cambiato nulla.

Il titolo stesso, letteralmente “Non possiamo vivere – l’uno senza l’altro”, nasconde una contraddizione, tipica dei rapporti fraterni. Da un lato l’odio, dall’altro l’amore. Da un lato l’impossibilità di vivere a stretto contatto, dall’altro il non poter far a meno della presenza reciproca. La rivalità e la gelosia che sfociano talvolta in amore, talvolta in vere e proprie lotte. Le fotografie infatti offrono una visione intima delle tipiche battaglie tra fratello e sorella, ma con risvolti estremi e violenti, portati all’eccesso. La giocosità, espressa dai colori saturi, rimanda ad una sfera divertente e leggera, mentre le immagini comunicano in modo diretto il lato più crudo del litigio. Uno scatto mostra il volto del fratello insacchettato, un altro un braccio bruciato dal ferro da stiro e un altro ancora è completamente riempito dai segni di morsi violenti. 

La mostra della serie in questione, svoltasi a Varsavia alla Galleria Naga nel 2020, è di per sé un invito per lo spettatore a fare esperienza di questa dinamica bivalente. La genialità dell’allestimento esprime da un lato la sfera giocosa, permettendo allo spettatore di giocare con le foto stesse, riprodotte in formato enorme ed appese alla parete a modi “calendario”, mentre dall’altro crea una situazione di disagio.

Courtesy Karolina Wojtas

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Amore o odio? Il rapporto fraterno negli scatti di Karolina Wojtas
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Ciro Pipoli e la sua Napoli

Ciro Pipoli e la sua Napoli

Anna Frattini · 4 giorni fa · Photography

“Ciro. Il nome che identifica un popolo” è il primo libro fotografico di Ciro Pipoli, il fotografo partenopeo che racconta la straordinaria avventura di un ragazzo e della sua città. I volti sono l’aspetto che lo affascina di più, persone e gesti del quotidiano, immortalati attraverso 159 scatti. Lo abbiamo incontrato e insieme a lui, in occasione della presentazione del volume a Milano, abbiamo parlato dei suoi inizi su Instagram e di cosa cerca davvero nei volti delle persone che fotografa. Ma sopratutto di cosa vuole comunicare della sua Napoli ormai conquistata dal turismo.

Raccontaci chi è Ciro Pipoli e come ti sei avvicinato alla fotografia.

Sono un ragazzo di 27 anni e vengo dai Quartieri Spagnoli. Negli ultimi anni ho trovato nella fotografia il mio modo di raccontare quanto più verosimile la realtà di Napoli. Ho sempre pensato che la realtà partenopea sia stata filtrata e raccontata in maniera poco imparziale, ma mai da chi probabilmente ha modo di poterla raccontare quotidianamente. Questa passione è nata intorno ai 16 anni, quando scaricai Instagram. All’epoca l’approccio della piattaforma era diverso. Al tempo, c’era solo un profilo di Napoli che raccontava la città e secondo me mancava un canale ufficiale che la potesse raccontare. Iniziai a scattare con il cellulare. Poi, a 18 anni, quando mio padre mi ha regalato la macchina fotografica, mi sono appassionato. Il resto è storia.

Quando scatti, cosa cerchi nei volti delle persone?

Quello che cerco nei volti delle persone quando esco per la città a scattare è di poter raccontare la Napoli di una volta. Da qualche tempo noto un cambiamento drastico nella città dovuto al turismo che sta cambiando tutto. Quando esco in strada a scattare cerco l’autenticità che mi ricorda quella Napoli in cui sono cresciuto.

Hai dato il tuo nome a “Ciro. Il nome che identifica un popolo”, il tuo primo libro. Raccontaci di questa scelta.

Non è stata mia l’idea. Anzi, se devo dire la verità, ero molto restio a questo titolo perché lo trovavo troppo autoreferenziale. Ho sempre pensato che non fosse la scelta giusta. Questo libro mi ha proposto sfide e mi sono convinto solo dopo essermi confrontato con le persone a me più vicine che mi hanno rassicurato.

Qual è la Napoli che vuoi raccontare?

Provo a raccontare, nel mio piccolo, la Napoli più sincera e quotidiana possibile. Vedo che all’interno della città ci sono delle piccole realtà che meritano di essere raccontate, anche se a volte la fotografia può essere limitante perché molte cose non arrivano. Spesso ho voluto raccontare storie di riscatto fra le tante che mi vengono raccontate ma che purtroppo non arrivano attraverso la fotografia. Nel mio piccolo cerco di farlo arrivare comunque.

ph. courtesy Ciro Pipoli

Ciro Pipoli e la sua Napoli
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Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Un mondo in caduta negli scatti di Sandro Giordano

Giorgia Massari · 1 settimana fa · Photography

L’artista romano Sandro Giordano (1972) – su Instagram @__remmidemmi – dal 2013 dedica interamente la sua ricerca artistica al progetto fotografico IN EXTREMIS (bodies with no regret). «Si tratta di un progetto nato un po’ per gioco, dopo una brutta caduta in bicicletta» – ci racconta –  «Ricordo che in quell’occasione non lasciai andare una barretta proteica che tenevo stretta in mano. Avrei potuto gettarla via e tentare di attutire il colpo, ma l’istinto ha agito in modo contrario.» Da qui, Giordano inizia una serie di scatti che raffigurano persone comuni, in scene di vita quotidiane, durante una brutta caduta. L’approccio è ironico e divertente ma, allo stesso tempo, vuole intavolare una discussione riguardo il materialismo e la nostra propensione verso gli oggetti piuttosto che verso noi stessi. «Siamo ormai tutti vittime di ciò che possediamo, anche se in realtà sarebbe giusto dire il contrario: sono “loro” che posseggono noi. Siamo schiavi dei nostri beni materiali.»

Abbiamo già intervistato Sandro Giordano in passato, agli esordi di questo progetto, oggi – dopo cinque anni – lo abbiamo incontrato nuovamente per scoprire le sorti di IN EXTREMIS, che negli ultimi tre anni ha visto uno stop. «Ho scattato l’ultima del progetto pochi giorni prima che andassimo in lockdown, era marzo del 2020. Ho raccontato quello che di lì a poco sarebbe successo in tutto il mondo e mi sono messo in pausa. Dopo sei anni di duro lavoro e ritmi serrati sentivo il bisogno di riposare. Ora sono pronto a tornare “in scena”.» 

Proprio quest’anno, il progetto compie dieci anni e, per l’occasione, Sandro sta realizzando un libro-archivio dal titolo ANTHOLOGY 2013/2023, che sarà pronto per l’autunno. «Il 3 settembre ricomincerò a scattare. Il titolo della nuova foto sarà “TOY BOY JOY”, che vedrà come protagonista un’anziana signora in fuga nella sua auto d’epoca dopo aver violentato, picchiato e imbavagliato, un giovane e muscoloso toy boy, “schiantato” accanto a lei. Insomma, chi credeva fossi morto o sparito dalla circolazione, ecco, si sbagliava di grosso.»

Sandro Giordano | Collater.al
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Courtesy Sandro Giordano

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